Sabato, 31 Luglio 2021

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Il rimpallo delle responsabilità

Migranti: testimonianza. Alessandro Porro, presidente di Sos Mediterranée (Italia),  racconta il naufragio del 21 aprile scorso

silvia romano2

Il presidente della Ong Sos Mediterranée (Italia) Alessandro Porro il 21 aprile era a bordo della Ocean Viking che ha intercettato l’allarme lanciato da un gommone con 120/130 persone, tra cui molte donne e bambini. Questo è il racconto di quel naufragio.

Un paio di anni orsono abbiamo pubblicato una sua toccante testimonianza delle sue missioni nel Mediterraneo e ci aveva descritto le difficoltà crescenti nel compiere questo prezioso servizio umanitario. Cosa è cambiato nel frattempo?

«Negli ultimi due anni il sistema di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale ha smesso di esistere. C’è sulla carta, ed è sotto la responsabilità della Libia, ma nei fatti non funziona. L’Italia e l’Europa hanno delegato alla Libia il controllo delle frontiere meridionali dell’Unione, con un pericoloso effetto domino a spese delle persone migranti, che muoiono in mare. Gli stati costieri (Italia e Malta) rimbalzano la responsabilità dei soccorsi alla Guardia Costiera libica, che tuttavia spesso non interviene, o interviene in ritardo, e quando interviene intercetta invece di soccorrere, riportando sulla stessa costa le persone che ne sono fuggite. In breve, l’Europa non vuole saperne di soccorrere chi arriva dal nord Africa».

1 il rimpallo delle responsabilita altrapagina mese maggio 2021Il 21 aprile siete stati testimoni dell’ennesimo naufragio avvenuto al largo delle coste libiche e delle pesanti negligenze a carico delle istituzioni marittime italiane, maltesi ecc. Ci può raccontare meglio com’è andata?

«Il 21 aprile siamo stati allertati da Alarm Phone circa un gommone in difficoltà a oltre 10 ore di navigazione dalla nostra posizione. Stavamo seguendo le tracce di una barca di legno con 42 persone, che non abbiamo mai trovato, e che una settimana più tardi abbiamo saputo essere stata soccorsa dalla Guardia Costiera tunisina. Abbiamo a nostra volta allertato le autorità italiane, maltesi e libiche, informandole della nostra ricerca del gommone. Un aereo di Frontex, verso sera, ha diramato un May Day, ovvero una chiamata di allarme via radio fornendo le coordinate del gommone. Nella notte fra il 21 e il 22 aprile tuttavia c’era brutto tempo, una forte bufera con vento a 40 nodi e onde fino a 6 metri: condizioni meteo che ci hanno fatto temere il peggio. Il mattino successivo le ricerche sono state auto-organizzate assieme a tre navi mercantili che erano presenti in zona. Insisto su questo aspetto, non c’è stato alcun coordinamento da parte delle autorità: la Libia non ha mai risposto alle nostre mail, mentre l’Italia ha risposto che non era sua competenza. A mezzogiorno una nave avvista il primo cadavere, in breve ci troviamo a navigare in mezzo ai morti. Interviene un aereo di Frontex, che individua il gommone, ma ormai è troppo tardi. Dalla prima segnalazione alla scoperta del naufragio sono passate 26 ore senza interventi di soccorso. Il gommone si trovava a meno di 40 miglia a nord est di Tripoli. La stima è di 130 vittime».

Quale clima sociale e politico accompagna le vostre attività in mare?

2 il rimpallo delle responsabilita altrapagina mese maggio 2021«Noi e altre ONG facciamo quello che gli Stati europei hanno smesso di fare, in mezzo a pressioni sempre crescenti, quasi indipendentemente dal colore politico dei governi. Dopo l’ondata di criminalizzazione che si è abbattuta su di noi nel 2018, lo scorso luglio la nostra nave è stata fermata dalla Guardia Costiera italiana per oltre 6 mesi, con l’accusa di trasportare troppe persone. Avete letto bene, siamo stati paragonati a un traghetto e ci siamo dovuti uniformare a una normativa che ha poco a che fare con il soccorso in mare. Per rimuovere il blocco amministrativo abbiamo investito diverse centinaia di migliaia di euro in modifiche strutturali alla Ocean Viking. A questo si aggiungono i ritardi nelle assegnazioni dei porti di sbarco, le campagne mediatiche che impattano sulla raccolta fondi, e in ultimo il ricorso alla quarantena come strumento per rallentare ulteriormente le operazioni».

Cosa impedisce alla vostra comunicazione di arrivare ai cittadini e sensibilizzarli su questa immane tragedia? L’attenzione dei media per il vostro lavoro è adeguata?

«Il soccorso in mare è un tema complesso e tecnico, in cui entrano in gioco regole internazionali, trattati e molti soggetti, dalle compagnie di navigazione agli Stati costieri. Inoltre sul tema insistono difficoltà di ordine umanitario, interessi politici e visioni contrapposte. Per noi è difficile raccontare questo universo senza banalizzare o ricorrere a semplificazioni, e ci troviamo di fronte una politica che ricorre volentieri a slogan e campagne mediatiche. Quando effettuiamo i soccorsi abbiamo a che fare con naufraghi, persone in difficoltà e da proteggere. Saremmo felici di non fare alcun rumore, ma per parte dell’opinione pubblica il fatto tecnico dello sbarco in un porto sicuro, tendenzialmente italiano, viene vissuto come un’invasione. Insomma, ci sono abbastanza contraddizioni e materiale per farne una serie televisiva». ◘

di Romina Tarducci


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