Sabato, 31 Luglio 2021

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Guerra di logoramento

Politica. In vista delle amministrative i partiti temporeggiano, ma sotto la cenere...

silvia romano2

La performance di Beppe Grillo non è stata solo una brutta storia personale e politica, o solo l’ira di un padre distrutto dall’accanimento giudiziario e mediatico nei confronti del figlio, che peraltro non c’è stato. È, di più, lo specchio del degrado complessivo della cultura e del senso di civiltà di un’intera Nazione. "Mettete in prigione me al posto di mio figlio" è la versione aggiornata del familismo deteriore di cui è intriso il Paese da nord a sud. L’idea, apparentemente generosa, che i padri possano caricarsi sulle spalle le fragilità dei figli, oscurando gli errori di adulti irresponsabili che li hanno fatti vivere in un mondo virtuale. Da che monodo è mondo sono sempre i figli a dover portare il peso degli erroripaterni. Il mondo dei “figli bene”, dello stile di vita della “ricca borghesia italiana”, che grazie alle immense ricchezze di famiglia si sente "razza padrona", al di sopra del vivere comune, della gente ordinaria, con i figli-bamboccioni che possono permettersi le vacanze in una villa in Sardegna o in altre residenze esclusive in Italia o ai Caraibi. La dimostrazione che tra ciò che si dice e ciò che si è non c’è relazione. La “Milano bene” o la “Milano da bere” è un modello che in una certa classe sociale non è mai tramontato. Ripreso nei palinsesti televisivi del Grande Fratello e diffuso a livello nazionale nelle principali trasmissioni d’intrattenimento di Mediaset, serpeggia ovunque e parla di giovani sballati il cui unico scopo è il divertimento a tutti i costi, a tutte le latitudini e con ogni mezzo, tra mojiti e Billionaire, permettendosi anche il lusso di invitare ragazze a fare sesso di gruppo. Una vita passata a rincorrere gli idoli del consumismo e del denaro facile. Quel video rappresenta la raccomandazione esibita per ottenere l’impunità in virtù dell’appartenenza, del potere di famiglia e quindi di classe. È un altro modo di saltare la fila, come hanno fatto i potenti con il vaccino: i magistrati, gli avvocati, i “me ne frego degli altri”, “prima viene la mia pelle”, “la mia e di mio figlio”. È il grillismo come altra faccia del salvinismo. Per i figli si fa tutto, dice Salvini, che li esibisce sempre insieme alle sue elucubrazioni. Come il Trota fatto diventare consigliere comunale per mettergli in tasca 10mila euro al mese, la paghetta necessaria per il suo divertimento quotidiano o procurandogli la laurea facile in Albania. Ci sono figli e figli, i nostri e quelli degli altri; quelli che continuano ad annegare nel Mediterraneo sono anch’essi figli, ma di un dio minore. Figli educati a pensare solo a se stessi, a non interessarsi degli altri, a salvarsi prima di tutti e in barba al dintorno. Poi ci si chiede perché i giovani non si interessino di politica, di impegno sociale e civile. Non si vedono i nessi di causalità tra l’una e l’altra cosa, tra il gesto e le sue conseguenze, tra il fare e la responsabilità, tra lo stile di vita degli adulti e quello dei figli. Nella sua esibizione, Grillo non ha detto ai giovani che quelle cose non si possono e non si devono fare, ma che, se c’è consenso, si è innocenti, al massimo “coglioni”. La vittima è apparsa nella vicenda solo dietro alla parola “consenziente”, come comparsa e disturbo. Tutto ciò non è stato solo espressione di maschilismo, ma uno stravolgimento totale di valori, lasciando intendere che si possa vivere così, che si possa appartenere a un mondo di frivolezze e violenze gratuite, che soldi e potere sono tutto nella vita. La dose massiccia di violenza e di bullismo circolante dipende anche da questi esempi.

La sua è stata anche la dimostrazione di come questo sistema complessivo di vita e di civiltà che noi definiamo capitalismo e neoliberismo riesca a inglobare e integrare al suo interno le spinte più critiche e radicali. Questo Paese, più che una transizione ecologica, digitale e politica deve affrontare una più profonda transizione etica e culturale. Le cose non possono marciare disgiuntamente perché l’uomo non è fatto a compartimenti stagni. Una buona politica non nasce se non all’interno di motivazioni personali e collettive profondamente radicate in ideali, in passioni, in solidarietà, con uno sguardo inclusivo di tutti gli esseri umani e di tutto il creato. ◘

Antonio Guerrini

Politica. In vista delle amministrative i partiti temporeggiano, ma sotto la cenere...

Guerra di logoramento

È da un po’ che siamo “bombardati” da metafore di ispirazione bellica. Soprattutto da quando siamo “in guerra” contro il Covid. Però anche la situazione politica di Città di Castello si presta a considerazione di stampo militaresco. Che la “guerra” ci sia, fra le varie fazioni, è fuori di dubbio. Ne abbiamo parlato in precedenza e lo scenario del campo di battaglia resta sostanzialmente invariato. È ancora difficile capire quali saranno gli eserciti che si affronteranno nello scontro decisivo per la conquista del Palazzo di Città di Castello. Ci sono dei reparti militari che stanno affilando le armi, consapevoli di chi sia il nemico; degli altri che ancora devono capire chi sia; e delle bande armate che magari sanno chi è, ma non hanno ancora deciso a fianco di chi e contro chi combattere. Tutti però sono pronti a scannarsi al momento opportuno.

Insomma, un gran casino… Abbiamo capito che nello schieramento di Centro-sinistra si guardano in cagnesco i “bacchettiani” e gli “antibacchettiani”. E che ci sono “bacchettiani” e “antibacchettiani” nel partito democratico e persino nel partito socialista, che dovrebbe invece essere solo “bacchettiano”. E abbiamo capito che pure fra le frange più di sinistra del Centro-sinistra qualcuno che dovrebbe essere “antibacchettiano” non vuole esserlo troppo, perché i voti dei “bacchettiani” serviranno per battere il comune nemico di Centro-destra.

Solo il fronte dei “bacchettiani” sembra avere le idee chiare. Siccome Bacchetta non potrà essere riproposto come sovrano della città, pretendono almeno che il comandante in capo delle sue truppe sia un generale di sua assoluta fiducia. Il fronte degli “antibacchettiani” sembra al momento paralizzato.

Di chiacchiere se ne sentono tante; ma non si vincono le guerre con le chiacchiere. Non c’è ancora un comandante in capo che tenga compatte le truppe e che le possa condurre alla vittoria. Di generali autorevoli, nemmeno l’ombra. Ne approfittano dei modesti capitani per proporsi generali; e nutrono tali ambizioni pure dei modestissimi sergenti e caporali, se non altro per “meriti” acquisiti al servizio dei vari ufficiali. La soluzione sarebbe quella di trovare un autorevole comandante in capo al di fuori dell’attuale Stato Maggiore, ma gli ufficialetti non vogliono abdicare alle loro ambizioni: si sentono dei Napoleoni. E poi, diciamola tutta, anche chi avrebbe la stoffa per fare il generale ha paura di compromettersi in tale marasma.

Un gran casino, ribadisco. Come potrà mai il Centro-sinistra, in queste condizioni, diventare una armata vincente? Anche perché, diciamola ancora tutta, la guerra la devono poi combattere i soldati (gli elettori, fuor di metafora). Siamo sicuri che i soldati saranno disposti a combattere? a immolarsi in una battaglia priva di  una credibile strategia e di armamento adeguato e senza comandanti all’altezza? E se ci fossero invece delle diserzioni?

Anche per questo l’armata di Centro-destra non ha fretta di passare all’attacco. Attende, scientemente, che il fronte di Centro-sinistra continui a sgretolarsi e a perdere di credibilità. Ancora può farlo, considerata l’insipienza del nemico rosso-rosa-giallo-verde. Ma prima o poi la battaglia inizierà e non basterà all’armata di Centro-destra avere tanti soldati pronti a combattere. Dovrà infatti guidarli un comandante in campo capace e carismatico. Diciamola tutta anche qui: ancora questo comandante non ce l’ha. Né lo sono quelli di cui si sente parlare.

Continua dunque l’estenuante guerra di logoramento. In attesa dello scontro decisivo, ciascuno sta nella sua trincea, spesso litigando con chi è nella stessa trincea. Dalle trincee partono di tanto in tanto delle cannonate che fanno poco male al nemico, tanta è l’incompetenza di chi spara. A farne le spese, come in tutte le guerre, è la popolazione civile, presa nella morsa tra gli eserciti che si combattono. Le cannonate, si sa, le prendono tutte i poveri cristi…

Sono proprio loro, i civili sotto le bombe, a chiedersi preoccupati e talvolta disgustati: finirà questa stupida guerra di logoramento? ci daranno finalmente la possibilità di scegliere fra un progetto di città o un altro, fra un autorevole “architetto” cui affidarsi per la sua ricostruzione o un altro? ◘

di Valentino Rocchiana


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