Sabato, 31 Luglio 2021

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Una guerra infinita

Conflitto Israele/Palestina: una guerra che non trova soluzione

silvia romano2

Sheikh Jarrah

Tutto è iniziato lì, nella piccola valle “invisibile”, a ridosso di Gerusalemme. È lì che si trova la tomba di Shimon Ha Tzadik (Simone il Giusto), insigne sacerdote ebraico vissuto, probabilmente, nel quarto secolo a.C. È diventato un luogo di visita e di preghiera per decine di ebrei ortodossi. Oggi la peggiore feccia segregazionista dei coloni vuole impossessarsi del luogo con la forza, protetti dai soldati israeliani, con la compiacenza dei tribunali e con improbabili compravendite di terre. Sheikh Jarrah è detta “l’invisibile” perché, da Gerusalemme, un cartello indica tre quartieri israeliani: Ramat Shlomo, Har Hatzofim e Pisgat Zeev ma, tendenziosamente, ignora di segnalare i quartieri palestinesi di Isawia, Shuafat e, appunto, Sheikh Jarrah, “l’invisibile”. I tre quartieri palestinesi si trovano esattamente nella stessa direzione. Nella sua pubblicazione, Meir Margalit, ebreo israeliano, scrive: «Occultare la presenza palestinese nella città di Gerusalemme, risponde a un bisogno psicologico (ebraico) di “non sapere” che gli arabi (Palestinesi) condividono lo stesso spazio territoriale e di fantasticare di vivere in una zona esclusivamente ebraica». Nel 2009, 53 palestinesi sono stati espulsi con la forza da Sheikh Jarrah dove vivevano dal 1948, “ripuliti” dalla Palestina dopo “la pulizia etnica” generale (Nakba) e la conseguente nascita dello Stato d’Israele. Da allora i palestinesi espulsi si sono accampati davanti alle case dei coloni e, da allora, ogni venerdì, con neve, vento, pioggia o sole battente, palestinesi, ebrei israeliani e “internazionali” di varia provenienza, manifestano contro il barbaro esproprio (Un venerdì del 2012, con la neve che imperversava e imbiancava Gerusalemme est, c’eravamo anche noi con gli “internazionali”, con Enzo e Marcella e altri, a manifestare per Sheikh Jarrah). Oggi alcune famiglie palestinesi sono minacciate da un’ulteriore esproprio ed è, dal quartiere icona di Sheikh Jarrah, che è partita l’irresistibile rivolta.

Diritto alla difesa

2 una guerra infinita altrapagina mese giugno 2021Ned Price, portavoce del Dipartimento di Stato americano, durante una conferenza stampa, si premunì di dichiarare: «Il diritto di Israele a difendersi e a difendere il suo popolo e il suo territorio». «Anche i palestinesi hanno il diritto all’autodifesa»? ha chiesto, impertinente, il corrispondente del giornale palestinese Al-Quds di Washington. Ned Price, evidentemente irritato, ha cercato di rispondere: «Qualsiasi Stato ha il diritto di difendersi». La considerazione che ci viene da fare è che i palestinesi non avendo uno Stato, nella loro condizione di apolidi, rifugiati, sfollati o “terroristi” (i coloni sovranisti e suprematisti li chiamano spesso “i reali occupanti”!) non hanno il diritto di autodifendersi. A questo “doppio standard” si associano quasi tutti i giornali e i politici (anche Letta, Franceschini e bella compagnia). I cinque giornali statunitensi più letti negli Usa hanno scritto, negli ultimi 20 anni, 343 articoli con la frase “Il diritto d’Israele all’autodifesa”. Negli stessi anni, solo 2 articoli per i palestinesi che “hanno diritto all’autodifesa”. È, in fondo, l’applicazione alla lettera del “doppio standard” della comunicazione nelle democrazie occidentali. Domenica 9 maggio, a Gerusalemme, nella Spianata delle Moschee durante la preghiera della fine del Ramadan, a Nablus, Betlemme, Qalqilya e Hebron, i palestinesi sono stati attaccati dalla polizia antisommossa israeliana e colpiti con proiettili di metallo rivestiti di gomma, feriti dalle granate e da brutali bastonature. La Mezzaluna Rossa (Croce Rossa palestinese) ha dovuto soccorrere 541 feriti.

Palestinesi di Gaza e della Cisgiordania

3 una guerra infinita altrapagina mese giugno 2021L’agenzia dell’ONU che si occupa del “Programma Alimentare Mondiale” rileva che a Gaza il 68,5% dei palestinesi (dei 2 milioni che abitano a Gaza) ha fame e si trova sotto la soglia della sicurezza alimentare. Il 53% vive in povertà assoluta. Gaza è come una “prigione a cielo aperto” chiusa da un crudele e asfissiante blocco terrestre, marittimo e aereo. Un sistema sanitario, a Gaza, non esiste più e non c’è più alcun contrasto alla diffusione di malattie, compresa la pandemia del Covid-19. Migliaia di palestinesi di Gaza sono senza acqua, senza elettricità, senza cibo e senza casa. Dal 2008, i palestinesi uccisi in Cisgiordania occupata e a Gaza sono stati 6.000. Più della metà civili. Tra di questi i bambini sono 1250. Dal 2009, più di 11.400 palestinesi si sono ritrovati a essere sfollati, umiliati e disperati, senza più un tetto. Di questi 2.600 erano residenti a Gerusalemme est. La chiamano “giudaizzazione e purificazione etnica”. Mentre gli israeliani provocavano questa Nakba omicida (catastrofe), 620.000 coloni fascisteggianti rubavano la terra e la facevano da padroni in Cisgiordania, super protetti dall’esercito israeliano e contro il Diritto Internazionale. Come deve reagire questa umanità palestinese dolente di fronte a un mondo silenzioso e spesso ingannevole? Come testimonianza, mi preme di citare Moni Ovadia, il musicista, scrittore di origine ebraica, seguace e conoscitore, non superficiale, del Talmud (il libro sacro sull’insegnamento della religione ebraica, dell’etica e della filosofia): «La politica d’Israele è segregazionista, razzista, colonialista. È ripugnante la parzialità della comunità internazionale (…). La condizione del popolo palestinese è quella del popolo più solo, più abbandonato della terra perché tutti cedono al ricatto della strumentalizzazione della Shoah (...). Tutto questo non c’entra niente. (…) Io sono molto ebreo, ma non sono per niente sionista».

Gaza, Gerusalemme est e dintorni

Era il 12 maggio, Maha, la giovane mamma, con i suoi cinque figli, era andata dai parenti a festeggiare la festa islamica dell’Eid al-Fitr (la fine del Ramadan). Alla sera è rimasta lì per prudenza: infuriavano i bombardamenti israeliani su tutta Gaza. Durante la notte un missile israeliano ha provocato una strage. Sotto le macerie hanno trovato nove persone. Solo un bambino di 5 mesi, Omar, è rimasto miracolosamente illeso. Maha, la sua mamma, l’hanno trovata sopra di lui, probabilmente nel tentativo disperato di fargli da scudo e proteggerlo. Gerusalemme est non è Israele, è infatti con la forza e l’arbitrio che, nel 1967, Israele ha rubato Gerusalemme est ai Palestinesi. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha sanzionato come non valida l’occupazione di Gerusalemme est, conquistata con la violenza e i massacri. Non può essere considerata legittima la occupazione di Gerusalemme est come “un fatto compiuto sul campo”. Dal 1967 al 2016, sono state 13 le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che ribadiscono, nella sostanza, quanto segue: a) Gerusalemme est non è un territorio israeliano. b) Sia che si tratti di persone, terreni o edifici, Israele non può cambiare la natura di Gerusalemme est. c) “Il fatto compiuto”, sfidando la legalità internazionale, non può essere invocato. d) Israele deve ritirarsi da Gerusalemme est.

Dopo 11 giorni, tra Gaza e Israele si è arrivati a una tregua. Reggerà dopo i morti e le immani distruzioni? Sono 253 le vittime palestinesi delle quali 66 bambini e 39 donne. 12 i morti israeliani tra cui un bambino. A Gaza sono state distrutte 2.000 case e sono 15.000 quelle danneggiate. 75mila palestinesi sono sfollati e in fuga, spesso vaganti come fantasmi, prigionieri nello stretto enclave di Gaza. ◘

di Antonio Rolle


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