Venerdì, 03 Aprile 2020

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Il dissesto dimenticato

Territorio. Il dissesto e l'incuria della montagna richiedono figure professionali preparate del Corpo Forestale. Oggi non è più così

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Le complesse problematiche ambientali che ci troviamo a fronteggiare e le politiche inadeguate ci mostrano territori sempre più fragili, alle prese con frequenti emergenze. L’assetto idrogeologico del territorio dipende dalla gestione montana. Parliamo della situazione del settore forestale con Vincenzo Gonnelli, per oltre quarant’anni docente di materie specialistiche presso lo storico Istituto di Pieve Santo Stefano, capofila nel settore.

Qual è la storia e l’evoluzione della formazione in ambito forestale in Italia?

«Non parliamo di formazione ma di istruzione forestale. In Italia è nata nel 1960 con la fondazione dell’Istituto professionale per l’agricoltura e la selvicoltura di Pieve Santo Stefano, che al tempo prevedeva un biennio di Esperto Forestale e Alpicoltore, più un anno di specializzazione in colture vivaistiche forestali. Nel 1969 agli Istituti professionali agrari fu data la possibilità di aprire il corso quinquennale di agrotecnico. L’istituto di Pieve Santo Stefano fin da subito richiese l’istituzione di un corso per Silvotecnico, analogo all’Agrotecnico e quindi senza costi aggiuntivi per lo Stato, ma la richiesta fu respinta e fu confermata l’istituzione del solo corso per Agrotecnico, che iniziò a funzionare nell’anno scolastico 1973/74. I primi diplomati uscirono nel ‘76».

Quali cambiamenti sono intervenuti successivamente?

«Un primo cambiamento è avvenuto con la riforma dei professionali del 1992, il cosiddetto “Progetto 92” che ha ridotto le ore delle materie di indirizzo, determinando, di fatto, un impoverimento della formazione specialistica; un altro passaggio significativo è stato introdotto nel 2010 con la riforma Gelmini che ha consentito di estendere la qualifica fino alla maturità, prevedendo due opzioni: valorizzazione delle produzioni del territorio e gestione delle risorse forestali e montane. In seguito a questa riforma le scuole forestali in Italia sono passate da quattro (Pieve Santo Stefano, Ormea, Feltre, Edolo) a diciannove. Attualmente questi Istituti si stanno impegnando per mantenere una figura tecnica centrale nel sistema produttivo italiano, grazie anche all’impegno del coordinamento delle scuole forestali italiane, fondato a Pieve Santo Stefano nel 2000.

Il dissesto e l’incuria della montagna, che spesso assurgono alle cronache, richiedono figure professionali adeguate. Se l’Italia vuole essere coerente, deve partire dalla formazione di tecnici qualificati, capaci di gestire i problemi forestali e ambientali».

Che rapporto c’è stato tra le scuole e il Corpo Forestale dello Stato?

disssesto3«Le nostre scuole erano nate per fornire tecnici preparati al Corpo Forestale dello Stato, tant’è che, alla sua fondazione, le spese di funzionamento dell’Istituto di Pieve Santo Stefano non erano a carico degli Enti Locali come per qualsiasi istituto di istruzione superiore presente in Italia, ma erano affidate al Corpo Forestale attraverso l’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali. Dalla metà degli anni ‘80 i titoli di accesso ai concorsi pubblici non sono più stati distinti per specializzazione; il requisito è il possesso del diploma di maturità e le prove sono di cultura generale. Nessuna priorità viene assegnata ai diplomati forestali, contro la logica secondo la quale lo Stato dovrebbe valorizzare all’interno dei propri settori le risorse che ha investito per la formazione. Questo non è un problema che interessa solo gli Istituti forestali, ci sono anche altri diplomi che potrebbero essere indirizzati in ambiti affini .

Quindi dalla metà degli anni ‘80 non c’è stato più questo rapporto quasi diretto tra Istituti e Corpo Forestale dello Stato. Ciononostante i diplomati delle scuole forestali rimangono tuttora i tecnici meglio preparati per affrontare le problematiche del dissesto idrogeologico e la gestione degli aspetti forestali, compresa l’agricoltura di montagna. E, come gli altri, possono accedere a tutti i concorsi pubblici, a tutte le facoltà universitarie, svolgere la libera professione iscrivendosi all’albo degli agrotecnici, oltre a dedicarsi all’attività libero-imprenditoriale».

L’apertura del concorso a tutti i diplomi di pari livello ha comportato nel tempo l’ingresso nel corpo forestale di una quota maggiore di diplomati in discipline diverse e dunque non qualificati?

«L’aspetto peggiore è un altro: da una decina di anni l’accesso alle forze di Polizia è riservato a chi ha effettuato il servizio militare in ferma breve, istituito dopo l’eliminazione della leva obbligatoria per rendere più appetibile la carriera militare in forma volontaria. Questo ha comportato l’ingresso nel Corpo Forestale dello Stato di addetti non sempre qualificati, con delle conseguenze pratiche da non sottovalutare. Faccio un esempio: se guidando si supera il limite di velocità ci sono dei parametri e uno strumento che consente alle forze dell’ordine di rilevarlo, ma se si deve valutare l’appropriatezza di un intervento forestale per giudicare se compromette o meno la stabilità idrogeologica di un territorio, non c’è nessuno strumento in grado di farlo; serve la capacità tecnica di chi è preposto al controllo e questa capacità è andata diminuendo, determinando tutta una serie di problemi. Una nazione fragile dal punto di vista idrogeologico ha bisogno di tecnici preparati e questi vengono formati nelle scuole superiori e nelle università».

Le politiche riguardanti la montagna sono state inadeguate?

dissesto 4«Sulla montagna non si può ragionare per grandi numeri; da tempo i politici sono orientati a dare peso al consenso degli elettori più che all’importanza e alle ricadute di certe scelte. La montagna è un sistema fragile, antropizzato da millenni, che ha bisogno di una gestione attenta e di politiche attive sul territorio che ne permettano il corretto mantenimento; alla montagna va riconosciuto un ruolo attivo. Chi vive in zone montane paga un consorzio di bonifica i cui benefici sono soprattutto per chi vive a valle, laddove si riversano gli effetti delle criticità a monte. C’è spesso una sottovalutazione e una trascuratezza verso i cittadini che vivono in zone montane. Negli ultimi anni è stata attuata una politica attiva sull’accesso a Internet con banda larga, che ha interessato anche i Comuni minori, ma in montagna bisogna intervenire con cautela, occorre avere cura di chi ci vive per dargli la possibilità di rimanere. Servono servizi e opportunità di lavoro».

Qual è il suo parere sulle implicazioni dell’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato nei Carabinieri?

«È un’operazione che rientra nella stessa logica di disattenzione per le politiche montane. Si è trattato di una scelta, a livello di politica centrale, mossa dalla soddisfazione della “pancia” del popolo anziché dalle esigenze effettive. Le motivazioni addotte per la chiusura del Corpo Forestale dello Stato (più piccolo, con minore peso politico) denotano una trascuratezza delle numerose problematiche odierne. Il Corpo Forestale era un corpo tecnico, fortemente diffuso in tutte le realtà montane, con preziose funzioni, anche educative, per una corretta gestione del bosco. Senza il bosco la montagna si deteriora. Dal punto di vista politico è stato un grave errore. Sarebbe stato più giusto razionalizzare le varie forze di Polizia e restituire attenzione alla montagna.

Riconosco ai Carabinieri il merito di aver creato un “reparto forestale”, cercando di conservare le funzioni di questo corpo e mi auguro che queste siano sempre più implementate per venire incontro alle esigenze della collettività».

di Romina Tarducci


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