Martedì, 07 Luglio 2020

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L'ultimo tonfo della ghigliottina toccò a un tifernate!

Cronache d’epoca

cammino

«Una lama di ghigliottina, appena lucente nei bagliori di un’alba piovosa, calava in Perugia sul collo di Adriano Panari parricida diciannovenne di Città di Castello, il 27 settembre 1884». Questo fu l’ultimo tonfo di quell’istrumento che i francesi chiamano il rasoio nazionale. Dopo si ebbe tuttalpiù qualche fucilazione per reati militari. Adriano Panari certo non sapeva che perdendo la testa avrebbe messo una pietra miliare nella nostra storia. Non lo sapeva nemmeno il direttore del “Corriere dell’Umbria” (questo giornale uscì a Perugia dal 1864 al 1877 ndr) che all’evento dedicò appena cinque righe di stampa. Altrimenti se avesse saputo che la testa rotolante quella mattina chiudeva un’epoca avrebbe certo intinto più a fondo la penna

Questo quanto scrive nel suo libro Perugia nella Bell’Epoca Uguccione Raniero di Sorbello che così continua: «I giornali delle grandi città non usavano allora mandare inviati speciali e il ghigliottinamento non ebbe echi. Per fortuna mi sono imbattuto su uno scritto di tale Carlo Marpurco di Roma il quale quel settembre villeggiava a Perugia in casa di certi Faleri-Giannini, così quella mattina sotto la pioggia raggiunse Piazza D’Armi (oggi dei Partigiani ndr) per assistere all’esecuzione e poi descriverla minutamente». Va detto che “l’altrapagina” nel 1986, su questa rubrica, raccontò la storia di Adriano Panari, ma non condita con i particolari dei suoi ultimi minuti di vita mentre si avvicinava al patibolo in quella umida alba gonfia di pioggia che impediva il giorno. Storia ora succintamente riassunta.

Adriano, figlio di un mugnaio benestante, con il molino appena fuori Città di Castello, non volle imparare il mestiere del babbo Vincenzo, preferendo le osterie alla farina. Si innamorò di Maria, figlia di uno scalcagnato macellaio, suscitando il disappunto del babbo. Disappunto che si trasformò in un netto rifiuto quando il figlio chiese il permesso per sposare Maria Ornari Manna. Così stando le cose, Adriano Panari indusse un suo compagno di osteria, Lazzaro Merendini, con il mestiere di “bollettaro” (allora in città erano una quarantina i chiodaioli e bollettari ndr) ad ammazzargli il babbo per dieci scudi. Cinque subito, gli altri a babbo morto come è invalso dire nelle oneste trattative tra commercianti.

Era l’alba del 22 novembre 1873 quando Adriano condusse Lazzaro su una strada dove il babbo doveva passare. Si mise dietro una siepe in vedetta. Lazzaro Merendini assalì il padre sotto gli occhi del figlio, accoltellandolo più volte. Compiuto il misfatto, i due fuggirono per strade diverse. Lazzaro Merendini scelse la strada che riportava in città. Fu visto da qualcuno correre con il viso stravolto per rifugiarsi nella chiesa della madonna delle Grazie. Adriano Panari corse dalla sua Maria. Intanto il padre raccolto in un lago di sangue fece il nome dell’assassino prima di morire. Lazzaro Merendini, arrestato, raccontò tutto. Dieci mesi dopo la condanna: a morte per Adriano Panari, ergastolo per Lazzaro Merendini.

Tutto era stato predisposto per l’esecuzione di Adriano Panari quella mattina alle cinque e mezzo del 27 settembre 1874 in una Piazza D’Armi bagnata dalla pioggia. Il boia era giunto da Palermo la sera prima. (Purtroppo Mastro Titta, il boia di Roma amico dei tifernati – ne giustiziò tre – era morto da quattro anni) aveva con sé un aiutante. Nessuno volle aiutarli. I due passarono la notte sotto la pioggia in quel luogo solitario, a erigere la ghigliottina. Alle quattro antelucane c’era già tanta folla nella piazza. Non erano ancora le cinque e la piazza era colma di cinquemila persone. Una legione di soldati, le guardie doganali e i carabinieri, stentavano a tenere sgombra, attorno al palco della esecuzione, un’area in cui manovrare. Sono ormai le cinque quando da una via laterale appare la “Compagnia della Misericordia” con i confratelli con i cappucci calati, il suono del loro campanaccio e l’aspetto di quei visi con l’occhio a buco vuoto avanzanti dietro una croce altissima e seguiti da un feretro con la cassa mortuaria. Fu sufficiente alla scena un brivido da Medio Evo. Adriano Panari, alto di statura, vestito di nero, senza scarpe, solo un paio di calze celesti, con un fitto velo nero sugli occhi , in testa un largo cappello di feltro, cammina a passi lenti, le mani legate dietro la schiena. La folla comincia a gridare «giù gli ombrelli», tutti volevano vederlo. Il boia, in tela blu, con una sciarpa rossa attorno allo stomaco precedeva il corteo. Il suo aiutante, invece, era tutto bianco e sosteneva Adriano, il quale a un certo momento gli gridò «me volete lascé, tanto 'n dù véd, miga foggo!». Giunti alla ghigliottina il boia ingiunge ad Adriano di inginocchiarsi per ricevere l’assoluzione del cappellano delle carceri. Il pubblico che vedeva poco, bestemmiava e urlava. L’aiutante, afferrato il condannato per i capelli, gli piegò il collo sullo strettoio. Il boia cavò fuori dalla tasca un grosso orologio. Erano le cinque e trenta precise. Tirò la catenella. Il tonfo fu seguito dal comando secco degli ufficiali che ordinarono ai soldati di far fronte all’avanzare della folla fermamente decisa a bagnare almeno un dito nel sangue di Adriano. I soldati ebbero la meglio e finalmente tutti, bagnati dalla pioggia, presero la via di casa. Tante erano le donne in quella piazza che avevano portato anche i bambini per «mostrare loro il castigo che attendeva i figli disobbedienti». Tanti i commenti della gente: «Han fatto bene»; «se lo meritava». Intercalati con voci femminili: «come era tranquillo»; «sembrava un bel giovane».

Quel 1874 a Città di Castello non era successo niente. Il solito tran tran. Anche allo storico Giuseppe Amicizia non resta che segnalare: «si chiude il vicolo denominato Della Pieve, che dal giardino pubblico già Piazza del Cassero, sbocca nella via Borgo Inferiore, ora Cacciatori del Tevere, e che confina con la casa dei signori Bondi, Cavasei, Burchi e col Monastero di tutti i santi (poi Salesiane).

Solo i cantastorie nelle sagre di campagna e nei mercati di paese vendono un foglio giallo e, accompagni da un violino, ne cantano il contenuto: «Chi brama di aver memoria / di questo infelicissimo figlio / si racconta la triste istoria / che non vi costerà un soldo solo…».

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di Dino Marinelli


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