Martedì, 31 Marzo 2020

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Ripartire dal territorio

 

 DOSSIER

il paradigma della forza3

Nella Società contemporanea le immagini sembrano essere diventate più reali della vita vissuta e anche nella sfera pubblica la rappresentazione sembra aver soppiantato la rappresentanza.
Oggi, ovunque nel mondo, la sede delle decisioni fondamentali per la vita di tutti noi è stata trasferita volontariamente altrove, cioè in capo all’alta finanza e alle multinazionali, che attraverso lo strumento del debito influenzano e determinano le scelte di fondo delle politiche dei singoli Stati. Questo fa sì che quello che viene deciso o che si finge di decidere in sede politica abbia pochissimo rapporto con le aspirazioni, i desideri e i bisogni della popolazione e non risponda, se non in misura assolutamente secondaria e immediata, alle sue richieste, perché deve rendere conto ad altri referenti. Le persone contano sempre meno e hanno sempre meno possibilità di incidere sulle scelte politiche.

Potremmo dire che la condizione fondamentale dell’uomo contemporaneo non è più quella di cittadino ma di consumatore; la sua libertà sembra potersi realizzare solo nell’atto dell’acquisto e dell’accumulo.
In realtà la condizione di consumatore riguarda una parte infima della popolazione di questo pianeta; anche all’interno dei paesi industrializzati o emergenti c’è una parte della popolazione – peraltro sempre crescente – per cui la possibilità di qualificarsi come consumatore è ridotta ai minimi termini. Quindi si tratta di una libertà apparente. La vera libertà si afferma attraverso l’agire collettivo, perché è sempre e soltanto il frutto di un conflitto dialettico e di un processo di partecipazione e mai una condizione vissuta passivamente.

Anche le città rispecchiano questo cambiamento: sempre più luoghi di consumo, sempre meno luoghi d'incontro.
Le comunità di tipo tradizionale fondate sono state distrutte. Con lo sviluppo della società industriale è cominciata la lenta organizzazione del movimento operaio, da parte tanto di movimenti di ispirazione laburista o social-comunista, che di ispirazione cattolica. I partiti e le organizzazioni che si ispiravano a queste tradizioni – con le sezioni, le Case del Popolo o le Acli – hanno a lungo funzionato come strumenti di aggregazione e di creazione di una dimensione pubblica e collettiva della vita sociale. Entrambe queste dimensioni sono state eliminate dal capitalismo odierno. Oggi più che mai ricostruire legami sociali a livello di prossimità, di vicinanza e di territorio è un’operazione eminentemente sovversiva che non può essere portata avanti se non entrando apertamente in conflitto con il modo in cui la società viene organizzata a livello governativo.
disuguaglianza panetaria1

Anche movimenti che nascono dal basso rischiano di venire apprezzati più per la visibilità che per i contenuti effettivamente professati.
I movimenti possono essere esposti o a dinamiche effimere o a tensioni di fondo che garantiscono loro più consistenza e anche più durata. Per esempio la parabola delle Sardine è dovuta sostanzialmente a un loro allineamento alle tendenze più conservatrici della società italiana – la difesa del petrolio, delle trivelle, del Tav –, mentre hanno ottenuto una risposta di massa al loro appello a una mobilitazione anti-Salvini e contro ciò che Salvini rappresenta. Ci sono però altri movimenti che fondano la loro azione su questioni sostanziali e che proprio per questo hanno una solidità maggiore.

Per esempio?
Mi riferisco in particolare ai movimenti come Fridays for Future ed Extinction Rebellion, che cercano di porre un argine alla crisi climatica e ambientale, o al movimento delle donne, come Non Una di Meno, che lotta contro il patriarcato e contro l’organizzazione gerarchica e disciplinante della nostra società.

Le pulsioni nazionaliste e sovraniste non originano forse anche da una scarsa democraticità delle istituzioni europee?
Certamente è così. Non c’è istituzione più lontana dalle esigenze dei cittadini dell’attuale governance dell’Unione Europea. Tutte le decisioni che fanno capo all’UE sono determinate dalla BCE e dall’alta finanza. E chi si presenta come avversario di questa dittatura della finanza ha ampia possibilità di raccolgliere consensi. Tuttavia, le forze sovraniste non sono interessate a costruire dal basso le alternative al dominio dei mercati, anzi spesso c’è un’approvazione incondizionata delle politiche di mercato.

Non crede che l'antagonismo “europeismo” e “sovranismo” sia un modo per non affrontare, da sinistra, il tema della "sovranità popolare" nelle democrazie contemporanee?
Penso che dopo Leopardi bisognerebbe evitare di utilizzare il termine progresso con un’accezione positiva. Così come il termine sinistra ha scarso valore perché contiene riferimenti sia liberisti sia stalinisti. Ci sono invece innumerevoli iniziative disperse sul territorio che hanno un notevole potenziale di trasformazione dello stato delle cose esistente, ma sono scollegate fra di loro e non hanno ancora elaborato alcuna reale alternativa all’organizzazione attuale della società.

Come si spiega questa asimmetria?
Il vizio maggiore della sinistra è quello di non aver mai messo in discussione l’autonomia dell’impresa. Quando si parla di democrazia ci si riferisce sempre alle istituzioni pubbliche, cioè lo Stato, le Regioni, i Comuni, ecc. e non si pensa all’impresa come oggetto dei processi di democratizzazione. Invece una democrazia vera non può fare a meno di una diversa governance delle attività economiche che oggi si svolgono all’interno dell’impresa.

Che cosa dunque deve cambiare in questa prospettiva?
È necessario un nuovo protagonismo della  comunità per guidare l'autogestione dell'impresa attraverso le sue molteplici espressioni – gli enti di governo locale, i centri di studio e di ricerca e le università, le associazioni del territorio – e poi naturalmente le maestranze, mantenendo ben separato il ruolo dei lavoratori che restano comunque divergenti.

Magari recuperando anche modelli di imprenditorialità virtuosi: penso al caso del comunitarismo di Olivetti.
Era proprio lì che volevo arrivare. Il comunitarismo di Olivetti per la prima volta ha prospettato questa governance più democratica o comunque consensuale per l’impresa. I capisaldi di questa governance, secondo lui, dovevano essere l’università, il governo locale, le maestranze considerate unitariamente al management e, per una quota non superiore a un quarto, la proprietà e gli azionisti. Il problema è che al tempo di Olivetti la società era organizzata intorno all’impresa e l’impresa era centrale rispetto alla società. La centralità della classe operaia rivendicata dalla sinistra era in realtà legata alla centralità dell’impresa nell’organizzazione della società. Oggi qualsiasi ipotesi conflittuale che abbia una prospettiva di trasformazione della società non può prescindere dal territorio. Per questo io penso che riprendere i temi di Adriano Olivetti sia assolutamente giusto, ma che la sua ipotesi di governance vada rivista alla luce dell’importanza che il territorio deve assumere.

Di Riccardo Leandri


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