Martedì, 13 Aprile 2021

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Alla conquista dell'africa

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Jean-Léonard Touadi, sociologo e giornalista, segue con molta apprensione ciò che sta succedendo in Centro Africa.

A suo parere il Paese è piombato in una nuova guerra civile? Con quali esiti?

«La Repubblica Centrafricana è in guerra da molti decenni. La regione dell’Africa centrale, ossia la zona sotto il lago Ciad, che comprende il Camerun, la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo, il Congo Brazzaville è un’area di grande instabilità e la più ricca di tutta l’Africa. La Repubblica Centrafricana è l’epicentro di questa conflittualità permanente. È un Paese in guerra dalla caduta di Bokassa che si era proclamato imperatore. Da allora il paese non ha avuto un solo anno di pace e la situazione è stata ulteriormente aggravata nel 2013, con il golpe del presidente Bozizé, a sua volta deposto da miliziani Seleka, cosiddetti miliziani di etnia musulmana, contro i quali si sono formate milizie di stampo cristiano».

È una guerra di carattere religioso?

alla conquista dell africa altrapagina mese febbraio 2021 2«In realtà le cose non stanno così. Il 20 gennaio il governo ha proclamato lo stato di emergenza in tutto il Paese per permettere all’esercito di operare in modalità di emergenza. Il 70% del territorio è controllato dalle milizie e solo il restante è controllato dal governo centrale di Bangui. Il 13 gennaio le forze ribelli hanno circondato la capitale arrivando fino a 9 km dal confine, per essere poi respinte dalle forze congiunte della Minusca, le forze dell’Onu, le truppe ruandesi e i mercenari inviati dalla Russia. La società civile e le autorità religiose temono che da un momento all’altro questo assedio di Bangui da parte dei ribelli possa avere successo. La popolazione ricorda perfettamente cosa comporti l’arrivo di queste milizie, come è successo 700 km più a nord, in un’area occupata dai ribelli e liberata dalle forze dell’Onu. Per i civili significano uccisioni, stupri, praticati anche sui bambini, poi rapiti e reclutati come soldati. Il girone infernale della violenza che tutti noi abbiamo imparato a conoscere in quel Paese».

Perché il presidente ha voluto organizzare le elezioni presidenziali e legislative il 26 dicembre, contestate dall’opposizione e dai 14 gruppi ribelli radunati intorno all’ex presidente Bozizé?

«Il presidente e la comunità internazionale le hanno confermate, anche se pochi cittadini hanno potuto votare proprio perché il territorio è controllato dai ribelli. Il 20 gennaio la Corte costituzionale ha convalidato le elezioni presidenziali e ha segnato la fine degli accordi firmati a febbraio 2019 tra il governo e i gruppi ribelli. Sono rimasti lettera morta, sia perché i ribelli hanno interesse a conservare il potere nei territori conquistati, sia perché il presidente ha avuto troppe lentezze nell’applicarli. È una situazione di stallo pericolosissima che potrebbe precipitare da un giorno all’altro».

Chi sono i signori della guerra che fanno il buono e il cattivo tempo e quali interessi sostengono?

«Come si è visto negli ultimi decenni la soluzione militare da sola non è praticabile, occorre un dialogo politico inclusivo in cui gli uni e gli altri possano accettare dei compromessi. I ribelli dovrebbero consentire il ritorno delle zone occupate sotto il controllo dello Stato, il quale a sua volta dovrebbe accettare una ridistribuzione del potere e soprattutto la smobilitazione dei soldati e il loro reinserimento nella vita civile. Tutte queste cose previste dall’accordo di Khartoum non sono state applicate. Perciò occorre impedire ai ribelli di conquistare Bangui e allo stesso tempo far ripartire il dialogo. Serve una volontà chiara della comunità internazionale di aiutare questo Paese, perché gli attori interni hanno bisogno di supporto nel facilitare il dialogo tra le parti».

Quali sono le potenze straniere che si interessano al Centro Africa e con quali obiettivi?

«Sono presenti in Repubblica Centrafricana le truppe della Minusca, dell’Onu, l’inviato speciale ha chiesto l’incremento delle truppe presenti, ma non è un problema di numero, piuttosto di chiarezza del mandato. Il valore aggiunto dell’azione dell’Onu sarebbe la protezione dei civili. Interessante anche la presenza delle truppe ruandesi e quella dei mercenari russi. È vero che gli attori coinvolti sul terreno sono centroafricani, ma gli interessi che muovono questo conflitto hanno delle ramificazioni regionali e internazionali. Penso al Ciad che per molto tempo ha avuto truppe all’interno del Paese, al Sud Sudan, al Ruanda, alla Repubblica del Congo Brazzaville il cui presidente è stato il mediatore del dialogo.

Un attore internazionale è la Russia, allettata dalle risorse di questo Pase: diamanti, oro e tanti altri minerali preziosi. L’uranio è presente in Repubblica Centrafricana e rappresenta una risorsa strategica per la tecnologia atomica. Senza dimenticare la presenza della Francia, che ha ritirato i propri soldati due anni fa ma non ha smesso di considerare l’area come obiettivo dei propri disegni strategici».

Qual è il groviglio di interessi che caratterizza questa guerra?

alla conquista dell africa altrapagina mese febbraio 2021 3«La vera posta in gioco sono le immense ricchezze di questo Paese. È un nuovo arrembaggio sull’Africa per la conquista delle materie prime, che produce una lotta per l’influenza delle grandi potenze e rende il conflitto ancora più ampio. È l’espressione della nostra travagliata e complicata contemporaneità, segnata dalla globalizzazione».

In Centro Africa il Papa, a Bangui, ha inaugurato il Giubileo della misericordia per invitare le persone alla riconciliazione. Nel momento attuale ci troviamo di fronte a un conflitto di carattere etico o religioso o di ben altra natura?

«La Chiesa cattolica è molto presente e anche molto significativa sia nei numeri che nella qualità della sua presenza. La maggior parte dei quadri politici e amministrativi del Paese sono stati formati nelle scuole cattoliche e anche per i Paesi vicini il ruolo dell’episcopato è molto importante. È significativo che il Papa si sia recato proprio qui per aprire l’Anno Santo. Un viaggio sconsigliato da tutti i sistemi di sicurezza nazionali e mondiali, ma il Papa ha tenuto a portare la sua vicinanza a questo popolo martoriato e a ricordare che il dialogo e la riconciliazione sono sempre possibili. Egli ha deciso di fermarsi in un luogo che separa il quartiere cristiano da quello musulmano, un luogo simbolo per la città di Bangui. Questo gesto profetico rappresenta la possibilità di riconciliazione nel cammino fisico delle persone e ha impresso una svolta al dialogo tra le religioni e le etnie».

La Chiesa svolge un ruolo anche nell’organizzare gli aiuti per la popolazione?

«Ci sono zone in cui le missioni rappresentano tutto: sono il ministero dell’educazione, della salute, dei lavori pubblici, in una situazione in cui sessantamila persone sono dovute fuggire e in cui i ribelli hanno bloccato tutte le strade che portano gli aiuti alla Repubblica Centrafricana che non ha uno sbocco sul mare e si avvale del porto camerunense di Douala. Sulla strada che conduce a quel porto, a oggi, sono bloccati 1600 camion che portano cibo e beni di prima necessità. In questo scenario la Chiesa è molto presente e cerca di portare alle popolazioni gli aiuti che può, oltre alla vicinanza e all’incoraggiamento verso cammini di speranza e di liberazione».

C’è una soluzione politica alla situazione attuale?

«La soluzione politica l’avevamo intravista negli accordi di Khartoum nel 2019, sottoscritta dal governo e da tutti gli attori dell’opposizione, ma c’è il peso dei signori della guerra, ognuno con la sua porzione di territorio occupato. Quando riusciremo a interrompere quel ciclo infernale di economia di guerra che si è insediata nei territori occupati la soluzione politica si potrà realizzare. È necessario tagliare i fili che collegano l’occupazione dei territori e quelli con i paesi esteri che su questa guerra prosperano.

Le forze dell’Onu dovrebbero avere un ruolo più importante, ma bisogna anche andare oltre le elezioni, non mettendo in dubbio la legittimità di questo presidente, ma lavorando per una legittimità sostanziale. Le condizioni in cui si sono svolte queste elezioni hanno determinato una bassa rappresentatività. Questo presidente, temo, non potrà raggiungere questo obiettivo da solo e il supporto di attori internazionali faciliterebbe il processo inclusivo». ◘

Di Achille Rossi


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