Martedì, 24 Novembre 2020

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Il cattolicesimo democratico non è morto

silvia romano2

Nel 1970 eri un giovane studente universitario, ma già impegnato politicamente nella DC. Come maturò la tua scelta politica allora?

Il clima culturale e religioso che maturò in me l’impegno politico-partitico era caratterizzato dal forte rinnovamento che la stagione del Concilio Vaticano II aveva portato nella Chiesa e nei giovani cattolici. La necessità del “fare politica” per tradurre, in modo laico e autonomo, l’ispirazione cristiana mi fece approfondire la dottrina sociale della Chiesa e la storia del movimento cattolico. Compresi che le istanze di giustizia, fratellanza e libertà dovevano essere concretizzate con serietà nella polis. La scelta di un partito, visto non come il fine a cui tutto sacrificare, ma come uno strumento, ricadde nella Democrazia Cristiana, poiché in essa pensavo di portare avanti, con piena libertà e indipendenza, i valori che mi motivavano.

La situazione politica in quegli anni era in fermento: il ’68 aveva rotto gli schemi tradizionali di vita, la Chiesa si stava rinnovando, la guerra in Vietnam scaldava le opinioni pubbliche mondiali, la DC aveva aperto alla sinistra. Il mondo si era messo in movimento e con esso la politica. Cosa avvenne in quel periodo nel tuo partito?

Il ’68, con quello che poi fu giustamente definito “l’ottimismo del possibile cambiamento”, il ricordato rinnovamento conciliare, l’importanza della Populorum Progressio di Paolo VI, l’attenzione ai temi della pace e degli squilibri internazionali furono fenomeni che investirono tutte le forze politiche. La DC non ne fu indenne. Ecco perché, insieme ad altri amici, giovani e non, promuovemmo a Città di Castello e in Umbria “Forze Nuove”, corrente di sinistra della DC. Partecipavamo con passione a convegni e iniziative culturali; ci formavamo grazie alle lezioni del sociologo Achille Ardigò, dello storico Pietro Scoppola, alla lucidità di Aldo Moro, alla tenacia di Tina Anselmi, alla frequentazione di Guido Bodrato e di Carlo Donat-Cattin. Grazie ai tanti amici nazionali che apprezzavano il nostro entusiasmo e la nostra carica, crescevamo in numero e in qualità, riunificando, anche in Umbria, le varie correnti della sinistra democristiana. Da Roma i riferimenti nazionali comprendevano la nostra difficoltà nell’essere democristiani in una regione rossa e nello stesso tempo appartenenti all’ala sinistra di un partito prevalentemente moderato. Dai vertici nazionali della nostra corrente, tuttavia, ci fu sempre l’invito a studiare, approfondire ed essere radicati nel territorio: insomma, a quei tempi la cooptazione era per merito, e non per fedeltà e cieca obbedienza.

All’epoca le sezioni giovanili dei partiti erano in fermento: al loro interno si discuteva di tutto, della politica nazionale e di quanto avveniva nel mondo. Oggi invece sembra che le cose più interessanti avvengano al di fuori dei partiti, ripiegati su se stessi, che non riescono più ad attrarre i giovani. Come è potuto avvenire tutto ciò?

cilibertiI movimenti giovanili, anche allora, non coinvolgevano tutti i giovani, ovviamente, ma quelli che tra loro sceglievano di fare politica si formavano tutti al loro interno. Il “conflitto generazionale” non si basava sull’età ma sulla sfida a studiare di più e a essere credibili. Oggi il giovane che volesse far politica dove potrebbe formarsi? Lo spettacolo di molti politici è penoso, la credibilità dei partiti si assesta a percentuali minime, i luoghi una volta deputati alla formazione sono evaporati. Eppure, senza la linfa giovanile che sia scevra da cinici opportunismi, non vi è alcuna speranza di un cambiamento radicale. C’è qui un grande terreno da arare, e la stessa Chiesa potrebbe avere un enorme spazio.

Come era articolata la politica all’epoca e come è cambiata in questi 50 anni?

Pur essendoci anche allora un modo di far politica insufficiente, verticistico e autoreferenziale, la passione partecipativa era però forte e incoraggiata da leader lungimiranti. Il contatto personale aveva valore, la credibilità era valutata dalla società civile, con rispetto ma senza sconti. Il trasformismo, piaga eclatante di oggi, era impedito dal fatto che i cittadini che ti sceglievano erano anche coloro che vigilavano e controllavano il tuo operato, una volta eletto. Oggi la fine delle ideologie ha lasciato il posto a un pragmatismo a-valoriale, attento prevalentemente ai sondaggi del momento. Abbiamo una selezione di classi dirigenti basata più sulla cooptazione dei fedelissimi che non sul merito e sul radicamento nel territorio. A tutto ciò vanno aggiunti i forti impulsi a favore di scorciatoie decisionali, che svuotano di fatto la democrazia, già attaccata da populismi egoistici e demagogie superficiali. I valori di riferimento costituzionali che tenevano insieme, pur con aspri scontri, DC, PCI e forze di destra oggi sembrano non essere più condivisi, e ciò che era dato per acquisito sul piano delle libertà è profondamente scosso da linguaggi e contenuti inquietanti.

Dopo la caduta del Muro il mondo si trova di nuovo alle prese con nuovi epocali cambiamenti: clima, migrazioni, riarmo, guerre, Cyber war, ingegneria genetica, pandemie. Nonostante ciò, i partiti non riescono a dare risposte a questi problemi e alla crescita imperiosa delle disuguaglianze. Le cose più interessanti sembrano avvenire al di fuori del loro perimetro. Perché?

barbatoNon c’è una sola causa per spiegare tale negativa osservazione. Ne delineo alcune. Non è chiaro da quali elementi siano caratterizzate le fonti di ispirazione culturale che dovevano sostituire le ideologie ottocentesche, almeno nei partiti che a esse si ispiravano. Mi pare di poter dire che il trionfo del capitalismo più o meno depredatore venga accettato come dato di fatto, quasi naturale e necessario. Se eliminiamo il pensiero di qualche “profeta nel deserto”, chi era già comunista e/o socialista oggi quale piattaforma non demagogica ma profondamente riformatrice porta avanti? Le riforme, anzi, spesso vengono temute dal popolo, e giustamente, poiché esse segnano arretramenti sul piano dei diritti sociali ed economici (pensioni, lavoro, welfare). Quale forza politica si fa veramente carico di dire la verità nelle campagne elettorali e di compiere scelte a favore degli ultimi della società, degli esclusi, dei senza voce? Il magistero di Papa Francesco fa scalpore, perché con efficace semplicità ricorda a tutti le ingiustizie sociali, gli squilibri e le sperequazioni economiche e i dissesti ambientali. Tutti argomenti, questi, che solo marginalmente sembrano appassionare il dibattito politico in Italia. I cattolici democratici, dopo tanti anni di appannamento, pur da posizioni di minoranza, possono essere un elemento di sprone per riportare al centro del dibattito i valori della ispirazione che li ha caratterizzati nelle migliori stagioni dell’Italia.

Questo Papa vuol rinnovare la Chiesa predicando il ritorno allo spirito originario del Vangelo. Eppure sembra avere più nemici al suo interno che al di fuori del mondo cattolico. Perché tanta ostilità?

Il Magistero di Papa Francesco è radicale nella sua semplicità; cerca di applicare il Vangelo sempre. Bergoglio legge la realtà, vede e denuncia le ingiustizie, la povertà, i disastri inferti al Creato, la cultura dello scarto, e con insistenza chiede, ai cristiani in primis, di agire. Scuote così le nostre coscienze, ci invita a praticare la Carità nel contesto storico in cui siamo inseriti. Propone un Dio misericordioso che accoglie, non condanna la persona ma non fa sconti nei confronti dei mali sociali. Questo dà fastidio, turba i disegni del commercio di armi e di uomini, dell’inquinamento e della ingiustizia. I colpiti si organizzano, e lo attaccano, trovando sponda in chi, all’interno della Chiesa, rimane ancorato a visioni moraleggianti e devozionali. Eppure quella di Papa Francesco è una voce potente e un punto di riferimento autorevole. A noi, cristiani e non, sta il decidere di aiutare il suo sforzo. ◘

Di Franco Ciliberti


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