Mercoledì, 28 Ottobre 2020

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Lettera da Babele

L'inganno del nazionalismo sacrale

poesiaSono passati quarant’anni da quando il sociologo americano Christopher Lasch ha pubblicato il saggio La cultura del narcisismo. In quell’opera Lasch metteva in evidenza che l’antropologia dominante tendeva a vedere in ciascuno un rivale con cui competere, generando al tempo stesso ansia, incapacità di leggere gli eventi su di un piano storico, estremo bisogno di gratificazione immediata. L’attuale crisi della globalizzazione intreccia queste caratteristiche con la ripresa del mito nazionalista. I confini politici delimiterebbero una comunità di persone omogenea, con la stessa lingua e gli stessi valori. Una delle operazioni più disoneste e manipolatorie legate a queste forme di “narcisismo collettivo”, un narcisismo geopolitico che non può che portare ad esiti funesti, consiste nel rivestirlo di una patina religiosa. Bernhard Dräseke, vescovo protestante di Braunschweig-Magdeburgo, scriveva nel 1813: «Tutti i templi, tutte le scuole, tutti i municipi, tutti i luoghi di lavoro, tutte le case e tutte le famiglie devono diventare arsenali in difesa del nostro popolo contro tutto ciò che è straniero e malvagio. Il cielo e la terra devono unirsi in Germania. La Chiesa deve diventare uno Stato per accrescere il suo potere, e lo Stato deve diventare una Chiesa fino a essere il Regno di Dio. Soltanto quando saremo diventati devoti in questo senso, e ci uniremo tutti in questa devozione, e diventeremo forti in tale unità, non dovremo mai più sopportare un giogo». Sono passati due secoli, quello che è ormai improponibile almeno dal Concilio Vaticano II sembra tornare in alcune ideologie politiche che brandiscono come armi simboli religiosi, profanandoli. Si richiamano magari a qualche autore tirato giù dalla soffitta, e dimenticano la Bibbia. La quale racconta certo dell’amore di Dio per un popolo, quello di Israele. Ma come segno dell’amore universale per tutti i popoli, fino a raccontare non la sola liberazione di Israele dalla schiavitù d’Egitto, ma anche quella di altri popoli. Il profeta Amos incalza i suoi distratti contemporanei riportando queste domande divine: «Non siete voi per me come gli Etiopi, figli d’Israele? Oracolo del Signore. Non sono io che ho fatto uscire Israele dal paese d’Egitto, i Filistei da Caftor e gli Aramei da Kir?» (Am 9,7). Quanti “esodi” al plurale: gli Ebrei dall’Egitto, certo, ma anche i Filistei da Caftor e gli Aramei da Kir: Dio è presente in ogni vicenda di liberazione. Il profeta Geremia spezza l’inganno di credersi “razza pura”. C’è un re pagano Ciro che è ‘l’eletto del Signore’ (Is 45,1), o Nabucodonosor che è ‘il servo del Signore’ (Ger 27,6), e di Dio, che non è Dio del suo popolo «solo da vicino, […] ma anche da lontano» (Ger 23,23).

Parlare di nazionalismo sacralizzando la storia e gli interessi del proprio Paese è un inganno e una mistificazione, capaci di offendere allo stesso tempo sia la politica che la religione. Non è un errore parlare di comunità politica, di senso di appartenenza, purché si sia consapevoli che lo si è sempre in un contesto plurale, in un intreccio di relazioni e di contributi. L’uso strumentale che della religione cercano di fare politici come Trump negli Usa, Putin in Russia, Erdogan in Turchia, il Daesh, Orban in Ungheria e qualche altro emulo in Europa rappresentano un esempio molto pericoloso di narcisismo non più solo personale, ma anche sacrale.

Di Anselmo Grotti


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