Sabato, 31 Luglio 2021

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L’insidia delle varianti

Covid-19. Intervista all’epidemiologo Fabrizio Stracci

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I numeri che vengono diffusi quotidianamente da Regione e Comune non danno la possibilità di comprendere perché la pandemia si sia diffusa in modo così aggressivo in gran parte della popolazione umbra. La prima ondata sembrava averci risparmiato dal contagio per la convergenza di alcuni fattori che non hanno funzionato nella seconda. Che cosa è accaduto dunque?, chiediamo all’epidemiologo Fabrizio Stracci, che abbiamo preso come riferimento per capire più in profondità la dinamica del contagio umbro.

«Si tratta di una vicenda nota solo in parte. Durante le festività natalizie si è interrotta la discesa del numero di contagi e dai primi di gennaio è iniziata una ripresa. Questo quadro era in parte atteso in relazione all’apertura tardiva prima delle feste natalizie, che aveva determinato affollamenti per le compere, e in seguito alle visite consentite e confermate dalla concentrazione della mobilità rilevata da google nelle aree residenziali».

Dunque, all’inizio di gennaio un qualche aumento dei contagi non destava particolare preoccupazione. Cosa è successo dopo?

«L’incremento era piuttosto localizzato in alcune zone del Trasimeno e in particolare a Magione. Ma questo non era stato percepito come una anomalia, dato che in tutte le fasi dell’epidemia i Comuni del Trasimeno hanno mostrato picchi di incidenza che possiamo verosimilmente associare ai collegamenti e all’elevato numero di scambi con Perugia e alla vicina Toscana, e inoltre alle caratteristiche rurali del territorio e dei paesi, che favorisce una conoscenza diffusa e frequenti contatti tra i residenti. Poi si sono progressivamente affermati elementi distintivi del quadro epidemico che hanno generato il ragionevole sospetto che qualche variante virale potesse avere un ruolo nell’andamento dei contagi fino alla conferma giunta dal sequenziamento dei primi due casi che si sono rivelati, in modo piuttosto sorprendente, affetti dalla variante “brasiliana” P1 del virus».

Come si è giunti a ipotizzare la presenza di varianti?

«Tra gli elementi che ci hanno fatto ipotizzare la presenza di varianti virali è stato l’aumento più marcato dell’incidenza tra i giovani e l’aumento delle infezioni in ambienti protetti come ospedali e RSA. Il sequenziamento di diversi campioni provenienti da questi due ambiti ha permesso di capire che le varianti non solo circolano, ma hanno praticamente sostituito il ceppo preesistente nel perugino. In particolare, poi, alle nostre latitudini risulta prevalente una variante meno studiata del virus rispetto alle varianti inglese e sudafricana, la cosiddetta brasiliana».

Quali interventi urgenti occorrerebbe mettere in atto?

«Questo discorso sarebbe abbastanza lungo, ma possiamo provare a sintetizzarlo mettendo a fuoco alcuni concetti. Ci troviamo ad affrontare alcune varianti del SARS CoV2 che sono in larga misura sovrapponibili al vecchio virus, ma presentano delle differenze; queste differenze non sono trascurabili se consentono alle varianti di soppiantare il virus che circolava prima. In particolare, le varianti sembrano condividere un numero di riproduzione più elevato (R0) e – almeno in alcuni casi (inglese) – hanno una incidenza maggiore tra i giovani e anche tra i bambini, che in precedenza erano abbastanza marginali anche per la trasmissione».

Con quali conseguenze?

«Alcune varianti possono essere più virulente, cioè determinare forme severe di malattia con maggiore frequenza (inglese) o essere associate a una qualche riduzione di efficacia della vaccinazione (sudafricana). Quindi le varianti tendono a essere più difficili da controllare, utilizzando gli stessi interventi adottati per il SARS CoV 2 ‘tradizionale’ e possono determinare riprese epidemiche con conseguenti misure restrittive di spostamenti e dei contatti«.

E quindi quali interventi si dovrebbero adottare?

l insidia delle varianti altrapagina mese marzo 2021 2«Un obiettivo potrebbe essere il contenimento della circolazione fino alla vaccinazione delle categorie fragili o fino al raggiungimento della copertura vaccinale corrispondente alla cosiddetta immunità di gregge (indice di trasmissione Rt stabilmente <1 per mancanza di contatti suscettibili). Un obiettivo alternativo potrebbe essere la riduzione della circolazione del virus e delle varianti a livelli minimi fino alla eliminazione. Questo secondo obiettivo potrebbe essere perseguito strategicamente utilizzando misure di riduzione drastica dei contatti, combinate o meno a screening di popolazione con test ad elevata sensibilità. Da questo punto di vista il cosiddetto lockdown non è semplicemente un inasprimento delle misure cui sono sottoposte le persone già provate da lunghi periodi di restrizioni, ma un cambiamento strategico che mira a produrre aree libere dalla circolazione del virus. Se conseguito, questo obiettivo ridurrebbe tra l’altro il rischio di selezionare varianti virali resistenti ai vaccini (un rischio che è più elevato se le campagne di vaccinazione procedono con lentezza in presenza di elevati livelli di circolazione). Certo che una strategia basata su restrizioni severe, oltre ad essere impegnativa dovrebbe essere poi supportata da un contact tracing potenziato, dal controllo del rispetto generale delle note misure precauzionali e dalla capacità di “sovra-reagire” in tempi brevi alla comparsa di nuovi casi con misure locali tipo lockdown per stroncare sul nascere la ripresa epidemica».

In queste condizioni come si pensa di affrontare la campagna di vaccinazione. Ci saranno ritardi?

«Il discorso è semplice: abbiamo un’alta capacità di vaccinare, ma mancano i vaccini. Con la disponibilità di un maggior numero di dosi di vaccino efficace, dovremmo operare per metterci in condizione di vaccinare nel minor tempo possibile e in presenza di livelli di circolazione del virus che siano i più bassi possibili». ◘

A cura della Redazione


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