Martedì, 13 Aprile 2021

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La grande abbuffata

Città di Castello. Partecipate. Inchiesta Sogepu / Seconda parte

silvia romano2

Sogepu è una specie di polipo con tanti tentacoli. Ognuno di essi è deputato a svolgere funzioni precise: con la discarica di Belladanza incamera e tratta rifiuti, effettua servizi di igiene urbana, svolge attività burocratiche delegate dal Comune, riscuote tariffe, distribuisce contributi, gestisce il Teatro comunale, incamera Polisport, o dovrebbe incamerarla, provvede all’asfaltatura di strade e tante altre cose. Per svolgere queste mansioni, oltre alla dotazione di personale proprio, “assolda” tecnici tramite consulenze e intrattiene rapporti con il variegato mondo delle associazioni attraverso un sistema di dazioni di contributi che, da regolamento, sono a completa discrezione dell’Amministratore delegato (Ad). Nel solo anno 2019 l’importo cumulativo di queste due voci di bilancio ha raggiunto 861 mila euro, una cifra con cui si possono toccare molti interessi, molti professionisti, molte associazioni e legarli al carro della partecipata: 661 mila euro in consulenze e 200 mila euro di contributi. Una somma consistente, gestita con un livello di discrezionalità altissimo: l’Ad, infatti, può affidare consulenze per un importo fino a 100 mila euro senza dover sentire né Pinco né Pallino, cosa che nel settore pubblico non solo è proibita, ma sarebbe addirittura perseguibile. Chi opera all’interno delle pubbliche amministrazioni e collaterali capisce subito che con tale montagna di denaro si possono favorire gli uni piuttosto che gli altri, gli amici degli amici piuttosto che i nemici dei nemici, in barba alle procedure selettive, concorrenziali e di evidenza pubblica previste obbligatoriamente negli enti pubblici. Ovviamente, nessuno pensa male, semplicemente pensa che con tanto denaro si possono conseguire due obiettivi: assicurare sia l’efficienza dell’azienda sia le convenienze della politica.

È la scoperta dell’acqua calda, anche se l’acqua di Sogepu in realtà scotta su due punti. Il primo riguarda il regolamento dei contributi, la cui attribuzione è motivata con la pubblicizzazione delle attività dell’azienda, i «… servizi di raccolta differenziata dei rifiuti e di diffusione delle buone pratiche in materia di riutilizzo dei materiali». Di questo denaro – è il secondo punto –, il beneficiario «… avrà l’obbligo di documentare, sia preventivamente che a consuntivo, le attività svolte…», cioè dovrà presentare un rendiconto di come ha speso quei soldi e pubblicizzato le attività della partecipata. Entrambi i versanti sono molto scivolosi. Nel migliore dei casi si può dire che si tratta di motivazioni fumose, e non è raro trovare nell’elenco dei beneficiari soggetti che c’entrano poco con le finalità “promozionali” della partecipata: parrocchie, Polizia di Stato, Festival delle Nazioni, Fondazione Burri, Mostra del Cavallo, iniziative editoriali, pro-loco. Bisognerebbe osservarli i frequentatori di concerti o amanti dell’arte, che prima di ascoltare la Nona di Beethoven o visitare le opere del Maestro, si facciano una ripassatina di raccolta differenziata. Sarebbe altresì interessante conoscere la motivazione con cui, nel 2016, siano stati assegnati 40.000 euro alla Fondazione Burri e come siano stati rendicontati. Per non dimenticare motivazioni e rendicontazione del contributo assegnato alla Polizia di Stato. Senza perdere di vista i contributi alla Mostra del Cavallo, in particolare i 35.000 euro del 2017, per un evento che non fu realizzato in quell’anno. Quei soldi, pubblici, sono stati restituiti? Altrimenti, come sono stati rendicontati? Non si sa.

Tramite la mano “invisibile” di Sogepu è tutto più semplice, più discrezionale, in modo tale da “accontentare” tanti soggetti vicini all’Amministrazione comunale, principalmente legati allo sport ma non solo, lasciando al Comune le mani libere. Ci sono almeno altri due modi per impiegare più utilmente quei soldi. Se con la cifra erogata nel 2019 o negli anni precedenti Sogepu avesse voluto sviluppare campagne di educazione permanente dei cittadini per diffondere le buone pratiche ambientali, avrebbe raggiunto risultati qualitativi non paragonabili e pertinenti. La seconda via sarebbe quella di trasferire questi soldi al Comune, come parrebbe logico, il quale, con procedure più trasparenti e più controllate potrebbe assegnare i contributi.

Ovviamente tutte le associazioni hanno diritto di vivere e prosperare; non si capisce perché non lo si faccia in modo diretto senza ricorrere a sistemi surrettizi, dove, evidentemente, la spinta a “sostenere chi ci sostiene” finisce per prevalere. “Io ti do una mano; ricordati quando voti”. Ovviamente non lo si dice perché è sottinteso.

Col passare del tempo, la partecipata ha ampliato moltissimo la platea dei servizi che richiedono sempre più soldi e più fatturato. Ma poiché gli utili in questa azienda dipendono dai rifiuti, materia prima, va da sé che aumento dei rifiuti e fatturato vanno di pari passo. Tanto è vero che, diversamente da altre discariche regionali, Belladanza pratica tariffe molto basse ai rifiuti in ingresso. Ossia è diventata attrattiva di rifiuti perché applica un prezzo inferiore a quello di altre discariche regionali. Se l’azienda svolgesse adeguatamente il suo compito, la mole di rifiuti da trattare dovrebbe diminuire, e aumentare il riciclo e la differenziazione.

Quando ci si gloria dell’aumento del fatturato, in realtà si certifica l’aumento di rifiuti. E non è un caso che Belladanza dovrà chiudere i battenti con cinque anni di anticipo per raggiunta saturazione. Allora quale funzione ha l’Ad: quella di conseguire la tutela ambientale o di garantire all’Amministrazione comunale di poter svolgere in modo surrettizio tutte quelle partite che il Comune avrebbe difficoltà a gestire? Il problema esiste, ma non lo si può risolvere sottobanco facendo fare alla partecipata ciò che forse non sarebbe possibile fare in proprio.

La figura dell’Ad in questi anni è stata oggetto di forti polemiche in relazione, in particolare, ai suoi emolumenti stipendiali. Il suo profilo si trova nel portale trasparenza del Comune tra gli incarichi amministrativi: Ad, trattamento economico Euro 24.722,00. Uno stipendio dignitoso, ma inadeguato alle mansioni di un Ad. Un amministratore che gestisce un bilancio di oltre 20 milioni di euro, superiore alla somma di molti bilanci di Comuni del comprensorio, di poco inferiore a quello del Comune di Castello, con tutte le responsabilità annesse e connesse, dovrebbe avere uno stipendio superiore a una retribuzione che, tradotta in termini mensili, si aggirerebbe attorno a 1300/1400 euro, come un normale impiegato di fascia non dirigenziale. Per questo la polemica si è accesa sul premio di produttività a lui corrisposto dal 2013 al 2016 in base a una normativa del 2006 (l. 296 art. 1 comma 175), non riportata correttamente, per errore o svista, nello Statuto della partecipata. Questione sollevata in Consiglio comunale da Vincenzo Bucci del “Gruppo Castello Cambia” nel 2020, ma già oggetto di precedenti interrogazioni, tanto che lo stesso Comune aveva chiesto a Sogepu di fare chiarezza su questo punto. Nel frattempo la legge 175/2016 (Testo unico in materia di società a partecipazione pubblica) ha messo una pietra tombale sulla indennità di risultato, affermando che non si possono attribuire premi agli Ad di partecipate. Alla luce della nuova norma il Comune ha dovuto apportare una ulteriore modifica allo Statuto nel 2018.

La cosa stupefacente, al di là del merito dell’indennità, è che, nello Statuto previgente e nella stessa legge 296/2006, tale integrazione stipendiale era stata legata non a criteri di qualità del servizio, di tutela ambientale, di raccolta differenziata, di diffusione delle buone pratiche, obiettivi specifici dell’azienda, ma all’unico indicatore del “profitto”. Più utili=più indennità, e gli utili si ricavano da più rifiuti=più fatturato. Testualmente la parte della legge 296/2006 riportata nello Statuto del 2015 dichiarava: «…Resta ferma la possibilità di prevedere indennità di risultato solo nel caso di produzione di utili e in misura ragionevole e proporzionata». Quindi la misura “ragionevole e proporzionata” altro non è che l’aumento dei rifiuti, dei conferimenti, degli smaltimenti e trattamenti da cui derivano gli utili. Altrimenti non ci sarebbe indennità di produttività. Tanto è vero che il premio dell’Ad è cresciuto esponenzialmente negli anni col crescere degli utili: 24.720,72 nel 2013; 40.000 nel 2014; 40.000 nel 2015; 49.000 nel 2016. Tutti lordi. Poi è intervenuta la stroncatura della nuova normativa. Così dal poco si è passati al tanto, al raddoppio dello stipendio e quasi alla triplicazione anche se l’andamento degli utili non è stato sempre uniforme.

Insomma, le opposizioni attaccano, la Giunta si nasconde e l’unico a resistere imperturbato è l’Ad Cristian Goracci, che reagisce con la sua arma preferita: il silenzio.

Nella polemica sulla indennità si è perso di vista il vero problema da affrontare, ovvero che una indennità così concepita è un incentivo alla produzione di rifiuti, non certo alla loro limitazione. Esattamente il contrario di quello che si dovrebbe fare: meno rifiuti=diritto al premio; più riciclo rifiuti=più incentivi. Sulla polemica della indennità di risultato si è aperta dunque una voragine che non riguarda solamente quanto sia stato attribuito debitamente o indebitamente all’Ad, ma che ha a che vedere con le operatività della partecipata, i compiti che le sono stati attribuiti e la corresponsione di utilità, sui quali si è aperto un contenzioso non ancora definitivamente chiarito. Tutto è molto vago; l’unica cosa certa è che i rifiuti rendono e sono in molti a trarne vantaggi. La mangiatoia è grande, soprattutto ora che la partecipata si appresta a diventare società privata, coerentemente con questa trama. ◘

(continua)

ScreenHunter 01 Mar. 15 09.38

Di Antonio Guerrini


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