Giovedì, 06 Agosto 2020

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I settimo sigillo

Contemporaneità di Gergman

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Il settimo Sigillo, indimenticato capolavoro di Bergman (1957), è straordinariamente ‘contemporaneo’. Il virus in atto ha smascherato tutte le nostre debolezze e ha risvegliato l’obliata e ancestrale paura della morte, con tutto il suo corollario di implicazioni psicologiche. Nel film proprio di questo si tratta. L’enigmatica “nobile signora”, accompagna con la sua discreta e puntuale presenza tutto l’incedere del racconto. Ma se il tema centrale ruota attorno alla memorabile partita a scacchi del cavaliere con la morte, lo sfondo storico è quello della grande peste del 1300, l’evento traumatico che devastò l’Europa.

In questa oscura cornice si alternano figure memorabili, dialoghi e monologhi esistenziali sorprendenti, come il cavaliere Antonius Block. Ossessionato dalla ricerca del divino, egli non esita a mettere a nudo la propria anima dilaniata dinnanzi alla morte stessa, celata nelle vesti di un monaco confessore: «… So cosa dovrebbero fare gli uomini, dovrebbero intagliare una figura nelle loro paure alla quale dare poi il nome di Dio… verrà il giorno in cui si troveranno all’estremo limite, sull’orlo dell’abisso».

Ma il cavaliere si dimostra refrattario a una teologia teorica e consolatoria: «Voglio che Dio mi tenda la mano e mi parli, altrimenti penso che non esiste». A cui replica il confessore: «Il suo silenzio non ti parla?». Ma la disperazione del cavaliere arriva fino al punto di interrogare sul mistero di Dio un’eretica condannata al rogo: «se conosci il Diavolo vorrei parlarci, lui sicuramente sa dirmi qualcosa su Dio». Oltre all’anima tormentata e nobile del cavaliere, sfilano nella pellicola altre comparse fondamentali per comprendere la chiave di lettura del film. La famiglia di saltimbanchi anzitutto, spronata dal visionario e giullaresco attore Joph – anima gentile e ironica – che dinnanzi all’infuriare della peste, risponde con le sole armi della poesia, della musica e dei giochi di prestigio.

Ma in questo scorcio, spicca indubbiamente la controparte del cavaliere, ovvero lo scudiero – sorta di alter ego – caratterizzato da un’alterigia agnostica e dissacrante. Questa sua vis polemica viene palesata anche dinnanzi alla sontuosa presenza della morte, che nell’ora ultima tutti raduna al suo cospetto: «Farò silenzio ma mi ribello». L’arte cinematografica di Bergman può collocarsi teoricamente a metà strada fra Kierkegaard e Leopardi. Da un lato il filosofo del paradosso decisionale e dall’altro il poeta che ha osato sfidare il nulla.

Negli splendidi scenari paesaggistici, resi magistralmente vividi dall’utilizzo del bianco e nero, si alternano emozioni contrastanti, sospese fra angosce collettive e affetti ritrovati, funesti presagi di declino e attese apocalittiche. Sale il climax del film durante la processione penitente dei flagellanti che tutto mette a tacere, tranne la paura della fine imminente di tutte le cose. Poi la quiete distensiva nel momento in cui il cavaliere consuma il pasto dell’amicizia fatto di latte e fragole, assieme alla povera famiglia di teatranti. Qui Bergman incornicia una delle scene più toccanti mai realizzate dal cinema. Il volto del cavaliere si rasserena, nell’ attimo in cui assapora il pasto umilmente offerto dai saltimbanchi. Pochi gesti semplici suggellano il valore universale della comunione dei beni e dell’ospitalità. Un assaggio di eternità che il cavaliere non vuole disperdere, poiché vede in quel gesto il solo patto, la sola alleanza in grado di dissipare le tenebre: «ricorderò questo momento, il silenzio del crepuscolo, i vostri volti su cui discende la sera… saranno per me un conforto, qualcosa di sacro in cui credere». E, infatti, i teatranti saranno i soli a salvarsi dalla morte. Non chi sfida dunque la morte a viso aperto avrà salva la vita, ma chi si fortifica nel nucleo degli autentici rapporti umani. Non la solitaria meditazione, figlia delle grandi domande interiori è in grado di dischiudere l’orizzonte escatologico, ma solo la prassi creativa restituisce valore al tempo presente e futuro. Un tempo che è anche riscoperta degli affetti e della nostra umanità più vera, smascherata dai falsi simulacri dell’epoca.

Di Davide Guerrini


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