Sabato, 31 Luglio 2021

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TAETRI CHIUSI, perché?

Teatro. Il recente decreto adottato dal Governo contiene restrizioni inspiegabili per la cultura

silvia romano2

Il dado è tratto. Dopo tante e comprensibili incertezze, il premier Draghi, nel nuovo Dpcm anti-Covid, ha ufficializzato le riaperture dal prossimo 26 aprile: sì in zone gialle a ristoranti, sport e spettacoli se all’aperto, compreso finalmente il via libera a cinema e teatri al chiuso, nell’ovvio rispetto delle misure sanitarie e dei limiti di capienza. Ma la super-notizia di oggi non ci deve far deflettere dal chiederci il perché teatri e cinema siano rimasti inspiegabilmente chiusi dall’ottobre 2020. Teatri e luoghi di culto (chiese, sinagoghe e moschee) non sono raffrontabili: siamo dinanzi a un diverso complesso valoriale. Ma se la difficile lotta al Covid ha consentito l’apertura dei luoghi di culto, cosa giusta e doverosa, quali sono state le ragioni politico-costituzionali che avrebbero giustificato l’ostinata chiusura di teatri e cinema? Mistero.

Mi chiedo: il ministro Franceschini, titolare del MiC (Ministero della Cultura) nel governo Draghi, già allo stesso dicastero nel Conte bis, e, ancor prima, nei governi Renzi e Gentiloni, era estraneo alla decisione governativa di tale chiusura, e dov’era e di che cosa è stato ministro in questi mesi? La sua flebile voce ci è giunta solo qualche giorno fa, quando ha chiesto (a chi, se non prima di tutto a se stesso?) per gli spettacoli le stesse misure cautelari che nel calcio, magari, si vociferava, con l’aggravio di preventivi tamponi a pagamento – misura così assurda che avrebbe desertificato cinema e teatri, trasformando in una beffa la loro eventuale riapertura.

1taetri chiusi perche altrapagina mese maggio 2021Per il resto, in tutto il corso della pandemia, il ministro (assieme al governo) è stato sovranamente assente e silente. Nonostante le lagnanze e le proteste che si levavano sempre più forti dal mondo dello spettacolo, dall’Agis, dall’Unita, da lavoratori, attori e registi, tra cui Riccardo Muti, Glauco Mauri e Pierfrancesco Favino. Nonostante appelli e lettere aperte, come quella dell’ottobre 2020 dell’attore comasco Stefano Dragone (cognome, si direbbe, davvero all’altezza dell’era Draghi), che chiedeva al ministro spiegazioni dell’incomprensibile perché della chiusura dei teatri (appena 1.236, non contando però i piccoli teatri di paese) meno numerosi e quindi, presumibilmente, meno contagiosi di altri luoghi totalmente o parzialmente aperti al pubblico. Dati percentuali sul contagio da Covid che Stefano Massini, sulla base di studi pubblicati dall’Università tecnica di Berlino, ha nel febbraio 2021 così riassunto in tv a «Piazza pulita»: supermercati 1%, uffici 8%, scuole 2,9%, teatri 0,5.

Dunque, l’indice di contagiosità dei teatri era ed è impercettibilmente minuscolo. Ma allora davvero non si capisce il perché dell’ostinata decisione governativa di chiusura dei teatri, che sono un caposaldo della nostra civiltà, e quindi di mortificazione dell’alto valore artistico-creativo della cultura teatrale, derubricata talvolta nei Palazzi del governo a svago, intrattenimento, divertimento («i nostri artisti che ci fanno divertire»: così l’ex-premier Conte in una sua infelice uscita). La difesa dei teatri è stata così regalata, colpevole l’inerzia del Pd e la scomparsa dei 5S, alla mitica coppia Salvini-Meloni in perenne campagna elettorale, dinanzi ai quali si è aperta una sconfinata prateria propagandistica fra i settori e le fasce di lavoratori più in sofferenza nel mondo dello spettacolo. ◘

di Michele Martelli


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