Mercoledì, 16 Giugno 2021

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Un rischio non calcolato

DOSSIER

silvia romano2

Per parlare di acqua, di clima e di scenari futuri abbiamo cercato il punto di vista di Luca Mercalli, autorevole metereologo, climatologo, divulgatore scientifico, autore di numerosi saggi, con i quali da tempo ci aiuta a comprendere il clima che cambia… la terra sfregiata… per riprendere alcuni titoli delle sue pubblicazioni.

La mancanza di acqua in molte regioni del mondo è un fatto. Quali sono le cause principali di tale scarsità?

 B un rischio non calcolato altrapagina mese maggio 2021«Nel mondo l’acqua è distribuita in modo irregolare nel tempo e nello spazio. Ci sono territori che ne hanno molta o poca sempre e altri che hanno un’alternanza fra i due estremi. Sono dinamiche che appartengono al pianeta, ma nel corso degli ultimi cento anni è aumentata la pressione sull’uso dell’acqua da parte della popolazione umana, cresciuta da due miliardi all’inizio del '900 ai quasi 8 miliardi attuali. Il problema maggiore è che ne usiamo in quantità sempre maggiori: per l’agricoltura, per motivi industriali, per l’energia. Perciò ci avviciniamo sempre di più a quei limiti oltre i quali la risorsa non è sufficiente. Il cambiamento climatico provoca la siccità e il consumo aumenta. Se aggiungiamo il fatto che molta di questa acqua la stiamo inquinando, si riduce ancora di più la quota utilizzabile.

Abbiamo numerosi esempi anche in Italia: a Vicenza una sola fabbrica, la PFAS, ha inquinato le falde di decine di paesi per secoli. È stato un disastro: bisogna andare a prendere l’acqua e trasportarla per tutta la popolazione. Abbiamo fabbriche chimiche come a Marghera e la Caffaro nel bresciano che hanno inquinato intere zone, rendendo indisponibile dell’acqua che era buona e ora non si può più usare».

Come possiamo rispondere alla facile obiezione per cui alcune aree colpite da piogge e alluvioni… tuttavia non dispongono sufficientemente di acqua?

«Un’alluvione è una quantità di acqua concentrata nel giro di pochi giorni, spesso di poche ore, che scorre rapidamente nel territorio, crea danni perché travolge e a volte distrugge ciò che incontra nel suo corso, ma poi finisce nei fiumi e nei mari e non è più disponibile. Passata l’alluvione può instaurarsi benissimo un periodo di siccità, soprattutto in estate. Ecco perché nel caso di climi che manifestino piogge intense e poi periodi di forte siccità, se vogliamo avere disponibilità di acqua, bisogna mettere in atto dei fenomeni di accumulo, degli invasi».

Volendo focalizzare l’attenzione in Italia, come si presenta la situazione?

«In Italia ci sono grandi differenze fra nord e sud. È chiaro che le Regioni del sud storicamente sono quelle che hanno minori disponibilità di acqua e sono a maggior rischio di desertificazione proprio a causa del clima mediterraneo; in estate piove pochissimo, la pioggia arriva in genere nel periodo invernale, quindi o si costruiscono delle infrastrutture idonee per conservare l’acqua quando c’è, oppure nel semestre estivo si rischiano situazioni di sofferenza».

Sussiste tuttavia il problema della dispersione dell'acqua.

«Oggi nel meridione in termini di invasi l’acqua c’è; gli investimenti sono stati fatti: negli anni '50 e '60 sono state costruite dighe. Ma gli acquedotti nel sud Italia perdono anche il 40-50% dell'acqua che viene convogliata al loro interno, quindi bisogna lavorare sulla manutenzione e sulla riqualificazione delle reti di distribuzione. Direi che per ora non abbiamo grossi problemi di mancanza assoluta di acqua, sperando che i cambiamenti climatici del futuro non vadano a incidere sul disseccamento delle fonti in Appennino, in Sicilia, in Sardegna... Per questo l’unica cosa intelligente che possiamo fare è riparare queste reti, le tubazioni vecchie. Non dobbiamo dimenticare che l’acqua dispersa dagli acquedotti è già stata pompata da un pozzo, depurata, disinfettata! Sono già stati investiti molti soldi».

Invece quali sono le aree del mondo più povere di acqua e quelle che si prevedono a rischio di scarsità?

«Storicamente il Medio Oriente. Già adesso sappiamo che ci sono crisi diplomatiche nei Paesi africani sul corso del Nilo. Costruire dighe sul Nilo comporterebbe una diminuzione della portata delle acque del fiume in Egitto, con tutta una serie di conseguenze per le attività di decine di milioni di persone. Ovviamente queste cose creano degli attriti di tipo politico. Lo stesso accade fra Turchia, Iraq e Iran per la costruzione di dighe sul fiume Eufrate. Negli Stati Uniti la situazione della California e degli Stati occidentali è appesa a un filo. La siccità californiana di qualche anno fa è durata quattro anni e ha messo in ginocchio l’agricoltura. Questi sono Paesi che hanno un’economia più resiliente: la California vive con l’alta tecnologia e anche se l’agricoltura ha subito una gravissima crisi, ha potuto sopperire con altri mezzi. Un'analoga crisi in un Paese povero che vive di sola agricoltura produrrebbe una vera carestia, come accade spesso nelle regioni africane: basti pesare all’Etiopia. Quindi tutte le regioni che sono in uno stato borderline, che di acqua non ne hanno tantissima, in futuro potrebbero vedere amplificata la loro crisi idrica. Anche l’Australia è nelle medesime condizioni».

Ci sono Paesi più virtuosi di altri che hanno sviluppato una sensibilità per questo problema?

«I Paesi europei sono all’avanguardia nella gestione dell’acqua, con la tecnica del ciclo idrico integrato. Parte dall’estrazione dell’acqua dal pozzo, poi c’è la potabilizzazione, la distribuzione e la depurazione. L’acqua reflua delle fognature prima di essere immessa in un fiume o nel mare viene depurata. Questo viene fatto in pochi Paesi al mondo. Se andiamo in Africa, in India… l’acqua, che viene restituita dalle fognature, viene buttata via così com’è, con una compromissione ulteriore dello stato di inquinamento dei mari o dei fiumi».

Una domanda obbligatoria: quale lezione ci ha lascito la pandemia ?

«Nessuna lezione e nessun apprendimento. Niente è cambiato. La mancanza di voli aerei, la minore circolazione di automobili e veicoli… hanno determinato una riduzione dei residui di combustione, calcolata per il 2020 nel 6,5%. È durato due o tre mesi. Quel vantaggio è già del tutto annullato. Se continuiamo su questa strada fra pochi decenni il danno sarà catastrofico soprattutto per le generazioni future, in termini di salute, clima, biodiversità, estinzioni di specie…».

Abbiamo una data per il famoso punto di non ritorno?

«In questo tipo di problemi non si può stabilire una data, perché entrano in gioco delle variabili che non procedono in modo lineare. Ritornando all’acqua, consideriamo la calotta dei ghiacciai in Groenlandia: nessuno sa prevedere se la loro fusione sarà lenta e graduale oppure se se ne staccheranno improvvisamente pezzi giganteschi. In questa seconda ipotesi il mare aumenterebbe di un metro in una notte, non in un secolo. È già successo; in tempi geologici questi eventi sono accaduti, quando non c’era l’uomo. Il permafrost, l’enorme distesa di suolo ghiacciato della Siberia e del Canada, contiene un’enorme quantità di sostanza organica che, scongelata, diventa gas a effetto serra che non riusciremo più a fermare».

Lo scenario futuro sembra tragico. Eppure dobbiamo nutrire qualche speranza…

«La tragicità della situazione è che tutto questo è nelle nostre mani, ma non lo stiamo considerando. Potremmo scegliere di cambiare strada, di fermarci. Ma questi temi sono forse in primo piano nella politica? Si parla ogni giorno dei rischi dell’aumento dei livelli del mare e della mancanza dell’acqua? E degli altri gravissimi problemi!? È evidente che questi sono considerati problemi marginali. Certo, l’Ambiente, qualche piccola sottolineatura… la transizione ecologica… Al momento sembra una transizione per finta. Le speranze sono veramente poche: in una situazione come questa bisognerebbe correre, e invece ogni giorno che passa è più difficile e corposo il lavoro da fare». ◘

di Daniela Mariotti


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