Venerdì, 22 Gennaio 2021

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Una guerra dimenticata

Editoriale

silvia romano2

Che l’Etiopia fosse una polveriera pronta a scoppiare si sapeva da tempo: tante etnie flagellate dalla fame, dalla malnutrizione, dai disastri ambientali avrebbero fornito, presto o tardi, l’occasione propizia per esplodere. Quando il governo centrale ha voluto rinviare le elezioni a causa della pandemia, la popolazione del Tigray si è ribellata e Addis Abeba in risposta ha avviato una campagna militare. L’intera regione è stata sigillata, senza comunicazioni, senza banche, senza l’acqua proveniente dalla diga del TeKezé. Quella che poteva essere risolta sul piano della diplomazia è diventata così una guerra civile dagli esiti devastanti.

La popolazione fugge in Sudan e 45mila profughi sono scappati dal Tigray ingrossando le file dei disperati che tentano di evitare la guerra. In media 4.000 persone al giorno attraversano la frontiera sudanese, dopo aver camminato a piedi tre o quattro giorni, sfiniti e stremati. Le loro condizioni non hanno bisogno di spiegazioni. Se non si ferma, la guerra rischia di essere lunga e sanguinosa, anche perché il Tigray ha una forza militare considerevole.

Le forze governative hanno riconquistato Makallé senza trovare alcuna resistenza, segno che i ribelli hanno scelto la via della guerriglia invece dello scontro aperto. Il presidente Abiy Ahmed ha deciso comunque di richiamare in patria il contingente etiopico impegnato a stabilizzare la Somalia, mentre Mogadiscio è esposta ad attacchi terroristici da parte di Al Shabab e non può controllare gli sconfinamenti nel territorio del Kenya.

La crisi etiopica innesca dunque un “effetto domino” in tutta la regione, che coinvolge anche i paesi vicini. Finora la comunità internazionale si è limitata ad appelli generici alla pacificazione, che lasciano il tempo che trovano. Ci vorrebbe un’azione diplomatica decisa per porre fine a questa guerra fratricida che manda in frantumi tutta l’Africa orientale. ◘

Redazione Altrapagina


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