Sabato, 31 Luglio 2021

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1912: il Galvani passa il testimone al “Moderno cinema Iris”

Cronache d'epoca

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È il 22 dicembre 1907 quando a Città di Castello è inaugurata la prima sala adibita esclusivamente a proiezioni cinematografiche. È in via Sant’Antonio, il suo nome è “Cinematografo Galvani”. Il successo è immediato e continuo: «Ci si diverte un mondo», sintetizzano i periodici locali, anche se qualche inciampo non manca e i giornali lo scrivono: «Purtroppo molto spesso il materiale cinematografico, per disguidi, non giunge in sala e il pubblico deluso torna a casa». Delusione mitigata dalla direzione della sala che scrive: «Per questi incresciosi incidenti non imputabili a colpa nostra, chiediamo le più ampie scuse al cortese pubblico tifernate, ringraziandolo per la deferente cortesia e simpatia sinora addimostrata, assicurando che in appresso questi inconvenienti non succederanno più». Frattanto, seppur saltuariamente, spettacoli cinematografici seguitano a svolgersi al Teatro Bonazzi e a quello degli Illuminati, così, essendo coinvolti anche loro nella “settima arte”, è d’obbligo dedicare due affrettate righe a questi edifici.

A proposito del Bonazzi scrive Aroldo Fanfani nella “Guida di Città di Castello” del 1927: «Nell’anno 1574 il vescovo Antimo Marchesani, avendo saputo che le monache di Santa Maria del Ponte di Pietralunga non vivevano sotto stretta clausura in numero di dodici, ordinò loro di venire in città e le collocò in alcune case di Piazza dell’Incontro», case che divennero il loro convento, il quale, divenuto col tempo fatiscente, è abbandonato nel 1773. Più tardi, ai primi dell’800 è acquistato dalla famiglia Mancini e trasformato in Teatro Mancini, dove sono date opere liriche di alto livello. Alla morte di Mancini, per eredità il teatro passa ai Cherubini-Scarafoni, i quali, per farla breve, lo trasformano in deposito di granaglie. È il 1850 quando i Filodrammatici Tifernati riescono a prendere in affitto il malconcio teatro e lo riportano alla dignità dell’arte riscuotendo successi clamorosi. Questo fino all’esaurirsi di quel secolo, quando Tommaso Cherubini-Scarafoni lo baratta per un podere con i coniugi Giordano di Cuneo, i quali apportano sostanziose migliorie al teatro che ora si chiama Bonazzi, in omaggio allo storico perugino e già presidente della Filodrammatica Tifernate.

1912 il galvani passa il testimone al moderno cinema iris altrapagina mese marzo 2021 2È il 1914 quando, passato in altre mani, è quasi totalmente demolito, si salva solo la facciata. Riaperto al pubblico nel 1918, il teatro cambia di nuovo nome, non più Bonazzi, ma Vittoria, in omaggio (si fa per dire) alla “guerra vittoriosa”. Qui, per ora, si lascia il Vittoria per dare una fugace occhiata al Teatro degli Accademici Illuminati, sorto appunto per volontà di questi accademici nel 1666, laggiù nella parte bassa della città, tra il convento dei Filippini e la chiesa della Trinità esaltata dal giovane Raffaello con lo stendardo. Il teatro, costruito quasi tutto in legno, con il passare degli anni (tanti) diventa fatiscente e viene abbandonato. Sono sempre gli Accademici a ricostruirlo in muratura e a riaprirlo nel 1795. Più tardi verrà di nuovo chiuso per continue migliorie, riaprirà al pubblico nel 1862 con “Lucrezia Borgia” di Donizetti e “La Traviata” di Verdi. Ormai le armonie delle più importanti opere liriche sono esaltate in questo elegante teatro, anche se con “La Tosca” di Puccini, vedremo più sotto, capita un inciampo. Dunque, la “prima” dell’opera va in scena la sera del 14 gennaio 1900 al San Carlo di Roma. Il successo è clamoroso e Giacomo Puccini portato alle stelle, anche se qualcuno, scherzando, fa notare che nel giro dei tre atti dell’opera tutti i principali protagonisti muoiono: chi scannato, chi fucilato, chi massacratosi precipitando dall’alto. Sopravvive, per fortuna, solo il suggeritore.

Come detto, a parte l’ironico commento, il successo della Tosca è clamoroso e i tifernati attendono con impazienza l’arrivo dell’opera agli Illuminati. Si dovrà attendere sei anni. Ecco l’inciampo, la parola al cronista dell’epoca: «il teatro degli Illuminati stracolmo per la ‘prima’ de “La Tosca” l’attesa fu delusa. Il tenore si mostrò inferiore al compito assuntosi. Parecchi reagirono fischiando. Lunedì sera il pubblico era meno numeroso, al terzo atto si giunse a volgari contumelie oltre ai fischi, tanto che il tenore Leopardi abbandonò la scena. Martedì non ci fu rappresentazione, venuto il nuovo tenore signor Gasparri giovedì fu un trionfo incontenibile».

A parte questa sgrammaticatura lirica il teatro seguiterà ad accogliere per decenni il meglio della lirica e della prosa. Nel 1920, fatto memorabile, “L’Aida” è replicata per 12 sere. Nel 1938 l’accademia cede il teatro al Comune. Un regalo elegante e sonoro, con quattro ordini di palchi, un loggione, sale per ricevimenti, per caffè e per prove per gli artisti, poi la guerra… Nel dopoguerra il teatro è trasformato in cinema, ma durerà per poco tempo. Dopo la disgraziata esperienza del cinema i disinvolti amministratori della cosa pubblica lo riducono a balera di terzo ordine. Dove hanno echeggiato le note della “marcia trionfale dell’Aida”, di corsa «arriva il negro Zumbon cantando allegro il bajon…». Negli anni ’70 del secolo scorso gli amministratori della cosa pubblica meno disinvolti, ma più capaci, restituiscono la persa dignità al ‘tempio dell’arte’ dei tifernati.

E dopo l’esperienza del Galvani nel 1912 l’apertura della nuova sala cinematografica in corso Vittorio Emanuele. Si chiama Iris, il proprietario è il tifernate Furio Fantini, personaggio eclettico e geniale. Così i giornali dell’epoca presentano il nuovo cinema Iris: «Il giorno 2 agosto saranno inaugurate le nuove sale del cinematografo moderno Iris. Un cinematografo con splendidi locali, arredati con gusto fine e artistico secondo le esigenze moderne. Certamente il pubblico accorrerà numeroso anche perché si rappresenteranno film di alto interesse». Furio Fantini gestisce il cinema fino al 1918, quando lo cede ad altri. L’Iris chiude verso la metà degli anni ’20. ◘

(continua)
Di Dino Marinelli


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