Martedì, 14 Luglio 2020

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La politica senza politica

  DOSSIER

il paradigma della forza3

«La linea di confine tra la Grecia e la Turchia è il luogo dove il disumano celebra il proprio trionfo. In primo luogo da parte di un carnefice criminale come Erdogan , dall’altra parte a causa delle risposte spietate della Grecia». Così Marco Revelli, docente di Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale, affronta il tema sulla crisi della democrazia.

In effetti ogni discorso sulle istituzioni e sulla politica non può prescindere da quanto sta avvenendo tra Siria e Turchia e con la crisi sanitaria attuale.
È come se il pianeta presentasse tutto insieme il conto e tutti i nodi rimasti aperti in questo inizio di secolo si vendicassero contro l’ignavia con cui la politica, e tutti coloro che monopolizzavano la sfera delle decisioni pubbliche, non ha affrontato le sfide globali.

Lei conosce molto bene la Grecia: come si spiega questa reazione così crudele? La Grecia paga il cambio di governo.
Quello precedente aveva dovuto fronteggiare, seppur con mezzi ridotti al minimo e un’Europa orrendamente avara nei suoi confronti, una grave emergenza economica. E oggi vediamo i soldati greci sparare, respingere, usare gas lacrimogeni contro i più disperati della terra. Lì, direi con un eufemismo, sperimentiamo l’impotenza della politica, misuriamo il suo volto peggiore perché pretende di dire in modo autoritario la propria su questioni che non è in grado di risolvere e non fa altro che peggiorare la crisi balcanica.

imbarcazione

Non è forse questa perdita di capacità di incidere sulla realtà la leva su cui si fonda la forza dei populismi?
Possiamo dire che al cuore della crisi della politica, della liquidazione del suo volto umano, c’è senza dubbio l’emergere con forte virulenza del populismo sia nella forma nazionalista sia sovranista, e in particolare questo populismo radicale di ultima generazione, il populismo dei muri, dell’innalzamento dei fili spinati, del “prima noi italiani”, “America first”, “les français d’abord” e dei reciproci egoismi.

Come è potuto avvenire un tale riduzionismo nel momento in cui, appunto, questione climatica, questione sanitaria e questione economica presentano il conto?
È in atto un perverso gioco sadico della Storia. Ma dobbiamo anche dire che i populismi non nascono dal nulla. Il populismo, nella sue forme embrionali e originarie, è nato una decina di anni fa sulla scena politica, come denuncia dei cattivi funzionamenti della democrazia e della rappresentanza, come protesta diffusa per l’incapacità dei meccanismi democratici di ascoltare i propri popoli.

Il populismo è una forma della politica imputabile a fatti recenti oppure ha radici più profonde?
Il populismo affonda le sue radici in una serie di trasformazioni politico-istituzionali ed economiche iniziate nel corso degli anni ’70 del secolo scorso, accelerate nel corso degli anni ’80 e divenute dirompenti negli anni ’90, che hanno portato alla liquidazione dei precedenti equilibri politici e istituzionali a cominciare dai sistemi di welfare, dal sistema di mercato, dalle politiche sociali di sicurezza, del lavoro e del reddito, dalla Reganomics alla deregulation.

Quella descrizione segna il passaggio al neoliberismo che ha portato, con la libertà dei mercati, alla globalizzazione attuale.

Tale cambiamento fu accompagnato anche da un contesto culturale caratterizzato da un processo di radicale crescita dell’individualismo, diventato l’unica ideologia vincente così come propugnata dalla sig.ra Thatcher, che nel 1983 dichiarò “la società non esiste, esistono solo gli individui”, e gli individui sono per loro natura, sul mercato, competitivi tra di loro. Tutto questo dispositivo insieme ideologico, normativo, economico e che ha reso la logica di mercato, della competizione l’unica logica universale egemone ha creato tutte le pre-condizioni per l’esplodere delle forme di protesta e di disagio che hanno poi preso la forma del populismo.

In effetti si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma, non solo di un modello produttivo, ma anche di modello di società e di uomo.

Pensiamo a cosa significava negli anni ’50 o ’60 l’affermazione “io sono un operaio” e cosa significa oggi. Allora voleva dire appartenere a una classe sociale che era il pilastro di produzione della ricchezza nazionale; oggi invece significa dire se “sono un paria”, riconoscere la propria debolezza sociale, la propria marginalità.

Quale è stato l’elemento decisivo, se c’è n’è uno in particolare, di tale stravolgimento?

Le società democratiche del periodo cosiddetto felice del compromesso socialdemocratico keynesiano si reggevano su società ben strutturate in grandi corpi politici collettivi, i partiti, che raggruppavano fasce di elettorato fedele, stabile, ben consapevole dei propri interessi e dei propri valori condivisi, organizzazioni di rappresentanza sociale autonome dei lavoratori e le organizzazioni imprenditoriali che configgevano tra di loro, ma negoziavano e così raggiungevano equilibri, patti, contratti e così via. Quel mondo che aveva il suo perno centrale nel mondo lavoro è stato travolto, e la sconfitta del lavoro ha trascinato con sé l’indebolimento dei sistemi di welfare, l’abdicazione della politica ai mercati e i politici sono diventati meri esecutori di logiche e decisioni elaborate altrove: i consigli di amministrazione, le grandi banche d’affari, le borse e così via.

Perché la politica non è stata capace di rinnovarsi e di porsi all’altezza delle sfide contemporanee?

Perché questa politica è senza politica. Ossia è una politica che pretende di monopolizzare il discorso pubblico e che nello stesso tempo è impotente ad affrontare i veri problemi di come la gente comune vive, soffre, patisce e prendere quelle decisioni che potrebbero in qualche modo rispondere ai bisogni e ai disagi di parti consistenti della popolazione. È la politica che si vede oggi, che produce appunto una forma come il populismo, che non è un “ismo” come erano stati il liberalismo, il socialismo, il comunismo, e perfino il fascismo, in quanto identità politiche strutturate. Il populismo è nato come un sentimento, come uno stato d’animo, di sofferenza, in qualche caso di risentimento, di rancore, di rabbia, di rivendicazione, di fastidio, che è l’esatto corrispondente di questa politica vuota, che al centro ha un vuoto di proposta e un vuoto di organizzazione. Il populismo è la forma informe che il vuoto assume, che intercetta di volta in volta umori e sentimenti e che i vari imprenditori politici, interessati a massimizzare il proprio consenso, riescono a manipolare anche se questo non gli permette di risolvere i problemi. Questa è l’epoca dei grandi demagoghi che purtroppo si sono moltiplicati dal Brasile agli Stati Uniti, in Inghilterra, in Turchia, in India e naturalmente ci sono anche da noi. 

Di Antonio Guerrini


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