Domenica, 05 Aprile 2020

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Cultura. Reportage - La Croisette

douglas

L’avevo già notata una sera da un tavolo del Café Poët. Rannicchiata sul marcia­piede di fronte si preparava a passare la notte all’ad­diaccio avvolta in una coperta e due lattine di birra in grembo. Con un ringhio aveva scansato le avan­ce di una coppia di ometti in cer­ca di compagnia. Me la ritrovo il mattino dopo al sole, seduta sulla scalinata sotto casa che smanetta sul cellulare. Ha un scarabeo egi­zio tatuato sul dorso della mano sinistra. Età indefinibile, tra i 18 e i 25 anni. Gambe e braccia ab­bronzate, una corta gonnellina a fiori e un giubbetto di cuoio nero. Stringe tra le ginocchia una busta da boutique di lusso in plastica trasparente. Ha occhi verdi e line­amenti alteri che i capelli biondi, tirati indietro da un elastico, illu­minano di selvatica sfrontatezza. Mi ricorda la sonnambula Rodin in La foresta della notte di Djuna Barnes: “una ragazza che esala il profumo dei funghi”, “una crea­tura selvaggia intrappolata in una pelle di donna”. Non sono il solo a guardarla. All’angolo c’è il venditore d’om­brelli, un anziano e segaligno eri­treo che per fissarla ha il turban­te di traverso e quasi dimentica la colazione. Resta col croissant per aria quando vede sbucare dal mercato un maturo e gioviale pe­scivendolo che pulendosi le mani sul grembiule allaccia la ragazza ai fianchi e scompaiono in un vi­colo. Con Carlo raggiungiamo in taxi il Museo Pierre Bonnard sulla colli­na del Cannes. Dove il pittore nel 1926 acquista la villa Le Bosquet in puro stile Belle Epoque, l’abita per 25 anni e riversa i colori del Midi, il giallo del sole e del grano e il blu intenso del mare, nelle opere della maturità. Confessa a Matis­se: “Qui ho tutti i miei soggetti a portata di mano”. E infatti dipinge­rà circa 300 tele. Nel museo che non ha stravolto ma reso più fru­ibile l’impianto originario si sno­dano i vari perio­di della pittura di Bonnard. Dall’i­niziale movimen­to dei Nabis (in ebraico: i profeti, gli ispirati) fon­dato con gli amici Vuillard, Denis e Sérusier, sul solco di Gauguin; alle opere influenzate dalle stampe giapponesi come La donna col ventaglio, I pattinatori, i manifesti per la Revue Blanche e per France-Champagne, lo spetta­colare Paravento del 1894. Segue il periodo del naturalismo impres­sionista con L’isola felice, Paesaggio al tramonto e lo splendido Autori­tratto in controluce del 1923. Poi l’approdo al Cannet che spalanca la pittura di Bonnard e la fa al tempo stesso più intima e privata, con le scene di toilette, i nudi fem­minili allo specchio, la presenza di fiori, frutta e gatti domestici che la rendono “panteistica”. In mostra sulle bacheche i preziosi taccuini da disegno (1927-1946)dove Bon­nard registra quotidianamente dettagli, squarci di paesaggi, volti e annotazioni personali. L’ultima fase è d’ispirazione simbolista, in sintonia con quello che un altro genio, Mallarmè, predicava in po­esia: la ricerca dell’assoluto. I due si rispecchiano e s’identificano. Nel video di Yani Kassile “L’ener­gia secondo Pierre Bonnard” che assembla anche spezzoni d’epoca si vedono gli interni originali della villa, il pittore al lavoro, l’adorata moglie e modella, Marthe, la scon­finata ammirazione che gli riserva Apollinaire, e l’entente con Mal­larmè che intuisce, fulminando tutti: “L’opera d’arte è un arresto del tempo”.

CANNES LA NUIT
bonnardCeniamo nel dehors del ristoran­te Beryte all’ombra dell’Hôtel Miramar che domina la Croiset­te come un’imponente meringa di marmo. Siamo nel regno della cucina libanese, con gli antipasti (mezzé) che sono il compendio dell’intero Mediterraneo: l’hum­mus (crema di ceci e tahina), il baba ganush (caviale di melanza­ne), i falafel (polpette di fave) , il tabbouleh (insalata di bulgur) e le maranek, salsicce speziate in succo di melagrana. Le carni alla brace sono un trionfo di spiedini d’agnello, di pollo e vitello. Ma elencati in arabo, mechoui, taouk e kefta, dal giovane e sorridente cameriere suonano più gustosi. Il ragazzo sarebbe incantevole se al posto della tenuta da sala indossasse una djellaba e profu­mati gelsomini all’orecchio. Per­ché s’intuisce al volo che non è libanese ma tunisino. E infatti ci conferma che è di Bizerte. La cena si conclude con un budino di lat­te ai fiori d’arancio e pistacchi e un bicchiere d’arak ghiacciato. Allettante arriva da una saletta l’a­roma dolciastro della shisha che con Carlo degustiamo a Parigi nei caffeucci arabi della Goutte d’Or. Ma qui siamo nel quadrilatero del lusso sfrenato e le boutique con le griffe più prestigiose sono sirene irresistibili. Anche per gli indif­ferenti. Perché non è più l’abito o l’accessorio al centro della scena, neanche nelle sfilate, ma l’effetto teatrale che l’accompagna. Mi limito a stenografare alcune impressioni. Louis Vuitton ha le vetrine ispirate a Star Wars di Lucas. Sullo sfondo triangoli e prismi luminosi da viaggio inter­galattico e gli abiti tutti sportivi e casual interamente stampati con le lettere del logo. Come fossero bauli e valigie, a conferma dell’os­sessione per il capo “firmato”. Più sensuale e barocca è la boutique di Dolce&Gabbana che riprodu­ce sulle stoffe le icone del folclo­re siciliano: carretti, pupi, cuori votivi incoronati di spine, pigne e teste di moro di Caltagirone. In un décor minimalista le vetrine di Salvatore Ferragamo espongono borse e scarpe come fossero gioiel­li esclusivi. Hermès invece ricorre alle surreali e impossibili architet­ture di Escher per alternare flaco­ni di profumo a eleganti décolleté col tacco a biglie di vetro. Su un giardinetto di grottesche sculture in ceramica s’affacciano le vetrine di Fendi con abiti per signora dal taglio severo e guarniti di ricami da paramento liturgico. Accanto c’è Bottega Veneta che espone un solo preziosissimo capo. Appeso a una gruccia un impalpabile trench femminile di nappa color avorio emerge dal buio in compagnia di due laccate ballerine rosse. Mi ri­sveglia dall’ipnosi il prezzo: 6900 euro. Ma è la boutique di Gucci a stravincere su tutte. Qui Alessan­dro Michele mescola il barocco col punk, il rinascimento col futu­rismo, il vintage con la streetwear. Nella sua idea di moda il passato, presente, futuro non si escludono ma si sommano, annullando ide­almente il tempo. Il risultato è un “frullato di bellezza” che accosta le sneakers alla giacca vittoriana da camera, il parrucchino spen­nacchiato di Wharol a una casca­ta di anelli e collanine indiane, le pantofole da sera ricamate a una maglia a righe blu da marinaio. Perché, per chi l’ignorasse, abitia­mo “il tempo delle ritornanze”.  

DENTRO LA MOVIDA
bonnardLa lunga passeggiata ci ha por­tati nel cuore della movida not­turna. Siamo all’incrocio tra rue Bategnier e rue Monod, in una piazzetta con vari caffè e un risto­rante italiano coi tavoli all’aperto dove un complessino fa musica dal vivo straziando le cover dei Gipsy King. E quel che è peggio azzarda “Bella ciao” stonandola penosamente. Il proprietario è un quarantenne napoletano, capelli cotonati e giacchetta attillata, che insieme a tre bionde invasate mi­lanesi, genere mildf, fanno le fusa a un marcantonio arabo che finge di stare al gioco. Il giovanotto è un tronco d’uomo. I francesi direbbe­ro costeaud. Sembra più nudo che vestito nel gilet di cuoio slacciato, i jeans strappati sotto l’inguine e una berretta di lana calata sugli occhi. Ha la sensualità torva dei gigolò e dei magnacci celebrati da Genet: “A Gorgui gli bastava sfre­garsi un poco, con l’aria più sbada­ta il bozzo che quelle [le checche ndr] non potevano più staccarsi da lui che le attirava come la ca­lamita la limatura di ferro”. Un gesto però insospettisce: continua a calcarsi la berretta sul viso. Che voglia nascondere rasoiate? Op­pure è solo un pusher che teme d’essere ripreso dai cellulari. Si spiegherebbe così la manfrina di risate isteriche, di tette al vento e gli sfacciati palpeggiamenti. Sono tutti in cerca dello sballo. Tra mu­sica spacca timpani, alcol a litri, selfie di gruppo con smorfie e lin­guacce e nelle toilette coca e pa­sticche per continuare a fingere lo spasso. Svoltato l’angolo entriamo in rue des Frères Radignac dove s’af­facciano discoteche e locali di lap dance e strip-tease che neri e giganteschi “buttadentro” ti spin­gono a varcare: ”Cercate belle ra­gazze?”. Fatichiamo a fendere la calca. Cotti di stanchezza e anche nauseati, in taxi ci allontaniamo dalla bolgia. La Croisette di notte è una fiaba. Le palme illuminate, le aiuole impeccabili, le sanisette igieni­che come edicole déco, la quinta scintillante dei grandi alberghi, il Miramar, il Martinez, il Grand Hôtel, il Carlton, le hall sfarzose e i portieri in divisa all’ingresso, i dehors in stile Belle Epoque, le boutique di Prada, Armani, Celine e Dior, il Palazzo dei Festival e dei Congressi con la celebre montée des marches (scalinata)) rivestita del tappeto rosso, e sul piazzale antistante, meta devota di tutti i cinefili, le impronte delle mani di attori e registi che si sono aggiu­dicati il Palmarès. Siamo arrivati a casa. A nanna, bimbe!

di Ivan Teobaldelli


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