Giovedì, 21 Ottobre 2021

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Profitto contro diritto alla vita

Dosssier: il monopolio dei vaccini

2 profitto contro diritto alla vita«La pandemia conferma che il mondo globale non vuole cambiare». Questa è l’opinione di Gianni Tognoni, medico e scienziato, al quale chiediamo come giudica l’iniziativa di India e Sudafrica che chiedono una deroga ai brevetti per tutta la durata della pandemia.

«La vicenda dei vaccini – dopo mesi di scambi di promesse, impegni, alleanze, conflitti senza risultati seri in vista, anche con l’ultima riunione del G20 a Roma – è la perfetta rappresentazione di come la pandemia, con i suoi morti puntigliosamente ‘contati’ a livello dei singoli Paesi e a livello globale (ma che dovrebbero essere stimati fino al doppio secondo la dichiarazione dell’Oms), non è stata altro che un tragico esercizio di ‘visibilizzazione’ della non-volontà di cambiare le regole del gioco, di una inesistente ‘comunità internazionale’. La domanda ovvia, chiara per tutti, molto semplice (al di là di tutte le mosse dei giocatori di una partita a scacchi senza fine), era ed è: il diritto universale alla vita (nessuna esclusa) può, almeno per una volta, prevalere sulle regole e gli interessi del mercato globale? La risposta è stata altrettanto semplice: no. Le proposte fatte da tutte le parti, gli impegni, le mezze promesse, gli schieramenti di ‘autorità’, politiche, morali, economiche continuano a incrociarsi: la cosa certa, e più ottimistica, è che per i Paesi non-ricchi ci saranno (non si sa quando) donazioni risibili di vaccini, e un rimando dei bisogni concreti a un tempo non definito».

È possibile produrre vaccini anche localmente?

3 profitto contro diritto alla vita mese giugno 2021«Continuare a far finta di domandarsi se l’Italia potrebbe fare qualcosa di realisticamente efficace, in termini di ricerca e produzione, così come il prospettare un futuro di sviluppo di autonomia dei Paesi non inclusi nel G20 (cioè della stragrande maggioranza), è una vera, ipocrita presa in giro. Non si ‘inventano’ soluzioni radicali realizzabili in tempi ragionevoli: sarebbe come credere che la tregua tra Israele e Hamas possa trasformarsi magicamente nel piano concreto capace di imporre il riconoscimento di due Stati (…è l’ultima trovata degli USA, che non riescono nemmeno a sospendere la vendita delle loro armi a Israele). Riconoscere che il vaccino è un bene comune universalmente disponibile, a partire dalla capacità produttiva attuale, significherebbe immaginare che i poteri che stanno facendo l’ennesima loro partita a scacchi (che è di fatto una guerra senza esclusione di colpi) decidano di cambiare identità, cultura, modello di sviluppo. Non ci sono nemmeno lontanamente segni in questa direzione. Perché gli Stati Uniti, che cercano di rifarsi la credibilità dopo Trump, hanno finito per dire che, in ogni caso, prima risolvono il loro problema, poi si vedrà. E la stessa cosa dice, in altri termini, l’Europa. E gli atteggiamenti di ‘apertura’ (ma senza impegni) del nostro primo ministro sui vaccini corrispondono poi nei fatti a un Pnrr che neppure da lontano pensa a un piano diverso della gestione economica, ambientale, sociale del nostro Paese. È arrivato persino a dichiarare non solo impraticabile, ma impensabile un intervento fiscale tanto piccolo (anche in confronto ad altri Paesi) da essere inoffensivo (la proposta di tassazione delle successioni milionarie ndr). La regola è: tutte le discussioni sono possibili (non benvenute, da stimolare, da lanciare almeno come segnale di un cambiamento di prospettiva, di interesse per le ‘nuove generazioni’), a patto di non toccare gli interessi dei ‘proprietari privati’. Dai ‘bilionari’, vecchi e nuovi, alle grandi multinazionali, farmaceutiche o altre. La pandemia virale non deve toccare la pandemia più strutturale (in Italia e nel mondo) di una diseguaglianza in crescita, o intaccare il pensiero che lo sviluppo non può avere come indicatore di legittimità la vita e la dignità delle persone, anzitutto di quelle più marginali».

La pandemia ci ha messi di fronte a una situazione che non conosce confini. O ci salviamo tutti o sprofondiamo tutti?

6 profitto contro diritto alla vita mese giugno 2021«Nel cuore tragico della pandemia, la salute è stata da tutti riconosciuta, invocata, promessa come un bene comune imprescindibile. Come il vaccino. Nel Pnrr le risorse per l’Italia sono tante, o poche, o non sufficienti. Quello che manca è un piano che renda visibili e condivisi i bisogni e le priorità, che non sono anzitutto di tipo medico-tecnologico-amministrativo. La salute non ha a che fare con la medicina, ma con l’uguaglianza, l’accesso democratico ai ‘fattori determinanti’ della salute: il lavoro, la cancellazione della povertà, l’inclusione e la presa in carico delle non-autonomie di vita (la parola d’ordine troppo ripetuta, ma sganciata dai suoi soggetti reali è: ‘cura’). L’art. 3 della Costituzione è quello che deve tornare a essere la linea guida, per rendere credibile l’applicazione dell’art. 32. Il Servizio sanitario nazionale non è un comparto separato da gestire come un’azienda: per essere bene comune deve ritornare a essere uno dei luoghi in cui si sperimenta la ri-creazione di una comunità di ricerca condivisa delle risposte».

A quali pericoli è esposta la salute?

«Restituire alla salute come welfare complessivo (che include educazione e ambiente) una identità di bene comune non è un problema di distribuzione di fondi; come al tempo della 833, la sfida è quella di farne l’espressione di progetti diffusi, diversificati per contesti, che abbiano sempre le comunità reali come protagoniste e valutatrici. È un grande progetto di ricerca culturale in cui i bilanci sono misurati in termini di monitoraggio dei bisogni inevasi come priorità su cui investire, per sperimentarne la evitabilità. Senza dimenticare che nel sistema attuale le sfide più grandi ri-incrociano quelle strutturali dei modelli di sviluppo: diversi tra il Nord ed il Sud, per le realtà urbane e rurali disperse, e capaci di affrontare ancora una volta il rapporto tra efficienza-efficacia del ‘pubblico’ rispetto al ‘privato’».

Come medico e scienziato ritiene che sia importante condividere informazioni sui saperi e i dati delle sperimentazioni cliniche sui vaccini?

«La pandemia, così come i vaccini, non ha dato una risposta rassicurante sul ruolo delle ‘competenze’ (sanitarie, gestionali o di comunicazione). La ‘comunità scientifica’ (in Italia e nel mondo) è stata sempre messa in primo piano, nei processi decisionali. Uno sguardo disincantato, che corrisponde a quanto si legge nella letteratura ‘scientifica’ più indipendente, non permette di dare un giudizio positivo. La frammentazione e la contrapposizione hanno dominato rispetto al coordinamento, al dovere di riconoscere e gestire le incertezze e le ignoranze, a una cultura della informazione capace di generare autonomia e non solo obbedienza da parte della ‘gente’. Anche in questo campo, il cammino per fare della conoscenza non uno strumento di divisione-concorrenza tra i saperi, ma il bene comune di fondo, è una domanda tutta aperta, molto critica, senza illusioni di ottimismo, sapendo che fanno parte degli ‘effetti collaterali gravi’ della gestione della pandemia l’entusiasmo e la fiducia dei ‘vertici esperti’ in risposte che escludono ancor di più la democrazia dei saperi, come la digitalizzazione a tappe forzate e la priorità data alle tecnologie a scapito della comunicazione tra persone». ◘

DI Achille Rossi


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