Martedì, 28 Settembre 2021

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Occorrono soluzioni radicali

Intervista a Riccardo Petrella,docente di Economia, politologo

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A Riccardo Petrella, professore emerito all’Università Cattolica di Lovanio, chiediamo cosa pensa dell’idea di papa Francesco di invitare i giovani economisti ad Assisi per riflettere su una nuova visione dell’economia.

«Mi sembra che sia stata una buona iniziativa anche perché è tempo che la “dottrina sociale” della Chiesa, in particolare per quanto riguarda le teorie e le pratiche economiche, possa essere rinnovata. Non per adattarsi ai tempi, ma perché le concezioni economiche della vita e del mondo oggi dominanti sono tutto salvo che dei punti di riferimento da adottare e seguire. Si tratta, giustamente, di modificare alcuni aspetti fondamentali della dottrina economica cristiana relativi ai diritti universali e alla responsabilità collettiva, alla proprietà (pubblica e privata), allo sviluppo, al ruolo del mercato e della finanza, ai beni comuni, alla tecnologia».

Lei ha lottato con grande energia contro il neoliberismo dominante. È ancora possibile “ricittadinare” il mondo, al di là della povertà e dell’esclusione? In che modo?

«La storia non è terminata e anche se in certi campi (quali il disastro climatico e ambientale e la gravità sistemica delle ineguaglianze e delle esclusioni) ci si rende conto che la specie umana ha creato dei processi che appaiono irreversibili, lo spazio di manovra resta aperto, seppur limitato da condizioni severe da rispettare.

La difficoltà non sta principalmente nell’assenza di soluzioni. In generale queste esistono e sono conosciute. I problemi nascono a causa del fatto che le soluzioni sono per natura alternative ai sistemi di potere e d’interesse esistenti, per cui i gruppi dominati si oppongono, efficacemente, alla loro adozione. La capacità di rigetto delle soluzioni da parte dei dominanti è, peraltro, rinforzata dalla molteplicità, dalla settorializzazione e dalla frammentazione dei gruppi sociali dominati, i quali sovente, nel tentativo di essere “efficaci”, preferiscono proporre soluzioni meno radicali, all’interno del sistema, soluzioni “locali”. Le soluzioni “globali” a livello mondiale sono considerate difficili, lunghe, con effetti incerti».

Così facendo, cadono nella trappola del riformismo del possibile?

«La storia degli ultimi 60 anni mostra con forza che il riformismo del possibile ha giocato a favore dell’aggravamento delle crisi sistemiche (ambientali, economiche, sociali, politiche, culturali...). Faccio riferimento, in particolare, alle soluzioni dette “la terza via” o, in Occidente, di “umanizzazione dell’economia capitalista” o “capitalismo inclusivo”, o ancora alle politiche dette di “transizione” e alle strategie di “resilienza”, al “multilateralismo intergovernativo internazionale onusiano”...). Le lotte sociali e cittadine per le soluzioni radicali sono incerte e difficili, ma, nel lungo termine, sono le sole a portare i cambiamenti strutturali necessari.

A titolo di esempio, la concretizzazione del diritto universale alla salute non potrà mai essere realizzata in maniera basilare senza un cambio radicale del sistema attuale fondato sulla privatizzazione del sistema sanitario e, in partircolare, sulla brevettazione dei medicinali, dei vaccini e degli altri strumenti di lotta contro le malattie generate dal sistema

economico predatorio della vita sulla Terra».

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Lei parla anche dell’acqua e del diritto alla vita?

«Occorre smantellare l’intero “nuovo” ordine idrico mondiale fondato sulla mercificazione dell’acqua, sulla sua crescente finanziarizzazione e sulla totale privatizzazione dei servizi idrici, in un contesto d’integrazione capitalista finanziaria mondiale dell’insieme dei servizi ex-pubblici locali. Il lancio, agli inizi di questo dicembre, del primo prodotto derivato sull’acqua, un future, non solo conferma la mercificazione dell’acqua e dei servizi idrici, ma consacra la sua trasformazione da fonte di vita ad attivo finanziario. Se non si “caccia fuori” la finanza privata speculativa dall’acqua, sarà impossibile promuovere, dal livello locale a quello mondiale, una politica pubblica dell’acqua giusta, durevole, democratica ed efficace nella difesa della vita della Terra e delle generazioni future».

Siamo in piena pandemia e, nonostante tutto, lei si è rivolto all’Onu perché il vaccino possa essere distribuito anche alle popolazioni più povere. Pensa che questo appello arrivi anche nelle stanze del potere?

«Ho alcuni indici per dire che è arrivato, ma non credo che sarà ascoltato. Tra l’altro non è stato il solo. Ci sono state decine di appelli e di proposte concrete a opera di persone e istituzioni molto più potenti e influenti della nostra piccola associazione, l’Agorà degli Abitanti della Terra. Non sarà ascoltato perché la strategia dei gruppi dominanti in materia è stata sempre più consolidata, in questi ultimi 8 mesi, attorno al principio che i medicinali e i vaccini anti-pandemia devono essere protetti con maggiore rigore con un rafforzamento del regime privato (i brevetti) di proprietà intellettuale sul vivente (e anche sull’intelligenza artificiale, un universo di conoscenze e di alte tecnologie in rapida crescita ed espansione specie nel campo della salute, e militare). Inoltre, negli ultimi sei mesi, i gruppi dominanti hanno sistematicamente rigettato la richiesta fatta inizialmente da alcuni Stati del “Sud”, come il Sudafrica e l’India e altri, per una sospensione provvisoria delle regole dei trattati WTO TRIPs in materia di salute, che impongono il primato dei brevetti privati. L’8 dicembre scorso, in occasione del Consiglio generale del WTO, altri 90 Stati hanno sostenuto la richiesta, portando a più di 110 su 146 Stati membri il numero degli Stati favorevoli. Ebbene, i più ricchi e potenti Stati del mondo, specie nell’indusria faramaceutica, l’Unione europea in testa, hanno sostenuto che il regime dei brevetti è fuori discussione».

Quindi non si tocca?

radicali4Sì, i brevetti non si toccano. Secondo i dominanti, la soluzione non sta nell’abolire i brevetti, ma nel cercare di trovare, come proposto dalla Commissione europea, le soluzioni ad hoc ai problemi e alle difficoltà considerevoli che le popolazioni dei Paesi impoveriti del mondo incontreranno sul piano della distribuzione e somministrazione dei vaccini anti Covid-19. La logica ispiratrice resta quella dell’aiuto caritatevole e filantropico dei Paesi arricchiti verso i Paesi impoveriti. Gli arricchiti comprano con il denaro pubblico, su basi bilaterali o multilaterali (OMS, Unicef..) i vaccini alle loro imprese multinazionali detentrici dei brevetti e poi li distribuiscono ai Paesi impoveriti. Altrimenti detto, secondo loro, il divario crescente che sta drammaticamente e nuovamente separando i Paesi ad alto reddito ed alta tecnologia e i Paesi a basso reddito e bassa tecnologia, non potrà essere eliminato. I Paesi impoveriti dipenderanno sempre dall’aiuto (la carità) e dallo sviluppo (“la cooperazione”) dei Paesi arricchiti».

Molti anni fa lei parlava di una economia che uccide. Lei pensa che i giovani economisti possano offrire una spinta decisiva per recuperare i beni comuni ambientali e relazionali di cui abbiamo bisogno?

«In principio sì. Una spinta decisiva? Non lo so, ma una cosa mi sembra certa. I giovani economisti non possono restare nell’ambito dell’idea che il massimo delle buone soluzioni stia nel ricorso a formule già proposte nel passato in seno al mondo cattolico centrate sull’umanizzazione del capitalismo, quali l’economia di comunione o l’economia del bene comune dell’imprenditore austriaco Felber, o le tesi sul capitalismo inclusivo. Queste ultime tesi sono state adottate apparentemente dalla Santa Sede con la creazione l’8 dicembre scorso di un “Council for Inclusive Capitalism”, insieme a una rete importante d’imprese e di organizzazioni potenti specie nordamericane. Esso è presieduto dal cardinale Tukson.

L’idea del reddito di base universale va nella buona direzione, ma se essa non è accompagnata da soluzioni capaci di far saltare i nodi legati alla supremazia del capitale privato e del mercato concorrenziale, non scommetterei molto sui giovani economisti.

Peraltro, nel suo messaggio di Natale del 25 dicembre papa Francesco ha insistito su un elemento centrale affermando “Non posso mettere me stesso prima degli altri, mettendo le leggi del mercato e dei brevetti di invenzione sopra le leggi dell’amore e della salute dell’umanità” (la sottolineatura è mia). Il linguaggio, evidentemente, è vellutato ma chiaro.

Il Papa non propone l’abolizione dei brevetti, ma afferma apertamente che essi non possono valere più dei diritti universali alla vita. Le sue parole sono più che incoraggianti. La storia resta da scrivere». ◘

A cura di Achille Rossi


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