Mercoledì, 30 Settembre 2020

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I fratelli con la spada

Monumenti storici. La Chiesa della Carità testimonia la presenza degli ordini religiosi cavallereschi a Città di Castello

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Circa un decennio fa, in seguito alla tra­sformazione dell’area ex FAT del rione Mattonata e alla demolizione di alcuni edifici, si è tornati a parlare, anche se appena per un istante, della Chiesa della Carità. Per chiarire meglio ai lettori l’ubicazione della chiesa della Carità diremo che si trova nei pressi della chiesa di San Domenico esattamente tra la chiesa gotica e la nuova piazza che sor­ge davanti all’Hotel Le Mura.

La chie­sa della Carità è un edificio poco noto ai tifernati, essendo sempre rimasto na­scosto, anzi inglo­bato all’interno delle strutture adibite per molti anni all’atti­vità manifatturie­ra della FAT. Ancor meno sono invece quelli che ne cono­scono la storia; sto­ria che per altro, in virtù degli affreschi ritrovati all’interno, ci porta a pensare, insieme ad altre rile­vanze topografiche e architettoniche rilevate in città, a una forte presenza in loco, nel periodo medievale, di ordini religiosi cavallere­schi. Le vicende ar­chitettoniche dell’edificio sono strettamente legate a quelle della chiesa di San Domenico e prima ancora a quella dei benedettini di San Pietro di Massa, titolari del complesso mona­stico che con la chiesa omonima sorgeva sul­la stessa area. Non esistono però al momen­to pubblicazioni specifiche sulla Chiesa della Carità, anche se sembra che siano in corso alcuni studi tesi a definirne il vero valore sto­rico e artistico. Le notizie riportate di seguito sono trat­te da uno studio dell’ing. Giovan­ni Cangi dal titolo “Gli ordini religiosi Cavallereschi a Cit­tà di Castello” con­dotto nell’ambito del progetto didat­tico “Architettura e territorio” dell’I­stituto “Franchetti- Salviani di Città di Castello, che si rifà in parte alle ricer­che di Don Angelo Ascani, autore di una pubblicazione dedicata alla storia della chiesa di San Domenico a Città di Castello, edita nel 1963.

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Quello dei Dome­nicani è l’ultimo degli ordini mendicanti che si insediarono in città dopo gli Agostiniani e i Francescani. In origine quella zona ove noi sia­mo abituati a vedere la chiesa di San Domenico era un’area extraurbana, dove isolata, sorgeva la chiesa di San Pietro con annesso monastero dipendente dalla potente abbazia benedettina della Massa Trabaria. Che la chiesa della Carità sia sorta in relazione e dipendenza a quella di San Pietro di Massa costruita dai benedettini è indubbio; ne risulta dunque che l’edifico è sicuramente precedente all’insediamento do­menicano che secondo padre Fontana, storico dell’ordine domenicano, ebbe dimora stabile in città fin dal 1269. Tuttavia le vicende successive in cui si troverà coinvolta la chiesa suddetta re­steranno legate alla presenza dei Domenicani, che lasceranno segni nell’architettura dell’edifi­cio e in un ciclo di affreschi che andrà a ricopri­re quelli ereditati dalla comunità preesistente.

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È proprio sugli affre­schi, più che sull’archi­tettura dell’edificio, che si richiama l’attenzio­ne, per rilevare testimo­nianze inequivocabili del passaggio in città di un Ordine Cavallere­sco. Va premesso che in questa antica chiesa, sconsacrata e declassa­ta a modesto laborato­rio, si conosceva già l’e­sistenza, al suo interno, di uno stupendo cena­colo quattrocentesco. Un vero capolavoro che nel tempo ha subito un degrado fisiologico, ac­centuato dal distacco di porzioni di intonaco e dall’apertura di una porta al centro dell’af­fresco (una vera follia) che ne ha amplificato sicuramente il degrado, dovuto anche alla ano­mala destinazione d’u­so assunta dall’edificio. Il restauro fortunata­mente è stato eseguito sotto la sorveglianza ed il coordinamento scien­tifico della Direzione Regionale per i Beni Culturali. Grazie a questo inter­vento, si è potuta sco­prire una stratificazio­ne pittorica che copre un periodo di almeno tre secoli (dal duecento al cinquecento circa), oltre ad una serie di trasformazioni architettoniche databili tra la seconda metà del quattrocento e gli inizi del cinquecento. Appare per altro evi­dente che le modifiche architettoniche siano posteriori al cenacolo quattrocentesco e che invece l’altro affresco del duecento ritrovato sotto di esso potrebbe essere opera di un sem­plice decoratore, più che di un vero pittore, e non è paragonabile, né per qualità, né per con­tenuto, al bellissimo cenacolo che lo ricopre. Ma ciò che ci interessa realmente è che questo affresco duecentesco costituisce testimonianza della presenza inequivocabile di un Ordine ca­valleresco in quella chiesa. Questo si può affer­mare con certezza, stante l’epoca della pittura e la presenza di elementi decorativi indubbia­mente ispirati ad architetture mediorientali.

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Ad una prima analisi il disegno sembra ricordare le mura di Gerusalem­me, in realtà l’originale merlatura sommitale di elementi triangolari scalettati son caratteri­stici dell’edilizia monu­mentale antica dell’Asia minore. Un caso em­blematico è costituito dal tempio di Bel(Zeus\ Giove) a Palmira, risa­lente al I sec. d.C., di­strutto di recente dai miliziani dell’Isis. Va precisato che questi elementi sono espres­sione di un’arte prei­slamica che ha poco a che vedere con l’architettura crociata, ma che evidentemente i crociati hanno ripreso come segno identificativo di antiche costruzioni presenti nei territori che avevano conquistato. Tuttavia, ciò che dovrebbe togliere ogni dubbio sull’appartenenza della decorazione pittorica della chiesa della Carità ad un Ordine cavallere­sco si rinviene nell’area monumentale di Petra, in Giordania, nel cuore di quel territorio che ha fatto da scenario alle crociate, dove esistono i castelli crociati di Wu’Ayra, al-Abis e Shobak, conquistati e distrutti dal Saldino. Al centro del sito archeologico si trovano tom­be con fronti scolpiti direttamente nella roccia arricchiti con motivi ornamentali in bassori­lievo identici a quelli rappresentati nella chie­sa della Carità di Città di Castello. L’utilizzo di questi simboli sottolinea il legame con quella realtà culturale da parte dei committenti. Sem­bra pertanto acclarato che la costruzione della chiesa della Carità sia da ricondurre alle vicen­de delle crociate, tuttavia non si è in grado di stabilire con certezza quale Ordine cavalleresco possa essersi insediato in città nel XII secolo, se quello dei Templari o piuttosto degli Ospitalie­ri. La presenza in città dei benedettini, quello da cui ha avuto origine l’Ordine degli Ospita­lieri, farebbe prevalere la seconda ipotesi. Inol­tre va considerato che in prossimità del sito si trovano varie testimonianze che attestano la presenza dei Giovanniti, Ordine Cavalleresco Gerosolimitano, che proprio nel XII sec. fu po­sto sotto la propria tutela dal papa di origine ti­fernate Celestino II. Una chiesa insomma ricca di storia e mistero che varrebbe la pena di stu­diare in modo più approfondito, senza che tutta la vicenda, non si sa per quale motivo, cada nel dimenticatoio, portando con sé una parte im­portante della nostra identità e cultura.

Di Andrea Cardellini


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