Domenica, 26 Settembre 2021

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Violenza di stato

Politica e società

silvia romano2

Ogni volta che le immagini dei pestaggi compiuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere scorrono sullo schermo, il sangue si rapprende. La esibizione di una violenza premeditata verso persone inermi e indifese, muove sentimenti profondi in ognuno di noi. Quelle immagini hanno il potere di riavvolgere il nastro della storia dalla civiltà alla barbarie, di ripercorrere a ritroso il faticoso cammino umano compiuto per affrancarsi dalla violenza belluina senza cui non sarebbe stato possibile il processo di umanizzazione nella scala evolutiva. Quei sentimenti e quelle pulsioni sono stati sconfitti, ma mai definitivamente. L’uomo è un essere in cammino, dagli albori fino ai giorni nostri, guarda avanti, ma conserva tutto. Per questo quando la violenza insorge senza controllo, in modo imprevedibile e brutale, fa riemergere alla coscienza pulsioni di morte da cui pensavamo di esserci affrancati. Non è solo una questione di giustizia, di rispetto dei diritti, di chiedersi se la politica sapesse o non sapesse. È anche un fatto che ha profondi riverberi psichici capaci di rimettere in moto comportamenti analoghi e di contrasto. L’odio, la gelosia, l’invidia, la violenza sono giganti dormienti pronti a tornare sempre in scena. Basta un semplice richiamo, ed eccoli là. Non si spiegherebbe altrimenti questo rigurgito di violenza esibita, premeditata, primitiva, da orda barbarica. ScreenHunter 03 Aug. 07 11.59Episodi come questo sono campanelli di allarme e negli ultimi decenni sono aumentati di quantità e di intensità. Dalle carceri si propagano alla società o viceversa. Dal G8 di Genova del 2001, la mattanza alla caserma Diaz, l’uccisione di Carlo Giuliani, il pestaggio mortale di Stefano Cucchi, di Michele Uva fino a Aldo Bianzino. Per arrivare poi al caso dei cinque carabinieri che nella caserma di Piacenza organizzavano orge, trafficavano droghe e picchiavano ferocemente i carcerati, e i 13 morti a Taranto a marzo 2021. Quando la violenza viene da chi per mandato istituzionale ha il compito di proteggerci dalla violenza, la sua contaminazione dilaga senza limiti perché rompe il patto sociale su cui si fonda  loStato moderno, ovvero che i conflitti sociali e interpersonali non si risolvono con l’esercizio della forza, ma vengono sottoposti al dominio della Legge di cui solo lo Stato dispone.

Non si tratta dunque di  mele marce, ma di qualcosa di molto più grave. In uno striscione comparso a Roma c’era scritto: 52 mele marce, abbattiamo l’albero. La soluzione non è condivisibile, ma l’analisi è vera. Si tratta di fenomeni molto diffusi che la fitta rete di omertà, di silenzi e di coperture non riesce a occultare. Ciò lascia intendere che la narrazione giustificativa e assolutoria nasconde la presenza di un sistema repressivo vasto, che ha trasformato il suo mandato costituzionale di contenimento e rieducazione, in un meccanismo di tortura e di violenza.

Ci si indigna giustamente per quanto è stato fatto a Giulio Regeni nelle carceri egiziane in mano a servizi segreti che rispondono a una dittatura feroce. Ma qui siamo in democrazia, ed è difficile spiegare che in un sistema carcerario di un Paese democratico possano accadere cose simili. Non è un caso che ogni anno si registri un alto numero di suicidi nelle carceri italiane (63 nel 2020 e 21 al 30/06/2021). Simili episodi lasciano intendere che la vita carceraria ha perso ogni fine rieducativo, per fare posto alla sola repressione. Non si tratta di distinguere tra i buoni e i cattivi, che sicuramente ci sono sia tra guardie carcerarie sia tra le forze armate, ma di capire che alla base esiste un sistema che seleziona, prepara, istruisce chi fa questo difficile mestiere ricorrendo a principi contrari alla Costituzione. Su di esso negli ultimi anni hanno avuto sempre più influenza coperture politiche della Destra, lusinghe carrieristiche, servizi dello Stato a cui interessa avere corpi preparati per ogni tipo di sommossa. Ma bisogna capire che la violenza esibita da chi dovrebbe contenerla diventa un veicolo emulativo incontrollabile. Bisogna sempre aver presente quello che scrisse Voltaire: “Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”. ◘

di Redazione


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