Sabato, 31 Luglio 2021

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L’annientamento di un popolo

Conflitto Israele/Palestina: una guerra che non trova soluzione

silvia romano2

Inutile cercare buone notizie provenienti dalla Palestina. Ogni giorno si allunga l’elenco dei soprusi e ogni giorno i soprusi acquistano maggiore legittimità agli occhi di chi li fa. Vano il tentativo di raccontare settant’anni di inesorabile annientamento di un popolo, la sua terra e la sua Storia di fronte alla prepotenza e al trionfo dei coloni conquistatori.

Le immagini che arrivano dalla Palestina mettono davanti gli occhi dei vedenti il contrasto radicale tra due realtà, due storie, nonché condizioni, angosce e prospettive.

Sulla parte preponderante dello schermo appare uno Stato trionfante e sicuro di sé, che si è fatto forza in tutti questi anni dell’immagine della vittima per eccellenza della persecuzione e della vessazione di un tragico passato. Arrogante e soddisfatto delle sue conquiste, incurante e impermeabile alla sofferenza che ha inflitto e infligge, circondato e sostenuto dal peggio e dal lato buio di ciò che la cultura occidentale ha prodotto, animato da un delirio di superiorità razziale e di dominio che nasconde a malapena l’angoscia latente che il meccanismo di potere si possa inceppare...

Dopo settantatré anni lo Stato di Israele ha perso molto della sua vivacità culturale a favore di una omogeneità selettiva, dove prevalgono le tendenze religiose e nazionaliste contro ogni altro da sé (palestinesi in modo particolare), che pure non riesce a nascondere le divisioni interne sulla base della provenienza etnica o del tipo e grado di religiosità di ogni gruppo. Uno Stato etico (l’opposto dello Stato di diritto) dove la cittadinanza si misura sull’appartenenza al “popolo scelto” e a un esercito forte che devasta, umilia e impone la superiorità della tecnica ad ogni ragionevolezza. Uno straripante nichilismo che non risparmia nessuno e mette in imbarazzo anche i suoi più volenterosi sostenitori.

Dall’altra parte, in un piccolo angolo dello schermo, conquistato ad altissimo prezzo di sangue, dentro il più grande carcere a cielo aperto del mondo, appare una moltitudine di tutte le età, senza voce, la sua immagine viene disegnata da una “gioiosa” macchina da guerra ramificata in tutto il mondo. Il tiro al piccione, la precisione delle armi, la distruzione dei palazzi, il commento diplomatico e misurato accompagnato dall’arcaico e atroce volto di Hamas, nascondono il tragico destino dietro il recinto della prigione che si trasforma giorno dopo giorno in una fossa comune. Le ronde dei coloni che inseguono la popolazione inerme, bruciano le case, tagliano gli ulivi e rubano l’acqua. Un popolo disperso in tutti gli angoli della Terra. Buona parte vive da lunghissimi anni nei campi dei profughi. Tutti sottoposti a svariati regimi di discriminazione.

All’inferno di Gaza sono finiti tutti gli abitanti delle un tempo floride città della costa meridionale della Palestina, espulsi dopo la caduta della città di Lud e il massacro di Ramla nel 1948 per mano delle bande armate sioniste nell’operazione militare le-taher, ovvero “pulire”; di Ascalan, porto antico sul Mediterraneo, nodo importante dei traffici marittimi in tutte le epoche. Da lì insieme ai porti di Tiro e Akka sono partiti i primi fenici per colonizzare le sponde occidentali del Mediterraneo, lì sono arrivati i popoli del mare per invadere l’Egitto in concomitanza della 17° Dinastia dando il nome di Palestina alla parte meridionale della terra di Canan. A due passi da dove si insediarono Abramo e sua moglie ospitati dal re cananeo di Gerusalemme Melchisedec (Almalek al sadek), raffigurato nei mosaici romano-bizantini della basilica di San Vitale a Ravenna, prima ancora che nascesse la sua stirpe, che diede secoli dopo i discendenti e cugini ebrei e musulmani. Lì sbarcarono le truppe più barbare e sanguinarie delle crociate per dare il via al regno di Ascalan che si estendeva fino alla Giordania. A due passi dal confine settentrionale di Gaza giacciono le rovine della città di Magdal, dalla quale proveniva Maria Maddalena. Il suo nome in arabo significa Telaio. In tutte le epoche ha rappresentato la città leader del tessile insieme a Damasco e Safad in Alta Galilea. Persino i disegni del ricamo nelle città dell’altra sponda mediterranea portano ancora l’impronta cananea di Magdal.

G2 l annientamento di un popolo altrapagina mese giugno 2021ran parte di Gaza fu distrutta durante l’operazione militare “piombo fuso” del 2008. Le rovine e le macerie sono ancora lì, perché Israele non permette il passaggio del materiale edile necessario per la ricostruzione. Per mancanza di carburante, l’unica e vecchia centrale elettrica spesso è fuori uso e la popolazione rimane al buio e si interrompono tutti i servizi.

Israele dal 1967 continua a sottrarre l’acqua dolce dalla falda di Gaza per irrigare le nuove colonie e insediamenti agricoli ai suoi confini, causando l’infiltrazione di acqua salina e privando la popolazione dell’acqua potabile. Oltre a trasformarla in carcere a cielo aperto, l’emergenza dei rifiuti e delle acque reflue la trasformano anche in una grande discarica.

Degli attuali 1.800.000 abitanti di Gaza, 1.300.000 provengono da questi territori e città. Accatastati su una striscia di terra lunga 38 km e larga da 1 a12 km. Non possono uscire dalla loro prigione e tutto quello che entra deve essere autorizzato da Israele.

Quando uno di loro si affaccia alla finestra e guarda oltre il recinto, per sfuggire all’opprimente realtà, rivede il racconto mille volte ripetuto di quello che un tempo eravamo, non gli resta che il suo corpo, la carne viva contro un confine inventato, contro lo sbarramento di fuoco dei cecchini, nella speranza che qualcuno possa raccogliere questo grido di dolore contro l’occupazione, l’ingiustizia, il disprezzo di qualsiasi forma di legalità internazionale, la brutalità e la vessazione quotidiana.

Sono questi i motivi della guerra e di quelle che verranno, perché le ragioni della mia gente sono irriducibili, non si possono cancellare. E questo malgrado l’opera incessante dei governi israeliani nel cercare di cancellare la questione palestinese e far passare come oggettiva una narrazione di parte che nobilita il sopruso e che agli occhi dei palestinesi non è che la nakba, la catastrofe, riguarda la “Grande Storia” come la quotidianità del vivere, stravolgendo così la verità.

A distanza di settantatré anni, l’età d’Israele che è inferiore all’età di qualsiasi ulivo in Palestina, la realtà incombe innanzitutto dentro Israele stessa, incapace di formare un governo dopo quattro turni elettorali. Si prospetta un nuovo governo guidato ancora da un esponente della estrema destra e del movimento degli irriducibili coloni e favorevole all’annessione di ciò che resta dei territori palestinesi, con il sostegno di un arcipelago di forze di destra insieme al Centro-destra e alla Sinistra. Un nichilismo totale che potrebbe coinvolgere anche un pezzo di elettorato palestinese dentro Israele per qualche scambio.

Questa realtà incombe gradualmente anche sulla opinione pubblica che ha sorretto incondizionatamente le politiche israeliane. Credo che il dibattito dentro lo stesso partito democratico di Joe Biden metta in evidenza questi cambiamenti. La rete di protezione che ha garantito successo e impunità per lungo tempo si sta sgretolando. Il popolo palestinese è più unito che mai e si rinnova distanziandosi ancora da gruppi politici e di potere annichilito dalla propria volontà di autoconservazione. Anche l’adesione al BDS (boicottaggio a Israele) del 18% dei giovani di religione ebraica in America dimostra l’inizio del crollo della torre di menzogne.

Intorno alla solare lotta di Shiekh Jarraha contro l’espulsione delle famiglie palestinesi, incominciavano ad apparire i volti di donne e uomini israeliani di tutte le età per esprimere solidarietà ai palestinesi e sdegno al razzismo strisciante.

L’invasione della Moschea di Gerusalemme da parte dei coloni ebrei di estrema destra appoggiati da Netanyahu e parte della sua coalizione di governo ha voluto ripotare il conflitto e la sua narrazione ai vecchi schemi nella speranza di mantenere il potere e sfuggire al carcere per corruzione.

Sono questi i nuovi protagonisti che promettono pace, vita, conciliazione e futuro a tutti, e non saranno certi politicanti votati al ribasso e al degrado della politica e della cultura (lo dico anche come italiano) a determinare il futuro.

Credo infatti che la rivolta dei palestinesi e l’unità dimostrata andrebbero lette come presa di distanza da Hamas e ANP (Autorità nazionale palestinese) che hanno scavalcato le vecchie rappresentazioni politiche, dalla incapacità a costruire un progetto unitario, di immaginare nuovi scenari e perfino una buona amministrazione di quel poco che è rimasto. Un profilo politico possibile e che non ha nulla a che vedere con la superiorità militare degli israeliani. Al contrario, abbiamo assistito a un processo di selezione al negativo del gruppo dirigente che paradossalmente tende a confermare gli stereotipi che Israele vuole dare dei palestinesi. Che nella rivolta come nella resistenza quotidiana si dimostrano ben più dignitosi della loro attuale classe dirigente.

Edward Said nel suo racconto “Dopo l’ultimo cielo” di molti anni fa scrisse: «Dal 1948 abbiamo un’esistenza minore. Molta parte del nostro vissuto non è stata documentata, molti di noi furono uccisi, fummo colpiti da lutti, azzittiti senza lasciare tracce, l’immagine che ci rappresenta ci diminuisce. Un gruppo umano con tutte le contraddizioni, attivo, simpatico, sensibile, coraggioso, vivace e tenace, ma prigioniero della domanda espressa nella ultima poesia di Mahmoud Darwish nel settembre 1982 dopo l’invasione israeliana del Libano: “Dove andremo, passate le ultime frontiere? Dove voleranno gli uccelli dopo l’ultimo cielo?”». Abbiamo una unica destinazione: la Palestina. Questa è la questione palestinese! ◘

di Alì Rashid


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