Mercoledì, 28 Ottobre 2020

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Un referendum che indebolisce la politica

Editoriale. Referendum per il taglio dei parlamentari

silvia romano2

Chi di demagogia ferisce di demagogia perisce. Così si potrebbe parafrasare il referendum del 20 settembre, bandiera dei 5 Stelle. La demagogia è un Giano bifronte: con una faccia seduce e con l'altra distrugge. Anche le aspirazioni più alte e condivise, quelle che vanno incontro ai desideri più sentiti della gente. Chi non è d'accordo per la riduzione dei costi della politica, tagliando il 36% dei parlamentari? Ma poi ci si chiede se diminuendo il numero degli addetti non si finisca per creare una oligarchia più ristretta e più agguerrita. Ci si chiede anche se i veri costi della politica dipendano dai vitalizi e dal numero degli eletti e non piuttosto dalla pletora di personale, addetti, funzionari, uscieri, parrucchieri, medici, dentisti, autisti presenti in Parlamento, che godono di stipendi similonorevoli, e non piuttosto dalla mancanza di riforme strutturali come quella annosa del bicameralismo imperfetto, la riforma elettorale, la riforma dei collegi elettorali, ecc. Puntando solo sulla quantità non risolve peraltro il grave problema della selezione della classe dirigente, la cui qualità non dipende dall'essere in pochi e con pochi soldi, ma dal tenore culturale, ideale, etico, politico dei partiti che dovrebbero produrrla.  Forse si ricorderà che, appena eletti, i ministri grillini si recarono in Parlamento ostentatamente a piedi o in autobus, Fico e Di Maio, con tutto il codazzo di ministri. Rinunciarono alle auto blu per dire alla gente "siamo come voi", ma la loro performance obbligò lo staff di protezione a dispiegare un sistema di sicurezza più costoso delle auto blu. Gli stessi oggi viaggiano in auto superblindate, votano sulla piattaforma Rousseau, credono che la democrazia digitale soppianterà il Parlamento (Casaleggio e Grillo), votano il terzo mandato, le alleanze con i partiti tradizionali, volute dalla base e smentite dai dirigenti. Un film già visto nella prima e nella seconda Repubblica. Se si guarda solo alle parole, all'effetto che fa, alla quantità piuttosto che alla qualità, al frammento privo del contesto si finisce per inquinare anche le aspirazioni più diffuse, come quella di voler ridurre l'indubbio eccesso di parlamentari.

Ma ormai il dado è tratto e i motivi del No stanno conquistando anche quell’elettorato che in teoria sarebbe favorevole a una riduzione dei parlamentari e alla riforma del bicameralismo, ma che non accetta più il modo dilettantesco con cui il problema è stato posto, con il rischio reale di ritrovarsi un Parlamento indebolito, una assemblea di nominati, senza una reale diminuzione dei costi. Queste sono solo alcune criticità.

Ma su tutte risalta un aspetto di cui forse si parla poco e non nella giusta prospettiva. Se vincesse il Sì, gli esecutivi prevarrebbero sul Parlamento e le segreterie, che nominano gli esecutivi, avrebbero un potere straordinario: indicare i nominati delle assemblee elettive, condizionare la formazione degli esecutivi in modo più forte di quanto non avvenga ora. Considerando anche la tendenza leaderistica prevalente in quasi tutti i partiti, significherebbe concentrare il potere in pochissime mani. Questa ipotesi va incontro a chi da tempo chiede il rovesciamento dei poteri costituzionali, ovvero di rafforzare gli esecutivi e di indebolire i controlli. Ci aveva provato Renzi su suggerimento di Napolitano. Ma prima di loro le grandi banche d’affari come la J. P. Morgan, le Corporation, le multinazionali, chiedendo una revisione delle Costituzioni europee scaturite dalla seconda guerra mondiale ritenute “socialiste” perché danno troppo potere alle Assemblee elettive, alle Regioni, ai sindacati ecc., mentre per liberare il mercato da questi "impedimenti" bisogna riformarle rafforzando gli esecutivi, con meno controlli, meno poteri intermedi, meno informazione ecc. Sarebbe riduttivo e fuorviante pensare che si tratti solo di una semplice questione di attaccamento alle poltrone e ai soldi. Indebolire la politica in questo momento in cui le persone di Davos, le multinazionali fanno soldi anche sulle disgrazie del Covid, significherebbe  consegnarsi armi e bagagli ai nemici che si dice di combattere.

Redazione


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