Giovedì, 21 Ottobre 2021

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La selva oscura e il risveglio dell’umanità

Dante poeta e mistico della liberazione

silvia romano2

Dante maestro di liberazione mistico-critico-politica-poetica

Abbiamo sempre più bisogno di studiare Dante e la sua opera non solo in sé, ma anche in relazione a noi e al nostro tempo. Questa “militanza”, immaginifica, creativa e insieme rigorosa, è la cifra dell’avventura dantesca stessa. Dante costantemente riattinge al passato (biblico, classico, medievale ecc.), ma mai in modo astratto. La “cosa in sé” sembra non esistere per Dante, poeta delle relazioni e della relazionalità. Tutto è riattualizzato alla luce delle sfide, anche drammatiche, del suo tempo. Questo dinamismo dantesco, che definisco mistico-critico-politico, potremmo anche dirlo incarnazionale, incarnatorio. Se Dante prende sul serio, come fa, l’Incarnazione, se essa è il centro della sua visione del mondo, la sua arte non può essere astratta, avulsa, separata, dualista, monista, ma deve essere sempre incarnata, conficcata, almeno dalla parte “dei piedi”, nella terra, mentre “la testa” sta nei cieli. La sua arte deve essere capace di tenere insieme «sapïenza, amore e virtute» (If I,104), cielo, terra e azione trasformatrice, profezia critica e utopia trasformativa.

2 la selva oscura e il risveglio dell umanita mese giugno 2021In questo senso la poesia dantesca sfida in molteplici modi il nostro tempo, che è anche un’epoca dell’astrazione, algoritmica, calcolante, efficientista. Abbiamo interiorizzato una mappatura drammatica delle separazioni (dalla natura, da una teoria critica a questo modus vivendi, dal divino ecc.). L’arte incarnatoria di Dante ci mette in discussione e ci offre stimoli per una cura, terapia dell’anima, del corpo, dello spirito e della storia. Anche se faticassimo a comprendere la dimensione mistico-teologica dell’Incarnazione, essa può almeno parlarci laicamente, antropologicamente, criticamente, dall’interno del corpo della storia e della natura. Ma ricordiamo: l’arte dantesca è sempre triadica, trinitaria.

Dobbiamo anche riscoprire sempre più Dante come poeta, nonché filosofo, teologo e mistico della liberazione. Naturalmente questa formulazione è quasi provocatoria, visto che la “teologia della liberazione” propriamente detta è una corrente di pensiero sviluppatasi con la riunione del Consiglio episcopale latinoamericano di Medellín del 1968; mentre la “filosofia liberazionista” o “della liberazione” nascerebbe quasi contemporaneamente agli inizi degli anni ’70. Se però prendiamo queste categorie anche in un senso allargato e trascendentale, considerando ad esempio il libro dell’Esodo come uno dei paradigmi occidentali della liberazione mistico-critico-politico-poetica, Dante lo sarebbe a tutti gli effetti. La Commedia è (anche) un “nuovo Esodo”!

Insomma è chiaro: in tempi di dittatura neoliberista e di biosicurezza, sempre più è necessario rileggere i nostri testi fondativi, all’altezza dei tempi, per dirla con Gramsci. La poesia di Dante è insieme critico-profetica e utopica, cioè capace di re-immaginare il mondo, imprimendogli un movimento di liberazione, e insieme di denunciarne le ingiustizie e le derive vittimarie (cfr. If XXXIII,85-90), secondo una sorta di “teoria critica” ante litteram.

La via negativa e paradossale della «selva oscura»

Tra le molteplici suggestioni possibili per un’ermeneutica del risveglio e della liberazione, scegliamo qui quella della «selva oscura» che, come grande immagine iniziale del poema, non solo è fissa nella nostra memoria, ma possiede anche una primazia pratica e immaginifica indubitabile.

Dante ci ricorda la necessità misteriosa, paradossale, cristica della «selva oscura».

Potremmo dire che Dante vede la «selva oscura» sua e del suo tempo, e non indietreggia di fronte a questa tremenda negatività. Anzi parte da lì. E dall’altra, paradossalmente (e non solo), Dante intra-vede e ci invita a vedere meglio la nostra «selva oscura», interiore ed epocale. Dante ci invita a vedere la nostra indifferenza, la nostra ignavia: mentre il pianeta, ammalato di un virus che non è solo biologico, ma animico ed antropologico, va in pezzi, predato; mentre le disuguaglianze crescono sempre più a vantaggio di pochissimi e a danno dei più, noi invece, troppo spesso, “dormiamo”, spettatori assuefatti e rassegnati. Rischiamo di essere i nuovi ignavi, «questi sciaurati, che mai non fur vivi» (If III,64). Dante “mette all’inferno”, cioè giudica con criteri etici, umani, spirituali il “regno della lupa”, fin dal I canto dell’Inferno. La follia di un mondo che ha mercificato e quantificato tutto, al laccio dell’idolo denaro e oggi anche dell’algoritmo imperante. Ma Dante ci ricorda che questa è la “versione infernale” dell’uomo. L’uomo è anche trasformazione (Purgatorio) e compimento (Paradiso). L’uomo può risvegliarsi alle profondità di se stesso, del mondo e dell’altro – come fratello e sorella – e all’inquantificabile, che è il divino, il mistero, l’indicibile. Dante ci chiama al risveglio. Il «mi ritrovai» di If I, 2 è appunto anche un ritrovamento, e non solo psicologico, ma critico, spirituale e mistico.

La «selva oscura», del resto, è un’immagine infinita, archetipica, che viene da zone della realtà più profonde di quelle di una “semplice fantasia”. L’immaginazione di Dante è creatrice, ed è anche una facoltà spirituale. Allora la «selva oscura» da una parte dice negatività, male, peccato, angoscia, disorientamento, ma dall’altra è una «noche oscura», che fa rima con «dichosa ventura» (felice sorte), per dirla con Giovanni della Croce, l’auctoritas in materia. Anche Dante è molto esplicito in merito, se lo leggiamo solo con attenzione. La selva «tant’è amara che poco è più morte; /ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte (If I,7-9). Chiarissimo quindi: la selva è terribile, mortale, ma è anche altra dimensione, nube oscura, crescita e ulteriorità divino-umana, «profonde caverne» dell’anima (Giovanni della Croce), mistero. Nel nostro mondo di effetti speciali, di continui abbagli, di veglie troppo luminose, di “realtà aumentate”, abbiamo dimenticato la potenza benefica, anche se ardua, delle notti oscure dell’anima, della mente, del corpo, del silenzio.

Lo sguardo profetico del Poeta non è una preveggenza, ma piuttosto una dimensione di straordinaria intensità. Dante non è un indovino – quelli stanno all’Inferno – non è un “Nostradamus”, ma conosce gli abissi del cuore umano. Ecco allora che il cannibalismo di Ugolino, gli uomini criogenati e “resi pezzi” nella morsa ghiacciata del Cocito, la furia fredda e accesa dell’odio e di una ragione fraudolenta e perversa generano le immagini finali, “luciferine” degli ultimi canti della Commedia. Non è ancora Auschwitz, ma noi, che rileggiamo Dante dopo Auschwitz, Hiroshima e Nagasaki, non possiamo non rabbrividire e non tremare di fronte a quei versi. Il tempo “si cortocircuita”. Dante “cresce con chi lo legge”, per parafrasare Gregorio Magno, per il quale Scriptura crescit cum legentibus. Cresce Dante e soprattutto cresciamo noi, in visione, in consapevolezza. E in amore, se comprendiamo bene che questo è l’inferno e che l’uomo non è solo e tanto l’inferno.

Entrare nella selva oscura, che è abisso di non senso, ma anche via della croce, dialettica e potenza del negativo, significa dimorare in questi luoghi abissali, per assumerli e trascenderli. Il Poeta ci ricorda la dignità e la possibilità infinite dell’uomo. Il suo viaggio sprofonda negli abissi, per risalire sul monte della trasformazione ed arrivare ad un incontro con se stesso, con il cosmo, con gli altri uomini e con il mistero divino. L’uomo per Dante è anche capax Dei, «capace di Dio», vaso del divino. In questo senso il Poeta sembra continuamente dirci: non vedi com’è misera e sottodimensionata la tua versione infernale? Perché non ti risvegli alla tua reale natura? Perché non scendi in profondità e in trascendimento dentro di te, dentro la materia, la natura e in quel mistero indicibile che sta in nessun luogo e ovunque? ◘

di Gianni Vacchelli


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