Giovedì, 21 Ottobre 2021

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Riunire le tre confessioni

96 annii altrapagina aprile 2021

Franco Cardini è storico e saggista tra i massimi esponenti nello studio del Medioevo. Si laurea in Lettere presso l’Università di Firenze nel 1966, dove assume la cattedra di Professore di Storia medievale. Attualmente è Professore ordinario presso l’Istituto Italiano di Scienze Umane (Sum), fa parte del Consiglio scientifico della Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino, è Direttore dell’École des Hautes Études en sciences sociales (E.H.E.S.S.) di Parigi

 

 

 

Parlare del viaggio del Papa in Iraq con il professor Franco Cardini, storico, saggista, profondo conoscitore di Islam e Cristianesimo è veramente un tuffo nella Storia della nostra contemporaneità. Dal dialogo con lui, lunghissimo e illuminante per tanti aspetti, abbiamo circoscritto alcune questioni più specifiche.

piana di niniveQual è la situazione dell’Iraq che Papa Francesco ha trovato?

«La situazione è molto complicata e tutto è iniziato con la Prima Guerra mondiale: la disgregazione dell’Impero ottomano e gli accordi rovinosi della pace di Versailles furono l’inizio della “sistemazione” del Medio Oriente, che determinò una serie di problemi, compresa la questione palestinese. Churchill si vantava improvvidamente di aver “inventato”, con un righello in una sola notte, i confini degli Stati di questa parte del mondo. E così fu. Siria e Libano passarono sotto la Francia, la Palestina fu affidata al governo mandatario dell’Inghilterra (che già occupava l’Egitto e in tal modo poteva controllare tutto il mar Rosso). L’Arabia Saudita venne ceduta al capo di una tribù musulmana, che era in buoni rapporti con gli inglesi. Intanto si affermava il sionismo, il ritorno dei coloni ebrei in Palestina, sulla base anche delle indicazioni di Francia e Inghilterra, che volevano allontanare questa popolazione “scomoda”».

E oggi…?

confessioni«L’Iraq è un groviglio di conflittualità difficile da districare. C’è la questione dei curdi che non sono arabi, ma iraniani e però sunniti, insediati in una zona montana molto precisa: il Kurdistan. Dopo la guerra 1914-18 questi vennero puniti dalle potenze vincitrici perché erano stati fedeli al Sultano e pertanto furono divisi in quattro nuovi Stati: Iraq, Iran, Siria, Turchia. Perciò tutta questa area è rimasta fortemente instabile.

Il governo imposto con le armi dagli americani dopo il 2003 è paradossalmente filo-iraniano, cioè “nemico” degli Stati Uniti, poiché gli sciiti (che sono stragrande maggioranza in Iran) hanno cercato un riscatto. È un non senso su cui i nostri media non hanno mai riflettuto abbastanza e che comunque non aiuta di certo la concordia nella regione».

E l’Isis è nato proprio in Iraq. Quali ricadute ha avuto nel rapporto tra sciiti e sunniti?

«La dolorosa esperienza del Califfato dell’Isis (2014-2019) ha contrapposto ancor più fortemente i sunniti agli sciiti. Nonostante il grande pericolo, le feroci violenze effettuate dallo Stato califfale, la guerra proclamata più volte dalle potenze occidentali e dai loro alleati arabi, non c’è stata. A sconfiggere l’organizzazione terroristica sunnita è stata una coalizione composta da quel che resta dello Stato della Siria di Assad, dai volontari curdi e sciiti iraniani. Questo dato mette in luce i rapporti di vicinanza fra le stesse potenze occidentali, in particolare Stati Uniti e Israele (ma a ruota anche i Paesi europei) con lo zoccolo duro del fondamentalismo sunnita, di cui non tutti hanno piena coscienza».

Perché papa Francesco ha deciso di andare in questa terra, nonostante i rischi che avrebbe potuto correre?

«La linea di pace di papa Francesco è coerente con quella dei papi precedenti. Durante la prima guerra del golfo Giovanni Paolo II rimase solo e inascoltato a scongiurare l’aggressione perpetrata dal presidente statunitense George W. Bush jr e dal premier britannico Tony Blair. Ce ne siamo dimenticati perché il problema iracheno pesa sulla coscienza occidentale e su quelli che muovono politica, affari e finanza. Il Papa sta lavorando per un dialogo di pace fra le religioni e per la pace nel mondo su più fronti».

Papa Francesco tenta di riallacciare i rapporti tra sunniti e sciiti divisi da una lacerazione secolare. Lei pensa che il Papa tenti una riconciliazione tra due tradizioni dell’islam?

confessioni1«Il Papa non vuole assumersi un ruolo di intermediazione fra le due tradizioni. Non è il suo compito. Egli si limita a cercare una vicinanza fra le tre confessioni - cristianesimo, islam ed ebraismo - perché queste, fedeli al Dio unico, hanno in comune i valori della carità, della fratellanza e di una certa giustizia sociale. L’incontro con il grande ayatollah Ali al-Sistani nella città santa di Najaf è stato uno dei momenti più significativi di questo viaggio. Non dimentichiamo che la comunità sciita, durante le violenze e le grandi sofferenze che hanno patito anche i cristiani iracheni, perseguitati dai militanti dell’Isis e costretti a lasciare le loro case, ha levato la sua voce in difesa di costoro».

Nella piana di Ninive si sono intrecciate diverse tradizioni religiose, dall’ebraismo, al cristianesimo, allo yazidismo, ai curdi. Queste minoranze sono schiacciate dall’Isis. Il Papa ha voluto esprimere loro solidarietà. Con quale obiettivo?

«Il vero problema per papa Francesco è la povertà della grande maggioranza dell’umanità, mentre la ricchezza si sta concentrando in poche mani. Tutti sappiamo che la forbice della disuguaglianza si allarga. Il 15% circa della popolazione mondiale detiene il 90% delle risorse. La povertà di tanti insieme alla ricchezza smodata di pochi è diventato il primo problema del mondo.

Egli viene accusato spesso di mettere in atto una politica anti-occidentale, proprio perché mette in discussione queste disuguaglianze, su cui si è strutturata la ricchezza di Europa, Stati Uniti, Canada e Australia, ma in verità a lui non interessa la politica in sé: le sue azioni, le sue parole, i suoi scritti sono mossi da ragioni e sentimenti strettamente religiosi».

Dal punto di vista politico l’Iraq vive una situazione inquietante, in preda alla corruzione e alla disgregazione sociale. È ancora possibile una ricomposizione nazionale? Con quali forze e quali metodi?

«Il giorno in cui gli Stati Uniti accettassero la scommessa di favorire una libera composizione della situazione irachena, con elezioni veramente libere, con una supervisione dell’Onu, si potrebbe ottenere una vita politica “democratica”. Ma questo appare al momento impossibile: gli Stati Uniti e Israele non confessioni2rinuncerebbero mai al loro controllo militare e politico del Paese. Il rischio per l’Iraq di un possibile avvicinamento all’Iran (la maggioranza degli iracheni, il 60%, sono sciiti come gli iraniani), il nemico degli Stati Uniti e di Israele, non consente l’allentamento della presa da parte del fronte occidentale, di cui fa parte anche l’Italia con un contingente militare (926 uomini) per “il mantenimento della pace”. Di fatto sul piano della “vera pace” è una situazione irrisolvibile. Anche Barack Obama aveva dichiarato un allontanamento dall’Iraq, ma non l’ha realizzato».

Molti osservatori segnalano una ripresa dell’Isis proprio in Iraq. Con questo viaggio quindi il Papa manda un messaggio preciso anche ai terroristi?

«Il Papa è consapevole che a costoro la pace non interessa. I terroristi di oggi in Iraq fanno capo a scuole teologiche salafite, molto vicine al movimento estremista wahabita. Essi combattono l’ala sciita dell’Islam e perseguono un jihad universale: il loro intento è dunque che tutto il mondo diventi musulmano».

Si ha la sensazione che in tutto l’Occidente il viaggio del Papa in Iraq non abbia destato molta attenzione. Ritiene che ciò sia dovuto alla pandemia imperante o vi siano altre ragioni?

«Il fatto è che per gli occidentali non esiste un vero problema vicino-orientale per chiari motivi economici e commerciali che nessuno vuole mettere in discussione. Per cui quello dell’Arabia Saudita è considerato un “islam buono”, e genericamente gli altri, gli estremisti, soprattutto l’Iran, rappresentano un “islam cattivo”. È un errore clamoroso: l’Arabia Saudita è uno dei Paesi più intransigenti e integralisti; qui si applica il taglio della mano, l’obbligo del burqa per le donne, la lapidazione… e da qui partono i finanziamenti per i gruppi terroristi fondamentalisti.

Del resto il Papa non riceve attenzione e plauso da tempo, perché si pone in una posizione di severo giudizio verso la politica dell’Occidente, in particolare verso il neoliberismo». ◘

Di Daniela Mariotti


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