Mercoledì, 20 Ottobre 2021

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Uno, nessuno e centomila

Personaggi. Raccontare la storia e la società attraverso vite vissute

silvia romano2

Questo secondo articolo della rubrica dedicata alle persone che hanno attraversato gran parte del secolo scorso, e sono testimoni delle profonde trasformazioni che hanno caratterizzato la nostra società, dà la parola a un artigiano che dopo una vita di lavoro vissuta tra Europa e Italia continua a lavorare per piacere di essere e di fare ciò che ha sempre fatto . Una specie in via di estinzione...

Ci sono ancora strade, nascoste nella trama di quelle “importanti”, quelle dei centri commerciali e delle attività ad alta produzione, che conducono ad angoli seminascosti, dove trovare piccole botteghe, laboratori artigiani, spazi che sembrano strappati a una dimensione senza tempo, senza spazio. Ed è possibile incontrare persone che quella dimensione atemporale sono riusciti a preservarla anche in se stessi. Non stupisce che uomini di questo tipo decidano di raccontarsi senza voler in nessun caso apparire ed essere riconosciuti, presentando la propria storia come “la storia di tutti”: in realtà è proprio la loro, ma viene regalata perché ognuno possa ritrovarvi una parte di sé. Perciò non ne avrete a male se non apparirà, questa volta, il nome del personaggio che ho incontrato e che, a inizio conversazione, esordisce così: “Io racconto la mia esperienza, il mio nome non è importante. E non voglio che compaia. Non voglio essere da nessuna parte, io voglio essere qui ora e basta». «E quindi che cosa devo scrivere?». «Scriva che ha parlato con uno che riparava i televisori!».

«Io non ho sempre lavorato qui, sono stato emigrante in Svizzera, ho lavorato per la Siemens e le dico, non è che sia facile. Essere emigrante italiano era un problema anche per trovare casa: guardavano sempre con sospetto. Era difficile, ma non come per gli stranieri in Italia oggi. Loro hanno due grandi inconvenienti: essere all’estero e avere la pelle scura, perché la pelle scura è un grosso problema. È sempre un grosso problema, si fidi. Comunque anche per gli italiani. Per esempio per trovare una camera risposi a un annuncio. Mi chiesero se fossi francese o ungherese. "Ma no, sono italiano!". "Ah, noi non affittiamo agli italiani". "Guardi, allora la ringrazio io. Perché da una come lei sono io che non voglio abitare"».

«Qualche pregiudizio c’era, le racconto un episodio: a Winthertur, dove stavo, come in altre città svizzere, non c’era la piazza. Gli italiani si riversavano alla stazione, anche per altri motivi certo, ma soprattutto per incontrarsi. E ci dissero “ma in Italia il treno non ce l’avete?”, perché pensavano che andassimo a vedere i treni.

L’idea di partire mi venne perché mentre si giocava a biliardo con gli amici c’era il figlio di uno che era in Svizzera e per cortesia mi ero informato sul suo babbo. La mattina dopo dissi alla mamma: "Ascolta mamma, io vado in Svizzera!". Io già lavoravo in un negozio che si occupava di elettricità e di radio, qui a Castello. Partii con quell’esperienza lì: non sono un decisionista, né un programmatore, faccio il meglio che posso in quello che posso fare e che mi va di fare. Mi diverto, io non lavoro mica! Alla fine sono rimasto a Zurigo per sei anni: non c’ero mai stato, il tedesco chi lo conosceva. La prima volta che mi presentai alla Siemens per questo motivo nemmeno mi presero. Però risposi a un’inserzione e trovai lavoro a Winterthur, da un negoziante. Imparai il tedesco perché serviva, oltre alla semplice comunicazione, a redigere i rapporti. Poi c’ho preso gusto. Con le scuole serali potevi fare anche l’Università. Alla fine mi sono spostato in Siemens e mi sono reso conto di cosa avrei perso se non fossi andato là: ci sono stato dal '58 al '64 e mi sentivo straniero quando tornavo in Italia, perché le radici si perdono.

Mi hanno offerto posti di responsabilità. Mi hanno proposto di diventare Vorarbeiter (caporeparto), io però stavo bene come stavo. Nel frattempo avevo imparato le tre lingue della Svizzera, facevo informazione tecnica telefonica come secondo lavoro, non avevo problemi né di ambiente, né di rapporti, né di lavoro. Abitavo a Winterthur, che era la città più industrializzata della Svizzera, ad ampia produzione: locomotive, motori navali. E mi trovavo bene… Anche dopo ho sempre scelto posti in cui stavo bene: per esempio Milano era un mito, all’epoca, era il mito del lavoro. Io non ci sarei andato mai».

La bottega durante il racconto sembra quasi farsi teatro. Tra gli apparecchi esposti ci sono veri pezzi da museo. Conserva televisori e radio ormai divenute d’epoca, ha visto gli apparecchi a valvole dell’anteguerra, il passaggio al transistor e la rivoluzione digitale. Un controcanto storico alla narrazione personale fa eco da ogni piano e ogni scaffale. Fanno mostra due apparecchi del 1938 e una radio rurale riparata e funzionante, restaurata da lui che nel parlare svita il pannello posteriore e mostra il meccanismo operativo interno, i bolli della tassa radio applicati alle valvole. Chiedo: «Quanto può valere?». E con un sorriso eloquente mi risponde: «Il valore dipende sempre da chi vende e da chi compra».

«La mia maestra è stata la curiosità. Ho riparato apparecchi che sapevo avrei dovuto buttare, perché studiavo il difetto, anche se non salvavo l’apparecchio. Ricordi che nessuna invenzione nasce da sola.

Marconi è considerato l’inventore della radio, ma poté farlo solo usufruendo delle scoperte di Volta. Il progresso avviene sempre perché qualcuno aggiunge qualcosa a ciò che è stato trovato in precedenza. I primi trasmettitori non avevano un generatore ad alta frequenza. Era solo una scintilla. Erano onde radio smorzate. Marconi utilizzò delle bobine che sviluppavano tensioni altissime per valutare la propagazione, ma si avvalse di altre invenzioni. Per esempio fu un certo Calzecchi Onesti a studiare la ricezione delle onde radio e a inventare il coesore con cui Marconi poté rilevare le onde radio. Hertz scoprì che producendo una scintilla le variazioni del campo elettrico davano origine all’onda elettromagnetica che portava a una seconda scintilla a distanza e studiò la propagazione delle onde, ma poté condurre l’esperimento grazie a un apparecchio costruito da Ruhmkorff. Lo stesso Marconi non sapeva quantificare la frequenza. Per lui era possibile una sola frequenza. Capisce perché le dico che la curiosità è una maestra? Ora non legge più nessuno. Io non sono colto, ma è con la lettura che puoi imparare qualcosa. Per la comunicazione… è la stessa cosa. La televisione con un solo canale era riduttiva, ma ti faceva parlare… vedevi una cosa sola e per forza dovevi discutere di quella. Adesso cambi canale, ma non discuti più. Sotto questo aspetto non c’è stata una evoluzione. Le invenzioni sono un problema quando, più che usufruirne, si subiscono. Vale anche per le notizie, non è più informazione. A forza di parlare di violenza, non porti all’informazione, ma all’emulazione.

Il lavoro con la tecnologia è cambiato. Prima si prendevano lavori che bastavano per un anno, l’agenda era piena. Ora il prodotto non costa più nulla. Se faccio il preventivo me lo rifiutano perché in rapporto è conveniente comprare un apparecchio nuovo. Riempiremo il mondo di rifiuti. E senza soddisfazione. Il progresso tecnologico è una grande risorsa, se non lo si subisce. Anche il telefonino, dicono che aiuti a comunicare… non penso sia vero. Un tempo i radioamatori si parlavano da lontano, si conoscevano posti sperduti dai racconti dei radioamatori, a volte si organizzavano viaggi apposta per vederli. C’era l’usanza di spedirsi le cartoline dei luoghi da dove si trasmetteva, le cartoline erano affrancate. Molti di quei francobolli oggi sono rari, da collezione. Comunicazione è anche conoscere. E poi mi viene in mente quello che mi disse un mio amico quando chiesi se avrebbe comprato un cellulare. “Sì, manco morto! È come avere il campanello della propria porta sempre dentro la tasca”».

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«Per ogni telefono che immettono sul mercato c’è già pronto per la produzione il successivo e allo studio, contemporaneamente, il modello ancora seguente. E questo segue la logica del mercato. Quando vengono da me e si lamentano dicendo «perché non li fanno meglio questi televisori?», rispondo: «Guarda che sei tu a farlo fare così. Tu scegli quello a costo minore. Il mercato si adatta per produrre quindi televisori che costino ancora meno. È il mercato che stabilisce la qualità del prodotto».

Mi ringrazia per il tempo che gli ho dedicato e io provo a convincerlo a mettere il suo nome all’interno di questo articolo. Ride. «Va bene, lo metta: io sono Uno Qualunque». ◘

di Chiara Martelli


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