Giovedì, 15 Aprile 2021

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Il Gazebo Anti-Covid

Città di Castello. Racconto fotografico

silvia romano2

gazebo stanno nascendo come funghi in città. Quelli che si vedono sono gli ultimi due della serie. Un panettone più grande e uno più piccolo. Manca solo il fiocco rosso natalizio per farli somigliare a un regalo. Ma anche senza fiocco pare proprio trattarsi di qualcosa di simile: la chiusura di un occhio se non di tutti e due.

Gli ultimi Dpcm emanati a raffica per fronteggiare la pandemia hanno previsto anche procedure agevolate per l’installazione di tensostrutture, transitorie e non permanenti,  che consentano lo svolgimento di attività di ristorazione in situazioni protette per clienti e avventori. Nulla da eccepire: lavoro e salute non si discutono. Ma tutto dovrebbe avvenire con accortezza. Nel rispetto delle norme urbanistiche, dei regolamenti di arredo urbano e dei contesti storici. Non che si possa installare un gazebo quasi in mezzo a una piazza rinascimentale simil Drive in, incelofanato, senza tenere conto del dintorno. Il funzionario preposto, in prima istanza, al trattamento della pratica avrebbe sollevato sollevato più di una eccezione sulla istallazione  cosa che ha convinto i richiedenti a rivolgersi al livello politico.  L’assessore contattato pare, come dice Crozza, abbia bypassato completamente la struttura tecnico-urbanistica, ovvero ingegneri, architetti e geometri, affidando l’incarico all’ultimo dirigente arrivato in Comune a seguito di concorso, il quale, poveretto, conoscendo ancora poco la città e i metodi della politica ha fatto per così dire “il lavoro sporco” .

gazzebo anticovid1È pur vero che il diritto al lavoro non si può negare, ma non lo si può nemmeno affermare opprimendo un altro diritto: nella fattispecie quello dei cittadini di godere del proprio centro storico e di pretendere che non si deturpi oltremisura la sua natura di monumento storico di valore culturale. La città ha già subito a causa della malapolitica sfregi incalcolabili per interessi particolari di qualcuno, più o meno potente, più o meno cliente. 

Agli amministratori bisogna ricordare che l’Italia è una invenzione culturale: non è nata da una rivoluzione politica ma da una rivoluzione culturale, come sostiene Aldo Cazzullo nel suo ultimo libro su Dante. Un Paese inventato da alcuni geni che hanno innalzato la cultura a valore fondante le relazioni umane, sociali, economiche e politiche. Le sue architetture, piazze, palazzi, monumenti, chiese,  pitture, lettere, poesia e pensiero lo testimoniano e sono venute prima delle industrie e degli affari: è bellezza allo stato puro. E la bellezza è il suo petrolio e il suo motore: è, parafrasando il divin poeta,  “l’amor che move il sol e l’altre stelle”.  E move anche l’economia. Prima dei mercanti ci sono stati i geni.  Quindi non si può dire con Tremonti, mangiatevi un panino con Dante, né dire come Borghi, sempre leghista, che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro (art. 3) e non sulla salute (art. 32), affermazioni frutto di crassa ignoranza. Di cui però si sente l’eco in certe scelte amministrative a cui non corrisponde da parte dei castellani una reazione capace di far rispettare quello che per definizione è un “bene comune”. O forse non c’è più in una borghesia colta e intelligente capace di voler bene alla propria città? Così  la si lascia in mano a blitz ricorrenti fatti, come dice una famosa canzone, da quattro amici al bar, che invece di cambiare il mondo vogliono fare i propri interessi.

Redazione Altrapagina.it


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