Venerdì, 05 Marzo 2021

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UN "Salvagente" per tutte le stagioni

Editoria. Intervista a Riccardo Quintili

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Nel caotico e mediocre panorama editoriale italiano esistono gioielli che sono il prodotto di un giornalismo serio, coerente e coraggioso. Un esempio lampante è la rivista mensile "il Salvagente", prezioso strumento di consapevolezza per i consumatori, privo di affiliazioni e subordinazioni. Si autodefinisce il mensile dei diritti, dei consumi e delle scelte. Ne parliamo con il direttore, Riccardo Quintili.

Una breve storia del Salvagente e della sua evoluzione?

Per oltre 23 anni "il Salvagente" ha costituito in edicola un esempio, unico, di settimanale dei consumatori, prima di diventare, nel 2015, il mensile che conoscete. Qualcuno ricorderà il disegno di Altan che accompagnava l’esordio di Salvagente come fortunato inserto monografico de “l’Unità”. L’enciclopedia dei diritti del cittadino aveva come simbolo il famoso omino del disegnatore italiano, finalmente libero dall’altrettanto celebre ombrello nel didietro e aggrappato a una ciambella di salvataggio. A salvarlo, questo il messaggio, la conoscenza dei propri diritti.

Era il 1989 e l’Italia era un Paese in cui conoscere i propri diritti poteva significare affrancarsi dal dover chiedere piaceri. Quasi trent’anni dopo, per la verità, non è che sia cambiato tanto…

Quell’esperienza durò due anni, sotto la cura esperta di Tito Cortese e Carlo Ricchini, due maestri di giornalismo. Poco dopo – per l’esattezza nel 1992 – prese vita il settimanale, che, passando per diverse fasi, è stato in edicola fino al 2014. Una scommessa di un gruppo di giornalisti guidato da Rocco Di Blasi, che si costituì in cooperativa e si improvvisò editore. Quando quell’esperienza si concluse incontrammo Matteo Fago, l’editore che da subito ha creduto nel progetto di riportare in edicola un giornale come “il Salvagente”. Mentre molti vati della comunicazione ripetevano che “i giornali erano morti”, la “carta era senza futuro” e tutto doveva girare alla velocità del web, dello streaming, dei post su Facebook, Fago andava controcorrente. Da quell’incontro è nato il mensile che ancora produce inchieste e test.

quintili3Siete l’unica rivista, nel panorama nazionale, ad aver intrapreso un percorso di chiarezza e coerenza nel rapporto con i consumatori: quanto è stata difficile una scelta di questo genere?

Debbo confessare che non è stato per nulla facile. Da una parte c’erano da superare le diffidenze in un panorama di associazionismo dei consumatori, che conta un numero di organizzazioni tanto affollato quanto l’arco parlamentare della prima Repubblica, dall’altra imprese (soprattutto agroalimentari, ma non solo) poco abituate a essere messe a nudo dal giornalismo italiano. Credo che però a riconoscerci immediatamente siano stati proprio i lettori e i consumatori, che hanno compreso come si può fare un’informazione libera, inchieste e test senza essere l’organo di un’associazione e senza che gli “investitori pubblicitari” diventassero un freno per il ruolo di “cane da guardia” del potere (anche economico) che deve avere l’informazione. Certo, questo continua a costarci parecchio, sia sul fronte di chi produce e reagisce al giornalismo sgradito alternando pressioni legali ed economiche, sia su quello della informazione mainstream: televisioni private e (purtroppo) pubbliche che “non possono fare nomi” e dunque censurano spesso i nostri lavori.

La vostra rivista non riceve finanziamenti di sorta, anche per volontà di preservare l’indipendenza di giudizio, ma commissionare test di laboratorio è economicamente impegnativo: come siete riusciti a coniugare questi due aspetti?

Tentiamo di farlo attraverso i ricavi diretti del giornale, ma anche attraverso un passo successivo che abbiamo deciso di recente: spingere su parametri di sicurezza, legalità ed etica più severi di quelli stabiliti dalle norme nazionali ed europee. In pratica – allo stesso modo dei nostri test – noi fissiamo limiti molto più tutelanti per il consumatore su pesticidi, interferenti organici, sostanze pericolose, solo per fare qualche esempio. Chi si impegna a rispettarli – e lo dimostra con analisi che facciamo in autonomia e senza consultarli – può usare il nostro marchio ZeroTruffe. Un’operazione che ovviamente ha un valore economico, ma, a nostro giudizio, anche uno più ampio: condizionare il mercato perché competa sui valori veri di un prodotto, magari ci faccia anche marketing, ma in maniera corretta e trasparente.

Il rigore dei test di comparazione che mensilmente eseguite fornisce ai cittadini consumatori importanti informazioni, che li orientano nelle scelte quotidiane, ma questa “sorveglianza attiva” può infastidire aziende che hanno una condotta meno trasparente: come gestite questi attriti?

quintili4Sarebbe facile rispondere “con uffici legali che ci costano un occhio della testa”. Ma, per quanto vera, questa è una risposta parziale. Storicamente non abbiamo perso contro una grande azienda infastidita dai risultati di un test, ma questa è solo l’ultima ratio. I nostri test seguono procedure standardizzate, controlli e accortezze che difficilmente offrono appiglio a chi “si infastidisce”. E sono realizzati da enti più che affidabili. Dopo di che, come nel caso dell’olio extravergine, che scoprimmo tutt’altro che “extra” 5 anni fa (e che fu alla base di una clamorosa inchiesta del procuratore dell’epoca Raffaele Guariniello), può capitare di essere ancora in tribunale tanto tempo dopo. Ma questo non può intimorire chi fa un mestiere come il nostro.

L’indice di gradimento della rivista cosa suggerisce della condizione dei consumatori di oggi? C’è maggiore consapevolezza?

C’è sicuramente molto bisogno di avere informazioni da fonti indipendenti e serie. Da diversi anni, infatti, è svanita la fiducia “a scatola chiusa” nei confronti delle marche leader di mercato; oggi il consumatore pretende che i “valori aggiunti” di un prodotto siano ben chiari. E parliamo degli stessi su cui gioca il marketing: ambiente, sicurezza, etica. Non basta più che siano i produttori ad attribuirsi queste coccardine, serve un controllo indipendente. La complicazione nasce dal fatto che uno degli strumenti alternativi – la rete – è altrettanto ricca di conflitti di interesse (tra l’altro non facilmente evidenziabili) della pubblicità. Se non di informazioni poco serie. Per questo servono (e in Italia servirebbero più) riviste come "il Salvagente"

Secondo la vostra consolidata esperienza, le normative di tutela, oggi, sono appropriate? E gli organismi di controllo sono più efficienti rispetto agli inizi della vostra esperienza?

Certo che la situazione è radicalmente diversa rispetto ai tempi pre-mucca pazza in cui operavamo anni fa. Oggi le autorità europee dirigono tutte le normative di sicurezza comunitarie e dovrebbero operare in base al principio di precauzione. In sostanza dopo lo scandalo Bse tra i principi Ue c’è che un qualsiasi prodotto per essere messo in commercio non deve suscitare dubbi per la salute del consumatore, e, in caso di sospetto, non debba essere venduto. Il condizionale è però d’obbligo. Pensate al processo di autorizzazioni per i pesticidi o gli Ogm, basato su documenti dei produttori, o all’avvento delle nanotecnologie in qualunque ramo del mercato, senza alcun controllo. Il dubbio è che in troppi casi la sperimentazione sia direttamente sulla pelle dei consumatori. E che gli interventi arrivino troppo tardi, quando pure giungono. ◘

di Romina Tarducci


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