Sabato, 26 Settembre 2020

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Il golpe è solo all'inizio

silvia romano2

Ciascun popolo è la sua storia, non quella ristretta proiettata attraverso l’immagine di alcuni episodi, ma quella grande, espressione di battaglie importanti per costruire un corpo collettivo. È la battaglia, in una società frammentata socialmente, culturalmente ed etnicamente, tra forze che, a volte istintivamente, investono sulla propria emancipazione da strutture di dominazione che le soffocano, e altre forze che non risparmiano energie e risorse finanziarie per mantenere le strutture materiali e simboliche che riproducono i loro privilegi a tutti i livelli. E come qualsiasi altra società, anche la storia boliviana non sfugge a questa regola.

Di fatto il 10 novembre del 2019, a 10 anni dagli ultimi sanguinosi eventi con i militare al potere, in Bolivia abbiamo constatato che il colpo di stato resta la forma storica predominante per cambiare il corso degli eventi.

La situazione politica degli ultimi mesi dell’anno scorso non appariva affatto facile, i boliviani percepivano la complessità e gli scenari erano difficilmente prevedibili. La tensione cresceva, e diversi studi sulle intenzioni di voto avevano pronosticato che, anche in caso di un quarto successo elettorale di Evo Morales, nel secondo turno “il Proceso di Cambio” sarebbe stato interrotto con la vittoria di Carlos Mesa, candidato della destra. Ma la politica non è quella che appare, e all’interno di alcuni settori non c'era affatto la consapevolezza della tensione che stava crescendo con la preparazione di misure antidemocratiche.

mercado1Il precipitare della situazione è stato determinato anche dalla sottovalutazione da parte del Governo dello sviluppo degli eventi e, più che dalla minimizzazione del pericolo, dalla rassegnazione che non ci sarebbe stato niente da fare per evitare un evento come il golpe, nel caso le forze reazionarie lo avessero intrapreso. Questo significa, in forma ipotetica, che il rapporto di forza sociale, al di là della maggioranza dei voti per il candidato indigeno, non era a favore del governo.La democrazia resta il principale spazio di confronto su progetti e interessi. Il tema è che mentre per i ricchi e per l’imperialismo la democrazia rappresentativa, che per loro costituisce solo uno degli strumenti per l’esercizio del potere, è ridotta alla semplice selezione ed elezione di autorità attraverso il voto, per le classi subalterne rappresenta uno spazio nel quale poter affermare la possibilità della sua autodeterminazione.

La destrutturazione del soggetto sociale storico che ha reso possibile la Rivoluzione Boliviana è costata molto cara. Evo Morales lo scorso ottobre ha conquistato la maggioranza dei voti, ma gli hanno impedito di governare, perché già allora non aveva più una forza sociale autodeterminata per difendere il processo politico che aveva per la prima volta aperto loro le porte e consentito a milioni di persone umili di costruire una forma di organizzazione della propria vita superiore a quella capitalista. Una stessa persona non si comporta alla stessa maniera quando assume l’equazione liberale della democrazia “un cittadino, un voto”, o quando invece è parte di una forza sociale autodeterminata che va oltre la democrazia rappresentativa, e che a quel punto è disposta a difendere un processo politico che gli ha aperto la possibilità di conquistare la sua condizione di eguaglianza e di libertà in forma sostanziale.

In Bolivia, nel novembre del 2019, la violenta interruzione del “Proceso di Cambio” che Evo Morales aveva avviato nel 2006 con evidenti risultati in ambito economico e di redistribuzione della ricchezza, ha dimostrato che la drammatica storia di questo paese sudamericano tornava a ripetersi e che le esperienze storico-politiche passate, accadute in altri Paesi del continente nelle ultime decadi non avevano insegnato niente. Evo Morales è stato il 4° presidente della Repubblica destituito con metodo antidemocratico in questa prima parte del XXI secolo. È avvenuto prima con Manuel Zelaya in Honduras (2009), con Fernando Lugo in Paraguay (2012) e con Dilma Rousseff in Brasile (2016). Quattro presidenti di Paesi governati da coalizioni progressiste e di sinistra non graditi a Washington.

mercado3Quali sono, in sintesi, le ragioni che hanno determinato il colpo di stato in Bolivia? Ne elenco sinteticamente quattro. La prima: chiudere una esperienza di governo risultata vincente sul piano economico. Le caratteristiche di una economia fondata sulla crescita ma anche sulla redistribuzione e sulla giustizia sociale, rappresentava per gli Stati Uniti e per le élite locali l’esempio peggiore. Dimostrava che la sinistra e il progressismo avevano la capacità di essere contemporaneamente buoni, giusti ed efficienti. Secondo: interrompere un “Proceso di Cambio” che, assegnando allo Stato il controllo pubblico delle risorse naturali, aveva interrotto il ciclo del capitale transnazionale nelle condizioni del XXI secolo, caratterizzata dal libero e ininterrotto movimento di capitali, senza alcuna alterazione da parte della politica. Da questo deriva la particolare attenzione per le riserve di litio della Bolivia, le più grandi del pianeta, e che rappresentano una fonte di energia non fossile di grande valore per le corporazioni transnazionali.

Terzo: recuperare, come si richiede che si muova il capitale nella fase di espansione illimitata, il potere politico da parte di quelli che il potere economico non lo avevano mai perso. L’obiettivo era impedire che in Bolivia si passasse da una rivoluzione politica a una rivoluzione sociale propriamente intesa. Quinto: riconvertire la Bolivia in un alleato fedele senza cambiare le sue storiche condizioni di “Paese tampone” della sub-regione dell’America Latina. Nella geopolitica un Paese vale non solo per la sua posizione o per le risorse di cui dispone, e questo fa della Bolivia un Paese importante, ma anche per la volontà e/o la capacità politica del suo governo e della sua struttura statale.

mercado4Con Morales, questo piccolo Paese, situato nel cuore del Sud America, stava cominciando a giocare un ruolo attivo a livello internazionale, senza sottomettersi agli Stati Uniti. All’interno dei temi dell’agenda mondiale, la Bolivia era diventata un “giocatore strategico”. Come ha scritto Rafael Bautista «….il golpe in Bolivia in realtà è l’inizio di un golpe continentale, una riconfigurazione del disegno centro-periferia: un nuovo mappamondo disegnato dal Pentagono, con una divisione del mondo in due, l’ordine o il caos, oppure, in linguaggio evangelico, il cielo o l’inferno, però con tutto che avviene in questa terra. Per questo non è affatto illogica l’imposizione di un regime incostituzionale in Bolivia: è l’anticamera dell’ "anomia statale” che si afferma cancellando la sovranità nazionale e provocando, senza alternativa possibile, la feudalizzazione degli Stati periferici».

Durante questi 14 anni di governo guidato da Evo Morales, sono accadute molte cose, positive e negative, di avanzamento e di arretramento, delle quali dovremo tenere conto come insegnamento. Però una cosa sarà impossibile negare quando si scriverà la storia: il Proceso di Cambio e il governo di Evo Morales rappresentano un evento tra i più positivi della storia della Bolivia.

Di Hugo Moldiz Mercado


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