Domenica, 05 Aprile 2020

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Fare cose con le parole. Certo, ma quali?

Lettere da Babele
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Fare cose con le parole”: contrariamente a quan­to banalmente pensiamo, le parole sono in grado di produrre “cose” ed eventi. Non a caso John Austin ha intito­lato un suo importante libro How to do things with words, Come fare cose con le parole. Ma quali “cose” fanno le parole? Evidentemente non quelle del mondo fisico. Ma qualcosa di almeno altrettanto im­portante: il significato che diamo al mondo fisico, la qualità delle rela­zioni, l’ecosistema della nostra vita culturale e politica. E se le parole sono così importanti, fino a dove possiamo trascurare o addirittura manipolare il linguaggio senza su­birne conseguenze negative? Bérengère Viennot è una attenta studiosa del linguaggio (insegna traduzione all’Università Paris VII), anche se nel suo ultimo libro si presenta modestamente come “traduttrice”. In Italia è pubblicato da Einaudi e si intitola La lingua di Trump. Sa bene che non basta sa­pere due lingue per poter tradurre. Occorre comprendere il testo origi­nale, il quale deve avere “un senso, un referente, un messaggio da tra­smettere”.

Occorre aver ben chiaro il contesto in cui una frase è pro­nunciata o scritta, pena il frainten­dimento. E occorrono anche altre cose, ma non abbiamo spazio per parlarne adesso. E che cosa c’entra Trump? C’entra perché la sua è una Newspeak, una neolingua, capace di mettere in dif­ficoltà anche il più esperto tradut­tore.

La lingua di Trump è volgare e confusa, farcita di errori sintatti­ci e di frasi che non hanno né capo né coda, di sarcasmi e invettive. Spesso i traduttori cercano di ren­dere con eufemismi, attenuano, non sanno bene cosa fare. Usa fra­si minime, fatte solo di principali (le frasi subordinate richiedono di pensare…), slogan, immagini, of­fese personali, denigrazione siste­matica dell’avversario. La sintassi scompare, la coerenza non si è mai vista, il martello batte sugli stessi tasti. Analisi della prima intervista dopo l’elezione: compare 45 volte great, 25 volte win, 7 volte tremen­dous. La stessa cosa è poi avvenu­ta in tutti gli interventi successivi. Scrive la Viennot che questo campo lessicale limitato è inondato da su­perlativi, aggettivi generici, avverbi esagerati, sfuggendo programmati­camente alla precisione e alla con­cretezza, perché più le parole sono precise, sofisticate, colte, minore è l’ambiguità semantica. Ciò rende impossibile verificare la verità e l’efficacia del discorso politico, ma al contempo offre una sensazione di superamento del noioso politi­chese e la convinzione che si tratti di uno che, paradossalmente”, “le dice chiare”. Parlando dei suoi av­versari politici non argomenta la superiorità delle sue posizioni, ma denigra semplicemente la perso­na: uno è “addormentato”, l’altro è “piccoletto”, un’altra è “una stre­ga”, un altro ancora “un perdente”. Non si tratta di modalità presenti solo in Trump: in giro per il mondo troviamo più di un politico che usa gli stessi sistemi. Che al momento sembrano essere sostanzialmen­te efficaci per acquisire consenso.

C’è da chiedersi però quanto si possa tirare la corda nella denigra­zione sistematica delle regole del linguaggio (non molto diverse da quelle della democrazia). La coe­sione di una nazione è frutto della condivisione di un insieme, mini­mo quanto si vuole ma necessario, di regole e comportamenti, anche linguistici.

di Anselmo Grotti


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