Giovedì, 21 Ottobre 2021

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La lezione del Covid: ripensare il sistema

Speciale Sanità

silvia romano2

Il Covid non ha fatto sconti alla Regione Umbria come alle altre Regioni italiane. Lo sostiene il professor Fabrizio Stracci, epidemiologo, docente di Sanità pubblica all’Università di Perugia.

L’Umbria non sembra essere un caso virtuoso, come si è favoleggiato nella prima fase dell’epidemia. «Visto come è andata la seconda ondata, afferma l’epidemiologo, l’ipotesi più attendibile è che la riduzione dei contagi sia dovuta alla misura di lockdown nazionale, intervenuta quando la curva epidemica si impennava, anche se alcune scelte sono state fatte in maniera corretta, ad esempio i pazienti Covid non sono stati messi nelle RSA, come in Lombardia, e il contagio ha risparmiato gli anziani. Le criticità emerse per mancanza di strumenti di protezione personali e di protocolli operativi erano comuni agli altri servizi sanitari regionali e in queste condizioni la misura più efficace si è rivelata il lockdown».

Il territorio

Il discorso diventa più complicato se si vanno a cercare le cause che hanno originato la seconda fase che ha colpito la nostra Regione con un repentino aumento dei casi, con gli ospedali e le terapie intensive vicini al collasso.

Si è molto parlato di carenza della Sanità territoriale, per anni fiore all’occhiello dei politici umbri, ma che alla fine è risultata un convitato di pietra. E invece «lo sviluppo della Sanità territoriale è un elemento cruciale anche per il controllo delle patologie croniche. Se gli ospedali vengono sottoposti a un carico troppo elevato di anziani e di malati cronici il sistema non regge. Per questo è necessaria una organizzazione di cure territoriali articolata tra medici di Sanità pubblica, medici di medicina generale e specialisti, che sia in grado assicurare ai malati cronici quella serie di interventi diagnostici, terapeutici e riabilitativi che nel corso degli anni impediscono la progressione della malattia, riducendo il ricorso al ricovero.

fabrizio stracciL’Umbria era partita in anticipo rispetto ad altre Regioni. Lo sviluppo di una medicina vicina alle persone e al territorio era stata la lezione di Seppilli, che aveva per primo teorizzato una Sanità di prossimità assistenziale e di territorio, ma qui è rimasta in larga misura teoria, mentre altre Regioni hanno maggiormente sviluppato il sistema delle cure primarie». «Questo contesto è stato rilevante anche ai fini della gestione dell’epidemia da SARS CoV 2. Se noi avessimo avuto collegamenti strutturati tra distretto, medico di famiglia e specialisti, questo sistema lo avremmo potuto rapidamente riconvertire e impiegare nel contrasto al Covid: sia per mantenere l’assistenza ai malati cronici, riducendo la necessità di effettuare visite a domicilio, sia per garantire assistenza specifica». Eppure per anni abbiamo sentito parlare di razionalizzazione e oggi scopriamo che tutto questo non esiste e, ciliegina sulla torta, c’è carenza anche di investimento tecnologico. «Una Sanità moderna non può fare a meno di un uso massiccio delle tecnologie informatiche» afferma Stracci.

Centralità dell'ospedale
«Durante il periodo delle “vacche grasse” abbiamo fatto tanti piccoli ospedali comunali salvo poi scoprire che l’ospedale non è adatto a garantire un’assistenza prolungata. Il concetto su cui si è insistito molto per ridurre ospedali e posti letto è quello secondo cui la qualità delle cure in ospedale dipende da un numero elevato di trattamenti, ciò che è vero principalmente per interventi chirurgici complessi o per il trattamento di patologie con trattamento articolato.

Questo concetto della relazione volume-qualità è stato utilizzato per sostenere la centralizzazione in ospedali principali e la chiusura di piccoli ospedali. In realtà la centralizzazione senza sviluppo del sistema delle cure primarie e della prevenzione rischia di generare problemi di accesso alle cure a persone anziane, con scarso supporto familiare, con un basso livello di reddito, residenti in zone rurali distanti dagli ospedali principali. Senza contare che alcuni piccoli ospedali possono essere riconvertiti in strutture a bassa intensità di cura, integrate nel sistema delle cure primarie. Il problema, dunque, si genera se tutti gli sforzi rimangono concentrati sull’alta specialità, certamente necessaria e da preservare perché è quella che salva la vita in emergenza, mentre le strutture periferiche rimangono a corto di risorse, privando gli ospedali dei filtri necessari per non essere travolti dall’ordinario».

Conoscenza e ricerca
Il Covid dunque ha portato allo scoperto sofferenze antiche e mali moderni, compresa quella cenerentola che è la conoscenza che nasce dalla ricerca. «Il Covid è un virus nuovo, sconosciuto, per cui tutte le azioni messe in campo per il suo contrasto rappresentano degli interventi sperimentali in grado di produrre conoscenze utili al miglioramento delle capacità di affrontare il virus.

ripensare sanita 1La ricerca, termine che produce un’impressione di esotismo in molti nel servizio sanitario, si traduce, nel quadro pandemico attuale, svolge un ruolo fondamentale, equivalente a quello dell’intelligence in una guerra. Tuttavia questo non sembra essere stato compreso nell’attuale pandemia. Ad esempio, la raccolta dei dati epidemiologici è stata realizzata a fini eminentemente gestionali e descrittivi (conteggio dei positivi, dei ricoveri, dei morti) nella prima fase e poi anche per popolare il sistema nazionale degli indicatori nella seconda, ma senza una adeguata standardizzazione, qualità, flessibilità rispetto alle lacune delle conoscenze sul virus e i suoi canali di diffusione. Una povertà informativa che è stata condizionata dallo scarso sviluppo dei sistemi informatici in Sanità. Senza la ricostruzione delle modalità di trasmissione del contagio si finisce con l’inseguire il virus senza peraltro riuscire a controllarlo e danneggiare l’economia con provvedimenti scarsamente mirati.

Un altro esempio di scarsa attenzione alla ricerca è rappresentato dall’esecuzione di test diagnostici di massa, come è accaduto in Alto Adige, che ha avuto l’unica finalità di ridurre l'Rt, trascurando in pieno le potenzialità informative (dopo la realizzazione non si sa neanche se siano efficaci!). Senza informazioni adeguate non si possono formulare strategie di lotta e non ci resta che rimanere in casa».

Università
«Manca, e questo in parte spiega la sottovalutazione del ruolo della ricerca, una vera sinergia tra il servizio sanitario e l’Università, che pure in Umbria ha avuto un ruolo importante nel contrasto all’epidemia. Ad esempio, gli specializzandi in igiene e gli studenti di medicina hanno consentito di mantenere o ripristinare il contact tracing regionale. Ancora, i test molecolari per la diagnosi dell’infezione SARS CoV 2, da noi non si sono mai interrotti come è avvenuto in altre Regioni anche grazie all’apporto di gruppi universitari che hanno provveduto a realizzare reagenti e quant’altro fosse necessario in caso di carenza.

Non c’è stata, in Umbria come altrove, una corrispondente attenzione all’importanza della ricerca sul virus e ai risultati che questa può conseguire. L’epidemia ha mostrato una scarsa propensione alla ricerca del servizio sanitario e una debolezza strutturale del rapporto tra servizi sanitari e Università, soprattutto al di fuori delle aziende ospedaliero-universitarie, e questa lezione andrebbe tenuta in considerazione nel futuro». ◘

di Antonio Guerrini


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