Sabato, 31 Luglio 2021

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Una storia senza

A cura di GIO2. La poesia di Sandro Penna

silvia romano2

Per Sandro Penna gli avvenimenti della vita degni d’essere ricordati sono quelli della sua esistenza amorosa. L’intero arco del suo lavoro è un canzoniere d’amore (nel quale interagiscono incantesimi, inquietudini, dolori, solitudini, dolcezze diseguali) e che, dominato da un presente eterno e apparentemente immobile, sembra d’una sola poesia, più le sue innumerevoli varianti che instancabili ripetono i motivi della sua ispirazione. Il filo conduttore dell’esistenza di Penna è quest’ininterrotta lirica, episodica ed eterna, con due figure centrali: il poeta e il fanciullo da desiderare, che ha in sé tutto quello che serve per vivere la vita. Lo scorrere del tempo è avvertibile raramente e con difficoltà. Nonostante ciò il rapporto che si crea tra Penna e le figure del suo canzoniere è più articolato di quanto faccia pensare la ripetitività dei temi che, per di più, non procedono secondo scansioni lineari. Saranno questi passaggi tra sofferenza trattenuta e gioia esplosiva, attese e improvvise apparizioni, queste schegge di storie personali “senza nome” ripetute in una circoscritta varietà di situazioni, ma con una vastissima serie di modulazioni e sfumature, che scandiranno l’alternarsi dei giorni e delle notti, delle primavere e delle estati penniane: “...Nude campane che la vostra storia / non raccontate mai con precisione. / In me si fabbricò tutto il meriggio / intorno ad una storia senza nome”.

1 una storia senza mese giugno 2021Una poesia volutamente inattuale, distante dalle correnti e imposizioni letterarie del tempo si offre con facilità al “culto”, ma per approfondire l’opera di Sandro Penna si deve sfuggire alla trappola di creare il mito del poeta solitario e irregolare, perché lo stile di vita che ha perseguito è infido, induce a leggende, deforma la sostanza della sua produzione, non fa arrivare nel profondo delle cose. La sua poesia anche se canta a piena gola l’amore per i ragazzi non va incasellata in quella di genere omosessuale, va considerata l’opera d’un grande poeta, meno semplice di quanto sembra, più importante dei suoi tormenti e delle sue “anomalie”. Una poesia irriducibile a ogni definizione, sfuggente per quanto la si cerchi d’esplorare, che pur priva di riferimenti di tempo e di storia riesce a raccontare in anticipo sul neorealismo l’Italia popolare al tempo di Penna: delle lattaie, dei cinema fumosi, delle sale d’aspetto, dei tram, delle ragazze in bicicletta, degli operai con la tuta, dei marinai in divisa.

Sandro Penna ha bisogno d’un approccio libero dal ricatto della sua vita randagia, di persone che lo amino di meno, non si abbandonino alla grazia della povertà e lo approfondiscano di più. Analizzino la complessa semplicità del suo lavoro senza pregiudizi e con il giusto distacco che un compito del genere esige, accettando il fatto che il suo percorso non va per tappe successive, ma è un alternarsi di movimenti all’indietro e in avanti con istanti di immobilità. Individuino i suoi debiti letterari e svelino la sua capacità di rielaborare e celare letture fatte, tirandone fuori una poesia tutta sua nella quale il piacere “fuori norma” ha potuto manifestarsi senza grandi rinunce nell’ambiente puritano, conformista e repressivo dell’Italia del suo tempo.

Come un fanciullo, Penna osserva da posti appartati e precari ogni cosa con partecipe disarmante ingenuità. Il suo è un guardare appoggiato ai sensi; lo sguardo che getta sui fanciulli, i luoghi e la natura non vede, ascolta. Una capacità che richiede estese meditazioni e una giusta distanza per poter riaffiorare con versi dalla materia antica e abbacinante. Non a caso il primo volume di Penna (Poesie) inizia con La vita… è ricordarsi di un risveglio e l’ultimo (Stranezze) termina con Ricordati di me / dio dell’amore. È una poesia evocativa dell’istante che si fa ricordo. Ricordo, lontananza, rimpianto sono tutti elementi della nostalgia e sebbene con la nostalgia sia faticoso vivere il presente aiuta ad alimentare il desiderio.

Un desiderio, quello del poeta perugino, che s’accontenta d’essere mutevole e inafferrabile. Per capirlo bisogna essere un po’ come lui, inoltrarsi tra le sue poesie da un punto qualsiasi del suo canzoniere, accontentandosi di farsi prendere dalla finezza e orecchiabilità dei versi, dalla trasparenza dei sentimenti e dal dolore mai sbandierato, dai cocenti turbamenti e dall’innocente candore presente perfino nei versi più spericolati. Farlo può sembrare semplice, invece è difficile e affascinante perché Penna, pur essendo il protagonista incontrastato dei suoi versi, non vi si mostra; vi si nasconde facendo di tutto per rimanere un mistero da penetrare. Solo con un lavoro successivo che ficchi il naso nell’apprendistato e nell’officina letteraria di Penna, confronti la sua stagione con il clima letterario del suo tempo, si supera l’equivoco della facilità della sua poesia ed emerge con forza la sua personalità artistica. Risulterà a quel punto chiaro che la sua opera, tuttora di una modernità indiscutibile, non è marginale come la sua esistenza isolata e irripetibile, ma centrale nella vicenda letteraria italiana e fa di Sandro Penna un classico del nostro '900. ◘

Ero solo e seduto. La mia storia

appoggiavo a una chiesa senza nome.

Qualche figura entrò senza rumore,

senz’ombra sotto il cielo del meriggio.

Nude campane che la vostra storia

non raccontate mai con precisione.

In me si fabbricò tutto il meriggio

intorno ad una storia senza nome.

***

Come è bello seguirti

o giovine che ondeggi

calmo nella città notturna.

Se ti fermi in un angolo, lontano

io resterò, lontano

dalla tua pace, – o ardente

solitudine mia.

***

«Lasciami andare se già spunta l’alba».

Ed io mi ritrovai solo fra i vuoti

capanni interminabili sul mare.

Fra gli anonimi e muti cubi anch’io

cercavo una dimora? Il mare, il chiaro

mare non mi voltò con la sua luce? Salva

era soltanto la malinconia?

L’alba mi riportò, stanca, una via.

*** 

Mi perdo nel quartiere popolare

tanto animato se la sera è prossima.

Sono fra gli uomini da me così

lontani: agli occhi miei meravigliosi

uomini: vivi e chiari, non valori

segnati. E tutti uguali e ignoti e nuovi.

In un angolo buio prendo il posto

che mi ha lasciato un operaio accorso

(appena in tempo) all’autobus fuggente.

Io non gli ho visto il viso ma i suoi modi

svelti ho nel cuore adesso. E mi rimane

(di lui anonimo, a me dalla vita

preso) in quell’angolo buio un suo onesto

odore di animale, come il mio.

***

«Poeta esclusivo d'amore»

m'hanno chiamato. E forse era vero.

Ma il vento qui sull'erba ed i rumori

della città lontana

non sono anch'essi amore?

Sotto nuvole calde

non sono ancora i suoni

di un amore che arde

e più non si allontana?

***

Il viaggiatore insonne

se il treno si è fermato

un attimo in attesa

di riprendere il fiato

ha sentito il sospiro

di quel buio paese

in un accordo breve...

DI Vanni Capoccia


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