Mercoledì, 28 Ottobre 2020

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Da Urbino a Città di Castello, a Firenze, a Roma

DOSSIER - Raffaello: 500 anni dalla morte Intervista a Nicoletta Cosmi, docente di Storia dell'Arte

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In vita, l’Urbinate è stato accolto con stima e affetto in tutti gli ambienti frequentati: a Città di Castello, a Perugia, a Firenze, a Roma, oltre che nella città natale. Lo stesso Vasari colloca, opportunamente, la sua opera nel quadro della ricerca artistica che in quegli anni «raggiunse la somma perfezione», riferendosi a Michelangelo, a Leonardo, a Bramante e, quindi, al giovane di Urbino. Partiamo dalla città dei Duchi del Montefeltro.

Sì, è fondamentale l’ambiente culturale e artistico in cui è nato e cresciuto Raffaello. Il suo babbo, Giovanni Santi da Colbordolo (1440/45-1494), lavora per il Duca di Urbino. Anche se non fu «pittore molto eccellente» (G. Vasari), fu padre attento ad indirizzare il figlio sulla strada della ricerca artistica. È noto che, ragazzo, Raffaello partecipa insieme al babbo alla realizzazione della Sacra conversazione e Resurrezione dipinta a Cagli (Chiesa di San Domenico, Cappella Tiranni). Alla mano dell’«allievo» quindicenne è assegnata la Madonna con il Bambino (1498), affresco conservato in Casa Santi, ad Urbino.

Nello Speciale dedicato dall’«Altrapagina» a Raffaello nello scorso mese di giugno si mette in evidenza l’esperienza umana del giovane urbinate e, in particolare, si fa riferimento agli anni e alle opere tifernati. Può tracciare un profilo del Raffaello castellano?

Sono diverse e notevoli le opere realizzate in Umbria e, particolarmente, a Città di Castello, a cominciare dallo Stendardo processionale della Santissima Trinità (1499), senza dire della cosiddetta Pala Baronci (1500-1501), della Crocifissione Mond-Gavari (1503-4), dello Sposalizio della Vergine (1504). La Deposizione Baglioni, commissionata da Perugia, viene realizzata a Firenze (1507). Purtroppo le opere tifernati ebbero storie particolari e - in alcuni casi - dolorose. La Pala Baronci, dipinta in collaborazione con Evangelista da Piandimileto per la Cappella Baronci della Chiesa di Sant’Agostino, danneggiata nel 1789 in occasione del terremoto che colpì la città tifernate, è un dipinto smembrato e parzialmente disperso (Napoli, Capodimonte; Brescia, Pinacoteca Tosio-Martinengo; Parigi, Louvre). La Crocifissione, commissionata dalla famiglia Gavari per la Chiesa di San Domenico, risente molto dell’influsso del Perugino. Oggi è conservata a Londra (National Gallery), mentre la predella è condivisa tra Lisbona (Museo nazionale d’arte antica) e Raleigh (North Carolina Museum of Art). Lo Sposalizio della Vergine (oggi a Milano, Pinacoteca di Brera) fu commissionato dalla famiglia Albizzini e realizzato nella Chiesa di San Francesco (Cappella di San Giuseppe).

Dal 1504 al 1508 Raffaello opera a Firenze, dove trascorre un periodo di intensa attività. Può descriverci le opere realizzate e il senso della esperienza fiorentina?

Firenze è una tappa fondamentale nella crescita artistica di Raffaello. In quegli anni, due geni assoluti (Michelangelo e Leonardo) stavano ultimando i cartoni per i due grandi affreschi da realizzare sulle pareti del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio. Fuori del Palazzo, dominava il David del Genio di Caprese. La plasticità e il chiaroscuro michelangioleschi da un lato, la grazia e l’espressività dei dipinti del Genio di Vinci impressionano il giovane urbinate, che si fa apprezzare dall’ambiente colto fiorentino per il quale realizza Madonne e ritratti di altissimo pregio, confermando il giudizio di Giovanna Feltria (1° ottobre 1504) che aveva raccomandato «l’ingegno» del giovane a Pier Soderini. Era l’8 settembre 1504 quando l’Urbinate consegna la lettera al Gonfaloniere fiorentino: è l’inizio di un’esperienza di formazione che ha segnato nel profondo l’arte e la cultura di Raffaello. Sono gli anni del Dittico Doni (1505-6), due ritratti dipinti in pendant, tenuti insieme da una “incorniciatura a sportello”, arricchiti nel “verso” del ritratto di Angelo Doni dal Diluvio degli Dei (episodio delle Metamorfosi di Ovidio) e nel “verso” del ritratto di Maddalena Strozzi dall’episodio della rinascita dell’umanità narrato da Ovidio: due allegorie ben auguranti della fertilità degli sposi. Sulla scia di Leonardo, il giovane urbinate realizza altri ritratti, nei quali si ammira la capacità di indagare nella psiche dei personaggi, con il gusto di ispirazione fiamminga nella rappresentazione dei particolari.

cosmi2Giuliano della Rovere (1443-1513), tristemente noto a Città di Castello per aver guidato nell’estate del 1474 l’assedio disastroso per i tifernati, viene eletto Papa nel 1503 ed elabora un ambizioso programma politico e culturale che realizza quasi compiutamente in 10 anni.

Il Pontefice Giulio II vuole a Roma Michelangelo (36 anni), a cui affida la realizzazione degli affreschi della Cappella Sistina (che porta il nome di suo zio, Sisto IV); ma vuole a Roma anche Raffaello (25 anni) per affrescare le stanze del suo appartamento privato. A Roma l’Urbinate realizza il ritratto di Papa Giulio II (1512): «tanto vivo e verace, che faceva temere […] a vederlo, come se proprio egli fosse vivo» (G. Vasari) e, insieme ai suoi collaboratori, dipinge la Stanza dell'Incendio di Borgo, la Stanza della Segnatura, la Stanza di Eliodoro, la Sala di Costantino. Il Vero, il Bene, il Bello sono gli oggetti visualizzati nell’iconografia della Stanza della Segnatura (1508-10): Scuola di Atene, Le Virtù Cardinali e Teologali, La Disputa del Sacramento, Il Parnaso. L’intervento di Dio nella Storia, in difesa della Chiesa, è il tema della Stanza di Eliodoro (1512-14). Nella Stanza dell'Incendio di Borgo (1514-17), già Sala da pranzo, la volta viene dipinta dal Perugino (1514-15). Raffaello e i suoi collaboratori celebrano le gesta di antichi papi di nome Leone, che hanno tutti il volto di Papa Leone X de’ Medici. La Sala di Costantino (1519-25) è realizzata da allievi e collaboratori: celebra il trionfo della Chiesa, secondo il desiderio di Leone X e Clemente VII de’ Medici.

Raffaello a Roma ha realizzato i suoi capolavori pittorici, si è occupato di architettura ed ha vissuto gli anni di maggiore creatività, toccando vertici inarrivabili nella concezione e nella realizzazione di opere d’arte. Ma, è così?

I tredici anni romani (1507-1520) rappresentano l’apice della creatività dell’Urbinate. Basti ricordare - oltre alle opere citate e al Trionfo di Galatea (1512) realizzato nella Villa Farnesina del banchiere senese Agostino Chigi - i vertici conseguiti nella ritrattistica: la Madonna Sistina (1513-14), La Velata (1516 ca.), La Fornarina (1518-20). Oppure lo splendore delle Logge (1518-19), ambienti realizzati insieme ai suoi collaboratori su altrettanti piani del Palazzo Apostolico, e della Loggia di Amore e Psiche (dalle Metamorfosi di Apuleio), realizzata nella Villa Madama (1517-19), dimora del Card. Giulio dei Medici (Papa Clemente VII dal 1523 al 1534). Infine, vanno ricordati i 10 arazzi dipinti per la Cappella Sistina, commissionati da Leone X ed eseguiti tra il 1515 e il 1516. Cosciente del confronto con Michelangelo, Raffaello attinse a un vastissimo repertorio figurativo, spaziando dall’arte antica fino alla genialità dei suoi contemporanei (Leonardo e Dürer). La forma scelta dall’Urbinate ebbe vasta eco nel mondo dell’arte del Cinquecento e del Seicento; ne furono influenzati significativamente i Carracci e Guido Reni.

La morte dell’Urbinate, il 6 aprile 1520, fu pianta da allievi, stimatori e uomini potenti. Raffaello fu seppellito all’interno del Pantheon, a sottolineare la trascendenza della sua arte. Lorenzo Lotti, suo allievo, realizzò (1523-24) la Madonna del Sasso, che sormonta la tomba, sulla quale campeggia il celebre epitaffio dettato da Pietro Bembo:

ILLE HIC RAPHAEL TIMUIT QUO SOSPITE VINCI

RERUM MAGNA PARENS ET MORIENTE MORI*

*Qui è quel Raffaello da cui, finché visse, Madre Natura temette di essere superata, e quando morì temette di morire con lui.

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