Sabato, 31 Luglio 2021

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L’Europa impantanata sui balcani

silvia romano2

Alessandra Moretti, insieme ad altri parlamentari europei, ha tentato di osservare cosa accade ai migranti che attraversano la rotta balcanica.

Le chiediamo perché sono stati bloccati dalla polizia.

«Noi, come europarlamentari del Partito Democratico, abbiamo voluto compiere questa missione tra la Bosnia e la Croazia per verificare le condizioni dei migranti, soprattutto riguardo ai respingimenti illegali a opera della polizia croata e controllare come vengono utilizzate le risorse europee. Avevamo comunicato alle autorità croate la nostra intenzione di raggiungere il confine con la Bosnia a piedi, attraverso la foresta di Voina, perché sapevamo che in quel punto avvenivano i respingimenti illegali, spesso con l’uso della violenza.

morettiArrivati alla foresta di Voina abbiamo fermato le autovetture e abbiamo notato la presenza di due droni che ci sorvolavano e controllavano i nostri movimenti. Nel momento in cui abbiamo tentato di avvicinarci a piedi al confine, siamo stati bloccati dalla polizia croata. Dapprima questi poliziotti hanno accampato delle motivazioni incomprensibili, poi abbiamo capito che quello che sospettavamo, ossia il fatto che la polizia croata si rende responsabile di questi respingimenti, era fondato. Ha confermato che questi respingimenti in violazione delle norme internazionali sono operati da un paese europeo quale è la Croazia».

Perché a 300 mt di distanza dal confine vi hanno impedito di proseguire? Cosa avevano da nascondere i croati?

«È quello che ci siamo chiesti. Evidentemente sono consapevoli del fatto che si macchiano di azioni illegali, contrarie al diritto internazionale e in particolare al diritto d’asilo. Questi migranti sono siriani, afghani, iracheni, cioè rifugiati per eccellenza, quelli che devono essere accolti e poter esercitare il diritto d’asilo. Diritto che viene negato dalla polizia croata e spesso anche dalla polizia italiana; molti Paesi europei di confine con le zone di arrivo dei rifugiati non rispettano i trattati internazionali».

Cosa ha visto nel campo profughi di Lipa, al confine tra Bosnia e Croazia? Può raccontarci la sua esperienza?

«Siamo comunque riusciti a raggiungere la Bosnia e abbiamo visitato il famoso campo di Lipa, che ospita 950 uomini adulti, prevalentemente provenienti da Pakistan, Iran, Siria, Afghanistan. Sono ragazzi perlopiù giovani, dormono in quaranta persone in tende da 70 metri quadri, senza areazione, con poco riscaldamento, senza energia elettrica e senza acqua. In un campo che ospita quasi mille persone ci sono solo 15 bagni chimici e 10 docce. Le loro condizioni igieniche sono molto precarie, molti di questi ragazzi hanno la scabbia e ferite gravi ai piedi perché provano tantissime volte a superare il confine e, come ho già detto, vengono respinti con la violenza, spogliati di tutti gli effetti personali, soldi, telefono, vengono persino tolte loro le scarpe e rimandati lontano dal confine. Questa è la causa delle ferite ai piedi.

Questo campo si trova lontano da Bihac, cittadina nel cantone di Una Sana, e sembra di essere in un campo di concentramento. Quando siamo arrivati nevicava, c’erano meno dieci gradi, il campo è circondato da filo spinato: un’immagine che non avremmo mai voluto vedere e che deve turbare profondamente le coscienze dell’Europa perché non è ammissibile che vicino ai propri confini avvengano delle simili brutalità».

Come può raccontare queste esperienze agli interlocutori europei e italiani?

72«Siamo tornati profondamente colpiti, amareggiati e delusi. Siamo rimasti scioccati anche nel comprendere che si tratta di numeri molto limitati: in Bosnia Erzegovina ci sono circa 9000 migranti, di cui 1100 bambini in stato di bisogno. Parliamo di cifre minime che suddivise tra tutti i 27 Paesi europei sarebbero poche centinaia di persone da assegnare ad ogni singolo Paese. Rientrati a Bruxelles abbiamo preso a lavorare sulla proposta della commissione del Patto per l’Immigrazione, ritenendo che vada modificata, così come va cambiato radicalmente il Trattato di Dublino. Reputiamo urgente prevedere subito corridoi umanitari, quanto meno per i minori non accompagnati. Ci sono bambini senza genitori, in stato di bisogno, che corrono rischi serissimi di maltrattamenti. Bisogna creare subito dei canali legali di accesso e identificazione di queste persone e quindi prevedere un nuovo modello di accoglienza e di integrazione. È necessario provvedere subito al ricollocamento di questi migranti attraverso un sistema di accoglienza diffusa; ogni Paese europeo si deve assumere una parte di responsabilità».

Ci sono testimonianze su gruppi di famiglie che vagano nei boschi, senza riparo, senza cibo. Cosa possono fare le organizzazioni umanitarie per assisterle?

«Ci sono molte persone che non vivono all’interno di questi campi, tra cui circa 120 bambini che vivono dentro la foresta, dormono all’aperto per tutto l’inverno, ci sono famiglie con bambini piccoli che si sono rifugiate in caseggiati abbandonati. Abbiamo visto le immagini dei fotoreporter che ci hanno aiutato. E poi ci sono i dati dell’Unicef, della Caritas e della Croce Rossa. C’è un’organizzazione umanitaria che fa capo alle Acli (Ipsia) che sta svolgendo un ruolo straordinario, Silvia Maraone è una delle donne impegnate in quei luoghi e sta facendo un lavoro importantissimo.

73Dobbiamo raccogliere l’appello di queste organizzazioni, che spesso sono criminalizzate per l’impegno di solidarietà che portano avanti. Ci hanno riferito che è necessaria la raccolta fondi per acquistare beni primari nelle comunità locali ospitanti. Mi spiego meglio: le comunità locali come quella di Bihac si sentono spesso abbandonate dalle autorità, ma noi dobbiamo far loro comprendere che l’accoglienza e l’integrazione dei migranti possono rappresentare un motore di sviluppo anche per loro, per questa ragione le organizzazioni umanitarie acquistano sul posto farmaci, alimentari, legna».

L’Europa ha lasciato le mani libere a Bosnia, Croazia e Slovenia per fare il lavoro sporco? Quale politica bisognerebbe elaborare?

«Dobbiamo cambiare radicalmente il modello di accoglienza e integrazione, con l’accoglienza diffusa di cui parlavo prima, superando i veti dei paesi di Visegrad. Non si tratta di un’invasione, come narrato dalla Lega e da Salvini in Italia, sono poche migliaia di persone. Bisogna prevedere un sistema di quote per ciascun Paese in base al numero di abitanti, al prodotto interno lordo, alle strutture presenti e nelle zone di confine vanno realizzati centri di accoglienza temporanea prevedendo opere di compensazione per la popolazione residente. Le comunità locali si sono spesso sentite abbandonate, hanno affrontato da sole l’impatto del fenomeno migratorio e questo ha sviluppato un senso di sospetto verso lo straniero, verso le organizzazioni umanitarie.

Occorre rivedere anche il ruolo di Frontex e costituire una protezione civile europea che sappia articolarsi anche nelle missioni in mare, perché il Mediterraneo è diventato un cimitero di innocenti. Dobbiamo tornare ad usare non solo la parola “umanità”, ma tradurla in fatti. L’Europa deve cambiare totalmente direzione». ◘

Di Achille Rossi

 


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