Martedì, 24 Novembre 2020

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Storia locale. Un matrimonio tifernate nel 1948

ANNA E MARIO

silvia romano2

La Seconda guerra mondiale è finita da tre anni: l’Italia come la nostra città è piena di macerie materiali e morali, la povertà dilaga e le tensioni sono allo spasimo.

In questa temperie si devono celebrare le prime libere elezioni politiche a suffragio universale. C’era stato nel 1946 il referendum costituzionale tra Monarchia e Repubblica in un clima condizionato da forti pressioni esterne e da pesanti brogli nello scrutinio dei voti e soltanto l’amore di patria del Re Umberto di Savoia evitò una guerra civile con la sua partenza per un ingiusto esilio.

Dunque le elezioni del ’48 avrebbero deciso il nostro futuro: se rimanere nel mondo libero oppure passare nell’orbita sovietica. Con la vittoria netta dei partiti filo-occidentali inizia il faticoso cammino verso la democrazia.

In questa grande Storia s’inserisce, come sempre, quella piccola delle persone comuni: quella oggetto di questo racconto si svolge a Città di Castello nel rione Mattonata, il luogo più povero della città, pieno di brava gente che aveva cibo scarso, un vestito stinto le donne, le quali avevano come massima aspirazione “lavorare ai Tabacchi”, calzoni con le toppe gli uomini che speravano nella “fortuna di sposare una tabacchina”. Rione popolare e popoloso quello di Porta S. Maria ma non populista, con regole proprie, spontanee e perciò da tutti osservate. Se c’era un vicino malato gli veniva portato quasi magicamente un brodo, due mele cotte, qualcosa comunque… gli uomini avevano spesso ‘le toppe al culo’, ma dalla precisione con cui venivano fatte conseguiva il giudizio sulla moglie… “precisa” oppure “ciacciona”… Le scazzottate per i più diversi motivi erano frequenti e spesso violente, ma appena uno dei contendenti cadeva a terra diventava intoccabile, chiunque avesse osato colpirlo con un calcio sarebbe stato picchiato dagli altri e quasi disonorato.

1948 2In tale contesto s’inseriscono i protagonisti della vicenda narrata, Mario e Anna “che fanno l’amore” con la quasi complicità della mamma di lei, Rosa, e il finto disinteresse del padre Beppe… però qui “succede il fatto”: Anna rimane incinta! Il rigido costume dell’epoca impone una serie di peregrinatio Mariae, le scuse da parte di lui ai genitori di lei, il perdono da questi concesso ancorché fatto molto desiderare e infine la celebrazione del matrimonio riparatore. Il tutto avviene come da copione: ora c’è da stabilire la cerimonia, il giovane Mario si allinea tranquillo ai suoceri che sono di provata osservanza comunista come d’altra parte la famiglia di lui; ma quando il promesso sposo annuncia, presente la sua Anna, l’intenzione di “andare a fare le carte in Comune” Rosa ribatte «e dal prete quando ci vai?» - «Ma noi siamo comunisti, che c’entra il prete!» replica il ragazzo. Qui comincia un battibecco politico-religioso, troncato da urla furibonde con tanto di bestemmie in serie da parte del futuro suocero che a mani alzate grida: «Non ti butto giù per le scale perché non capisci… che c’entra il comunismo… qui c’è il matrimonio che i preti celebrano da 2000 anni e che è per tutta la vita». In Comune c’erano i massoni, poi sono venuti i fascisti, oggi ci sono i comunisti e «Pù domani vatte la pesca chi arriva… ma loro en sempre me lè e comandono!». Conclusione: venti giorni dopo Mario e Anna si sposano a S. Maria Maggiore con la benedizione di Don Giuseppe Malvestiti (“don Testina”) e a Beppe e Rosa spuntano le lacrime. 

Di Paolo Dottor Ducci


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