Giovedì, 06 Agosto 2020

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Le epidemie degli altri

AFRICA. Corpi incoronati di sabbia nel Sahel

sahel

Doveva essere seppellita giovedì mattina. Per evitare rischi di contaminazione la sepoltura è stata differita a data da destinarsi. Il suo corpo di sabbia giace in una cella frigorifera della camera mortuaria dell’Ospedale Nazionale, con tariffa doppia rispetto ai nazionali. Angela, morta di AIDS, lascia tre figli nel Paese che aveva lasciato prima di partire in migrazione, il Cameroun. Altre come lei avevano tentato l’avventura in Libia e in Algeria con la segreta speranza di raggiungere, un giorno, l’Europa. Era stata espulsa e assieme ad alcune donne, accolta e protetta in una delle abitazioni gestite dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati a Niamey. Giace, silente, nel freddo artificiale della sua penultima dimora terrena. Prima di tornare alla sabbia dalla quale, come tutti, un giorno era stata generata una cinquantina d’anni or sono.

I nostri corpi sono un incostante composto di sabbia e di vento che viene o va verso il mare. Passa dal deserto e si contamina di polvere con la quale siamo tutti impastati. Di questi tempi sono loro, i corpi, a tornare alla ribalta dopo aver fatto, altrove, esperienza di futile ed effimera dimenticanza. Tornano i volti e tornano i corpi. Quelli che l’epidemia di ebola ha fatto suoi sono stati migliaia. L’ultima in ordine di tempo, nelle Republica Democratica del Congo, ne ha sedotto e poi abbandonato oltre duemila in un anno. Quella iniziata nel 2013 e poi estesasi in vari Paesi dell’Africa Occidentale ne ha generati circa ventimila. Sono passati nel quasi generale silenzio e poi inghiottiti da altri avvenimenti più importanti, perché i corpi dei vivi e soprattutto quelli dei morti non hanno la stessa importanza dappertutto. C’è sabbia e sabbia, si sa.

La malaria o paludismo continua la sua pazza corsa all’eliminazione di corpi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel 2018 i casi di paludismo sono stati stimati a 228 milioni, mentre i decessi imputabili alla malattia sarebbero 405 mila. I bambini di meno di cinque anni ne costituiscono il gruppo più vulnerabile col 67 per cento e dunque 272 mila. L’Africa, per una volta davanti all’Asia del Sud-Est e il Mediterraneo orientale, resta di gran lunga il continente più toccato col novantadue per cento di casi e cioè circa 200 milioni di corpi colpiti da questa malattia. Ogni cinque secondi c’è un bimbo che perde la vita per fame o in sahel2conseguenza di carenze nutritive. Di tutto ciò, di questi corpi umani di sabbia, nessuno o molto pochi parlano perché i corpi non si contano alla stessa maniera e la loro scomparsa non detta la stessa reazione dappertutto. Non funziona la stessa tragica contabilità di questi giorni e i mezzi di comunicazione non usano gli stessi parametri. L’industria e l’economia non si sono fermate neppure un giorno.

Bless è passato stamane e mostrava il braccio nel quale si notava il luogo dove sono state fatte e si faranno ancora altre flebo. Tornato alla sua Liberia di origine è poi ripartito in avventura dalla delusione di quanto ha trovato nel Paese sognato dopo tanti anni di assenza. Né lui né il Paese erano gli stessi di prima. Il suo corpo di bambino-soldato era cresciuto per finire in Libia e, dopo un percorso tortuoso, fino all’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni della capitale Niamey. Dopo qualche settimana d’attesa era nella lista dei partenti per il Paese dal quale era stato abbandonato, forse troppo tardi ha capito di aver sbagliato a lasciarlo. Rimessosi in sesto grazie alle cure mediche giura, sul dio dei migranti, che stavolta tornerà per rimanere nel suo Paese per sempre. Il suo amico si era suicidato e lui aveva informato la sorella.

I corpi perduti nel mare sono in numero imprecisato, non meno di 50 mila dal 1990 fino a oggi e nel deserto i corpi spariti sono stimati, a difetto, 25 la settimana. Corpi incoronati di spine o forse di alloro per l’ultimo banchetto regale dove tutti i poveri saranno invitati e saranno consacrati signori dell’universo. Corpi confinanti per isolare una vita dall’altra, biopolitiche applicate con rigore per fingere di vivere e ponti levatoi tra una strada e l’altra. Corpi presi in prestito dalla sabbia e dal sistema neoliberale che cerca, invano, di non tradirsi. Il grande inganno era cominciato da tempo e solo una precaria insurrezione di popolo avrebbe fatto uscire i corpi dal sepolcro di sabbia.

di Mauro Armanino


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