Giovedì, 25 Febbraio 2021

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Il gioco del Covid

Speciale Sanità

silvia romano2

Il Covid è una normale influenza. Lo dicono quelli che lo sanno bene, perché sono invasi dal Santo Spirito del Natale, non accetterebbero mai di non presentarsi dal prozio con la dodicesima imperdibile cravatta per gustarsi l’ennesimo imperdibile pandoro farcito e sicuramente l’hanno sperimentato in tutte le sue normalissime e divertentissime manifestazioni. Sanno tutto dei valori fondamentali della vita e non parliamo poi di scienza! Perciò, evidentemente, quelle mie rare influenze del passato che duravano 3 giorni e, se presentavano la forma gastrica, facevano perdere al massimo 2 etti, dovevano essere anormali parecchio. Ad ogni modo nella sua banale normalità il Covid sintomatico è un giochino piacevole, in cui tu non decidi niente e ti diverti e basta. Quasi più della tombola del 31 dicembre. Una vacanza.

Comincia facile. Sei un po’ stanca. Torni a casa. Hai un po’ di febbre. La febbre non passa con la tachipirina, te la tieni. Poi cominciano i dolori. Partono da polsi, ginocchia e spalle, si concentrano alla testa, coinvolgono le orbite e alla fine tutto, e convieni che sia molto meglio stare stesi e a occhi chiusi. Nel corso delle ore convieni anche che sia opportuno stare fermi. Ne convieni, perché già in questa fase del gioco ovviamente non decidi più tu. Il corpo non è più il tuo corpo, ci sta giocando lui, il virus che non esiste, l’invenzione mediatica. Risponde, ma i movimenti diventano macchinosi, dolorosi, rigidi, lontani. Quasi scoordinati. Assecondano le tue decisioni, ma non li stai comandando tu. E sembra sempre che non riuscirai a concluderli.

Poi va via la febbre (da sé) e resta un’immotivata frequenza cardiaca a 100 battiti. A volte si raggiungono i 140, sempre senza alcuna ragione. Non è la tua frequenza cardiaca, è la sua. Il gioco funziona così. 

Poi vanno via i sapori. Poi gli odori. E comincia un’altra fase interessante, in cui mandi giù cose a forza e il cervello tenta una sintesi unendo il concetto di arancione, fresco e acquoso per creare il senso di un’arancia. Ti pare di sentirlo, che ti sprona: “È un’arancia. Su. Lo senti che è un’arancia? Eh? Dai!”. Diventa difficile stabilire che quella roba molliccia e bianca sia effettivamente riso con le zucchine e non vinavil caldo: comunque è assolutamente indifferente. Provoca tutto nausea a prescindere ed è faticoso anche alzare una tazza: i muscoli stanno giocando col Covid e per il tuo the non hanno energie. 

Ogni notte diventa una sorta di tetris articolare. Le notti sono interminabili. Le passi guardando le travi, ringraziando che il soffitto non sia stato intonacato, perché il legno, almeno, ha le nervature da poter contare. Sono tante. Quasi quanto le tue articolazioni. Più della tua frequenza cardiaca. Non leggi, perché non tieni su il libro. Non guardi uno schermo perché girare gli occhi fa male. Non fai niente. Aspetti. 

Però poi la mattina arriva, ti svegli. E gli occhi sono bagnati, gonfi e non si aprono: congiuntivite. Su, è divertente. Giochiamo a 'scolla la palpebra'.

Mentre ti diverti, arriva il 118 per tua madre, perché ha perso 8 punti di saturazione in una settimana e ha la febbre da 13 giorni. La caricano e la portano via. Del gioco questa è la parte a squadre, lei va a disputare una manche in un altro campo, tu non puoi fare assolutamente niente, nemmeno assistere. Finché non le faranno i primi accertamenti, non sai di sicuro nemmeno se ci sarà una manche successiva. Ed è un sacco contenta: il terrore che hai visto fa senz’altro parte della sceneggiatura, ricordati di farle i complimenti per come ha recitato. Intanto tu continui la tua partita, è iniziata la tosse. Dura più del tuo fiato, svuota i polmoni e insiste finché non ti pieghi.

Un giorno (una notte), due giorni (due notti), tre giorni... Sto giocando questo gioco da 13 giorni. 

Sto meglio, non avrei mai potuto scrivere questo post 7 giorni fa, ma i sintomi non sono ancora passati. Pensavo che sarebbe stata quella normale influenza che chi ci capisce conosce tanto bene. Credo invece che il divertimento durerà ancora un po’, più di quanto avrei sospettato considerando la mia età e avendo come unica patologia pregressa la miopia, ma so che tornerò ad avere un’autonomia giornaliera superiore alle tre ore continuative. Forse non riuscirò a sentire il sapore dei cappelletti a Natale (comunque non li confonderò certo con il vinavil). Ma il gioco finirà e tornerò alla normalità, la normalità che conta, quella vera. Quella che non celebro a giorni prestabiliti e non compro negli ipermercati. 

Ci sono persone però che lo hanno giocato fino in fondo, questo gioco della normale influenza. E si sono proprio divertite. Si sono divertite tanto che a mangiare i cappelletti a Natale non ci saranno. Che hanno bisogno ormai di una cravatta sola. Perché si sono davvero divertite. Si sono divertite sì. Da morire. ◘

di Chiara Mearelli


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