Giovedì, 26 Novembre 2020

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Tiferno da bere

Satira ... ai tempi del coronavirus di Antonio Guerrini

silvia romano2

All’ingresso della città è scritto a caratteri cubitali: qui si va per la città “gaudente”, qui si va tra la “gioiosa gente”. I patroni della città sono indicati di seguito: Florido e Amanzio. L’etimologia dei loro nomi spiega il genius loci: Florido indica gaius, allegro, e Amanzio sta per aman-tino, ovvero amante di ciò che sta nel tino, da cui deriva che l’allegria nasce dal vino. Da tempo infatti Tiferno è dedito alla cultura dionisiaca della santa spremitura I locali della città sono tutti improntati a questa attività economica di eccellenza: le viti campeggiano sulle pareti delle strade, sopra i marciapiedi, negli androni dei palazzi. In piazza è stato piantato “l’albero della vite”, mentre il vino scorre a fiumi nei bicchieri: bianco, rosso, della casa o fuori casa. Ovunque vinerie, pubberie, assaggerie, caffetterie, pizzerie, gelaterie, stuzzicherie per la delizia dei degustatori giovani e anziani, vale a dire dai 12 ai 25 anni. Ma anche di birra nelle sue cinquanta sfumature di rosso, scura, doppio malto, bionda, spumosa, liscia o ferrarelle. In ogni angolo del centro si offrono aperitivi, digestivi, degustativi, olfattivi, aperi-cena, e anche dopo cena, movida, corrida, torcida, in bottiglia o in bicchiere, consumata al tavolo o da asporto, per consumo peripatetico, distensivo, oblativo, bivaccando su scale, scalini, giardini, panchine, monumenti, lasciando i residui ovunque in bella vista, perché si sappia che lì è passato il rito della nouvelle vogue che impazza in città. Il Pro-tiferno da bere2Secco è diventato il re della piazza e qualcuno ha pensato di cambiare nome alla città: “Tiferno da bere”, e come sottotitolo: la città del Pro Secco. Ormai il centro della città va a tutta birra e Only Wine. In Comune sono state fatte scorte di legislatura. Prima di ogni Consiglio comunale si fa l’aperi-seduta e alla fine solo la seduta, che normalmente è distesa. Il risultato amministrativo non è scontato, ma la baldoria è collettiva. Si chiama la “democrazia delle bollicine”. Quando sorge qualche contrasto tra i banchi di destra e di sinistra non si tirano più microfoni e non volano stracci, non si insulta, non ci si accapiglia, anzi! Ci si alza, si va incontro all’avversario, ci si abbraccia in mezzo alla sala, si accenna a qualche passo doble e anche trible, il segretario annota, la dattilografa muove l’anca, l’usciere guarda la paranza, la capogruppo le si affianca e il pubblico accorcia la distanza, i consiglieri accompagnano la danza. Poi interviene il sindaco che decreta: approvato. Segretario, avanti con l’ordine del giorno. Tutti prendono il palloncino, versano il pro-secchino e con il braccio disteso gridano all’unisono: per il popolo! Alla parola “popolo”, il Sindaco si ri-alza e intima al Segretario: faccia l’appello. Sindaco, fa notare il Segretario: non si può fare l’appello a ogni punto della discussione! L’ho già fatto cinque volte! Taccia, intima il Sindaco: il popolo è il popolo, anzi: el pueblo unido Hamas sarà vencido. Il Sindaco alza il braccio e il pugno chiuso, ma, invece, c’è il bicchiere pieno. Secondi, il secondo, fa notare al Sindaco che Hamas è un’altra parrocchia, anzi che quella musica non è farina del suo sacco. Io sono il popolo, risponde il Sindaco, e mi servo di ciò che serve per servire il popolo servo. Pardon: il popolo eletto. Pardon: il popolo elettore. L’assemblea si scalda. E anche il ritmo aumenta. Ogni seduta è una movida incontenibile. Non si erano mai viste assemblee consiliari così partecipate, da anni, anni e il-lustri. Prima di ogni seduta, la piazza si riempie di persone per l’ingresso, una ressa a distanziamento politico come da protocollo. L’usciere applica le regole previste. A ognuno viene misurato il tasso alcolico, fissato prima dell’inizio della seduta a -37 gradi, con l’etilometro; poi gli si infila un tappone in bocca pbott2erché nessuno assuma alcol prima dell’inizio lavori. Per gli amministratori il protocollo è più severo: il tasso alcolico si misura con palloncino: lo si appoggia sul naso come una mascherina e poi si soffia. Se il palloncino si solleva, l’amministratore viene portato in camera di decompressione, se rimane fermo viene ammesso alla seduta, se rimane sospeso in aria, viene portato in camera caritatis, che è sempre molto affollata. Poi prende la parola il Sindaco per le comunicazioni: «Oggi, dopo due mesi… ho interrotto l’isolamento… pardon: il lookbraun… il Danbraun, il broombroom... Scusate, ma non ho studiato il latino... e per la prima volta sono andato in piazza, ho preso una tazzina di caffè con gli amici e ho rivisto il popolo, e quando vedo il popolo mi commuovo. E questa sera dobbiamo assumere per il popolo (pausa di commozione) misure stringenti ancorché cogenti, nonché pedanti, per impedire assembramenti a tutti i deambulanti, cioè a noi cittadini qui presenti e anche ai passanti per non incorrere in nuovi patimenti, che possono favorire la ripresa della pan… della pann… della pann... Secondi come si dice? (... neria, suggerisce sottovoce il il vicesindaco), della paneria, riprende il sindaco a gran voce. Quindi decreto che dalle 23,30 di ogni giorno i panettieri non potranno più somministrare pani integrali o naturali, con lievito o senza lievito, con farina o senza farina, né da asporto né da importo, (Secondi sei sicuro che è così? Vada Vada). Tutte le panetterie resteranno chiuse fino a nuova disposizione. Ora parola all’opposizione: nulla da eccepire. La maggioranza? Vota a maggioranza. La minoranza? È andata fuori stanza. E la stampa? Acconsente ogni circostanza. E il popolo? Se gratta la panza. E il consenso? Cresce con costanza. Bene, dice il Sindaco. Grazie, risponde il pubblico. Prego, ribatte il popolo. L’usciere, unico ammesso col braccialetto antietilico, prende la parola: vorrei ricordare che si parla di alcolici. Per quelli, risponde il Sindaco, dopo le 23,30 offre la casa. La folla esulta in un tripudio di cappelli, di bicchieri e mascherine lanciati in aria. Così rivoluzione è fatta: il Comune è diventato la “Casa del Popolo”.

Di Antonio Guerrini


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