Sabato, 31 Luglio 2021

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L'educazione al tempo del Covid

Dossier. L'avventura educativa

silvia romano2

Quando usciremo da questa pandemia dovremo prendere in mano il problema dell’educazione. Se gli adulti sono preoccupati, giustamente, del lavoro e della disoccupazione crescente, dovremmo chiederci cosa accade nel mondo giovanile costretto a rimanere in casa, affidato a una tecnologia sempre più pervasiva e alla perdita delle relazioni umane così importanti in questa fase della vita. Il gesto più significativo è quello della ragazzina di Torino seduta sui gradini della scuola per seguire le lezioni a distanza, di fronte ai battenti di un edificio chiuso. È quasi l’espressione di un grido che chiede agli adulti di rimanere umani e di salvaguardare il futuro dei giovani.

La scuola, infatti, è il luogo dove si può coltivare il pensiero critico, l’attenzione alle persone, ai sentimenti, alla solidarietà, alla giustizia.

Eppure i ragazzi di oggi respirano un clima di competizione elaborato dal mondo degli adulti, i quali instillano in loro la cultura del possesso e del consumo. La condizione giovanile contemporanea è influenzata dal sistema economico dominante che trasmette una determinata idea di uomo: un essere vorace e avido, privo di qualsiasi apertura verso la trascendenza. La scuola tradizionale considera i ragazzi come soggetti da addomesticare, ripetitori di un sapere fabbricato da altri, destinatari di una cultura lontana dalla realtà.

Quello che viene offerto alla gioventù non è sufficiente a sostenere la vita: c’è bisogno di significati altrimenti l’uomo sprofonda. La dimensione simbolica è perduta e il materialismo invade la vita producendo sofferenza e oppressione. La pubblicità e la tecnologia servono a non far calare la voglia nel consumatore. È un’antropologia distorta che ha ricadute sul piano educativo. Nei ragazzi c’è la generosità, l’idealismo e la positività di sempre, ma sotto una crosta più spessa. È un sistema che non hanno creato loro e in ultima analisi li massacra. I giochini di TikTok usati dai giovanissimi sono il sintomo di una dipendenza distruttiva che uccide le relazioni autentiche. Siccome non si può vivere solo di consumo, di denaro, di successo, di sesso, si scava nell’esperienza adolescenziale contemporanea un vuoto che può essere colmato solo dalla violenza, che esaspera le sensazioni e fa sentire vivi. Il clima che si respira nelle aggregazioni adolescenziali è più violento, nelle parole e nei gesti. Le cronache quotidiane sono costellate da episodi inquietanti di violenza nei confronti delle persone e delle cose. C’è una difficoltà crescente nell’accogliere i soggetti più deboli e nell’affiorare dell’indifferenza. L’individualismo ha il sopravvento sulla solidarietà e sulla compassione.

Quello che colpisce negli adolescenti di oggi è una certa solitudine relazionale, come se fossero meno capaci di stabilire forti relazioni interpersonali e consumassero nell’immediato tutto il loro potenziale emotivo. Spesso il gesto prende il posto della parola che non è stata scambiata con l’altro.

Ho l’impressione che i ragazzi siano defraudati dai sogni perché non vengono dette le parole che animano l’esistenza e siano condannati a vivere di niente. Nessuno li aiuta a costruire una base solida per attraversare il percorso della vita. Sono come gli antichi argonauti alla ricerca del Vello d’Oro, ma senza un carico per sostenere l’urto dell’esistenza. Gli adulti dovrebbero fare un serio esame di coscienza sulla incapacità di trasmettere ideali alle giovani generazioni. L’impegno educativo non può svilupparsi che attorno alle relazioni umane. Il vero bagaglio si costruisce nella scoperta di un senso che libera dal vuoto, dal nulla che assedia l’esistenza umana.

Il nichilismo vissuto dai giovani ha una tonalità affettiva più che intellettuale e ruota attorno alla convinzione che non c’è nulla per cui valga la pena di appassionarsi. Solo nella pratica della relazione si può scorgere la luce essenziale che sostiene l’umanità dell’uomo. Allora il volto dell’uomo appare come un dono e non come estraneità, il volto come parola e non come minaccia, il corpo come amore e non come strumento. La solitudine crescente delle nuove generazioni può essere guarita coinvolgendosi in una relazione reale, che significa ascolto, condivisione di esperienze, cammino fatto insieme. I ragazzi hanno bisogno di essere pensati, portati nel cuore. Questa silenziosa relazione di vita ha una corrente affettiva che libera dalla solitudine e fa vivere l’esistenza umana come continua nascita.

Uno dei compiti fondamentali per chi lavora con i giovani è di educare alla tenerezza, che è il principio di realtà che si oppone alla violenza. Essa, in fondo, nasce dalla paura di vivere; la tenerezza invece custodisce la vita e la ripara, trasformando il negativo in positivo. La vera forza sta nel curare e nel risanare, non nel colpire e nel distruggere.

Occorre ricordare agli adulti che non si educa con quello che si dice, ma con quello che si è. Per aiutare i giovani a non soffocare nelle spire della società dei consumi c’è bisogno di adulti che sappiano guardare oltre l’esistente e additare i sentieri dell’impossibile. Lì i giovani li seguiranno, come la storia di sempre dimostra.

Comunque il mondo adulto deve cominciare a costruire una società più aperta ai giovani, che sono i primi a essere misconosciuti e respinti. Sono la parte più debole della popolazione; hanno un lavoro precario, una sicurezza sociale pari a zero, un futuro certo di povertà quando verrà meno il supporto dei genitori. Vederli significa porsi il problema del loro futuro. Se una società non riesce ad ascoltarli si rompe il filo che lega le varie generazioni, l’esito finale è che i giovani si smarriscono perché portano un bagaglio troppo leggero e gli adulti intristiscono perché constatano il fallimento dei loro ideali. Per educare ci vuole entusiasmo, come esprime l’etimologia della parola greca che coglie la presenza del Divino.

In tempo di Coronavirus in cui i ragazzi sono inchiodati davanti a un computer, uniformati e demotivati, e gli insegnanti tentano di recuperare il rapporto con loro, l’educazione è un’opera essenziale. Richiede un fondamentale rispetto per i ragazzi che crescono, per camminare insieme a loro, con profonda attenzione alla loro libertà e al tempo stesso lottare con grande passione perché non si riduca a un egoistico e solitario privilegio. In questa tensione tra passione e rispetto, tra proposta e ascolto, tra presenza e distacco, il lavoro educativo diventa un’opera d’amore. ◘

di Achille Rossi


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