Giovedì, 21 Ottobre 2021

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Clima: il fattore cibo

Ambiente. Le mutazioni climatiche dipendono dai nostri stili alimentari

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C’è una rivoluzione che attende di essere compiuta, se vogliamo arrestare il riscaldamento climatico e il degrado irreversibile del pianeta: una rivoluzione pacifica e democratica, perché tutti ne dobbiamo in qualche modo divenire protagonisti. È la rivoluzione del cibo: nuovi sistemi di produzione e nuove abitudini nell’acquisto e nel consumo di prodotti alimentari. Ne abbiamo parlato con Fabio Ciconte,  direttore dell’associazione ambientalista Terra!, un esperto di questo grande tema».

Andiamo subito al cuore del problema: quali sono i cambiamenti più significativi per contrastare il riscaldamento globale e il degrado del pianeta a partire dal cibo?

«Bisogna rendersi conto che il 37% dei cambiamenti climatici è dovuto al cibo. Credo che ancora in pochi siano consapevoli di questo. Dunque cambiare dieta è un passo fondamentale, che ciascuno di noi può compiere in coerenza con le proprie sensibilità, il proprio senso etico e politico. Detto questo, non possiamo gettare sulle spalle del consumatore tutta la responsabilità del cambiamento di questo sistema insostenibile. Le istituzioni hanno il compito più importante in questa partita, che è quello di fare riforme profonde del sistema alimentare, che guardino al futuro delle persone e degli ecosistemi. Oggi la politica non è connessa a sufficienza con le urgenze che ci pone la crisi climatica, eppure non c’è un momento più importante per invertire la rotta prima che sia troppo tardi. In pratica questo significa cambiare il sistema di produzione del cibo, trasformare il sistema alimentare nel suo complesso, fino a farne un amico dell’ambiente. La strada è quella di  restituire vigore e spazio all’agricoltura di piccola scala, ecologica e biodiversità. I benefici di questa transizione poi arriveranno a cascata anche sui consumi».

image 157Come è possibile sfamare 8 miliardi di esseri umani con una agricoltura di piccola scala?

«In verità quasi tutto il cibo che sfama gli esseri umani a livello planetario proviene da questo tipo di agricoltura, che sarebbe assolutamente sufficiente. Il problema è l’accesso al cibo, che viene fortemente “pilotato”. Di fatto stiamo sempre più industrializzando l’agricoltura, che tende alla standardizzazione assoluta dei prodotti, per venderli ai supermercati al prezzo più basso possibile, in conformità a logiche di profitto degli intermediari e delle catene di distribuzione».

Qual è l’importanza dell’agricoltura biologica e di conseguenza dell’acquisto di cibi provenienti da queste coltivazioni?

«L’agricoltura biologica è l’alternativa più sviluppata all’agricoltura industriale che oggi abbiamo in Italia. Ma “bio” – di per sé – non basta a fare la differenza. Credo sia importante sottolineare che un biologico su scala industriale presenti problemi certamente diversi e meno gravi rispetto all’agricoltura convenzionale, ma simili per quanto riguarda alcuni parametri: consumo di suolo, monocoltura, filiera orientata alle esportazioni. La riflessione che dovremmo fare è più ampia e va oltre le tecniche colturali: certo, dobbiamo abbandonare in fretta la chimica di sintesi, così dannosa per il suolo, per l’acqua e per il cibo con riferimento ai residui tossici, ma dobbiamo anche recuperare una dimensione locale dell’agricoltura: l’agroecologia, verso cui vogliamo tendere, è proiettata al mercato locale più che al commercio globale, diversifica le colture e segue le stagioni, rispetta i diritti del lavoro e degli agricoltori. In questo senso, le politiche del cibo su scala urbana o regionale – le cosiddette food policies – possono aiutare a rilocalizzare produzioni e consumi, contribuendo alla transizione ecologica del settore».

Un esempio di politica alimentare innovativa?

«Qui a Roma dopo una lunga battaglia abbiamo convinto l’amministrazione comunale a votare una delibera per mettere in atto una “politica del cibo nella capitale”: si tratta di una serie di iniziative tra cui il potenziamento delle filiere corte: mettendo in connessione i piccoli produttori, i gruppi di acquisto e i mercatini rionali, migliaia di persone possono lavorare, produrre e consumare cibo in modo alternativo. Un altro obiettivo è quello di migliorare l’accesso alle risorse primarie, fermare la speculazione edilizia e azzerare il consumo di suolo, mettendo a bando le terre pubbliche abbandonate per agevolare l’ingresso nel mercato di giovani agricoltori».

Lei si è occupato di filiera sporca. Qual è il rapporto fra lo sfruttamento del lavoro in agricoltura e la cattiva qualità dei prodotti e il degrado dell’ambiente?

clima il fattore cibo mese giugno 2021«In realtà questo riguarda tutta la filiera alimentare, o quasi tutta. Il sistema alimentare attuale determina uno sfruttamento del lavoro agricolo, la bassa qualità dei prodotti e il degrado ambientale. Per produrre cibo a basso costo (quello richiesto dalle grandi catene di distribuzione) l’agricoltore è poco pagato; per ottenere un maggior guadagno, già esiguo, per poter vendere i prodotti sul mercato, la quantità di pomodori, arance, riso…. deve essere aumentata il più possibile; perciò le colture vengono pesantemente concimate e trattate chimicamente, con tutto quello che ne deriva.»

Quali sono i comportamenti virtuosi dunque per il consumatore e quindi per ognuno di noi?

«Così come per la produzione, l’auspicio è che anche il consumo faccia la sua parte. Con un piccolo sforzo molte persone possono acquistare prodotti locali e di stagione. Come è noto la produzione e la distribuzione di frutta e verdura fuori stagione richiede un consumo di energia esagerato, a causa della coltivazione in serre riscaldate e trasporti anche transoceanici. E poi recarsi al mercato invece che al supermercato, sostenere produttori diretti invece che intermediari, e attivare tutta una serie di azioni a partire dallo scegliere un cespo di lattuga al posto dell’insalata in busta, che possano sostenere un nuovo modello di produzione. Non tutti però hanno questa opportunità: ci sono zone, specialmente nelle periferie delle grandi città, in cui l’unica scelta è il discount e del resto la povertà in cui milioni di famiglie sono costrette a vivere non consente di andare per il sottile. Oggi loro non hanno scelta per davvero, e questo non è accettabile perché il cibo è un diritto umano».

Perché gli allevamenti intensivi sono così nocivi per l’inquinamento di aria, acqua e suolo?

«L’allevamento intensivo, così come l’agricoltura industriale, ha un unico obiettivo: abbassare il costo dei prodotti alimentari sfruttando al massimo le risorse. In questo caso parliamo degli animali, allevati in condizioni agghiaccianti, 10 milioni di capi bovini ogni anno in Italia, selezionati per crescere rapidamente ed essere presto uccisi e trasformati in carne a basso costo. Ma il boom dell’intensivo non è privo di controindicazioni: gli effetti negativi – le cosiddette esternalità – vengono scaricati sull’ambiente e non conteggiati nel prezzo finale del prodotto. Non avremo quindi un costo al consumatore che tenga conto dei 20 milioni di tonnellate di gas serra liberati ogni anno dal settore zootecnico italiano, né della deforestazione tropicale causata dai mangimi che importiamo dall’altro capo dell’oceano per sfamare gli animali. Non sarà calcolata l’ammoniaca che finisce nell’aria e nei terreni con lo spargimento incontrollato di tonnellate di deiezioni, né gli antibiotici che finiscono nelle acque o le emissioni dei trasporti connesse all’industria della carne. Tutti costi nascosti che il mercato non contempla, ma che qualcuno paga ogni giorno con la propria salute e con un ambiente sempre meno salubre. Perciò è fondamentale ridurre drasticamente il consumo di carne e soprattutto di carne rossa».

Questa “transizione ecologica” di cui parlano tutti, dal momento che le è stato dedicato un ministero, come è stata declinata secondo lei nel Pnrr?

«Non siamo molto soddisfatti del piano di ripresa e resilienza, né di come la transizione ecologica sia stata raccontata dal governo e dai media. Parlando del tema che ci sta più a cuore, cioè del cibo e dell’agricoltura, il PNRR fa ben poco per riformare un sistema industriale insostenibile. Anzi, a quanto pare porterà a nuove forme di incentivo per gli allevamenti intensivi, che verranno aiutati a sembrare più “sostenibili” con sussidi per l’installazione di impianti di biometano in cui trattare le deiezioni animali e pannelli solari sui tetti dei capannoni. Questa tendenza ad affidare all’innovazione tecnologica le sorti della transizione ecologica è preoccupante: rappresenta perfettamente il circolo vizioso in cui è precipitata la politica, che non riesce a pensare fuori dai tradizionali schemi nemmeno in un momento drammatico come questo. La pandemia doveva insegnarci a ridurre le dimensioni di questa agricoltura industriale e di questo settore zootecnico sempre più concentrato. Invece ci limitiamo a qualche piccolo intervento di facciata che non risolve il problema di fondo. Mi auguro che il mondo dell’ambientalismo e i giovani che si battono per il clima siano pronti a questa sfida, perché ci stiamo giocando il presente e il futuro». ◘

di Daniela Mariotti


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