Domenica, 26 Settembre 2021

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L'uomo amico dell'uomo

silvia romano2

«Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo». Così scrive Fernando Pessoa, e chi meglio di un poeta può aiutarci a comprendere più in profondità il vero senso del Cammino?

Un tempo il pellegrino partiva e nel pellegrinaggio era costitutivo anche il non ritorno. Era un atto di fede, eminentemente religioso, che lo religava a se stesso, al mondo e al divino. Era un modo per uscire dal finito ed entrare nell’infinito, per lasciarsi invadere dallo stupore, per farsi sedurre dall’avventura, per rischiare nuovamente la Vita.

Conoscere è anche riconoscere, è lasciare emergere qualcosa che abbiamo ignorato sino a quel momento e che ora vuole essere accolto, ed è nel cammino che possiamo essere e lasciar essere.

Anche se oggi conosciamo l’ora delle maree e nessun bandito appare più sul sentiero, nessuna assicurazione, nessuna promessa ci daranno le certezze che vorremmo: il cammino si esaudisce e si esaurisce nel passo, ogni volta. La Creazione è continua.

In tutte le epoche, in ogni civiltà e in ogni latitudine, viaggiare, camminare, mettersi in movimento, spostarsi, migrare, sono modalità a tutti gli uomini familiari e il tema del viaggio è presente nelle varie culture, nelle letterature, nei testi sacri, nei miti, nei riti, nei vissuti di ogni civiltà. In questo senso il viaggio è un’esperienza comune a tutti gli esseri umani, come il dormire, il mangiare, il ridere, il sognare; è una dimensione archetipica, originaria, ontonomica dell’essere umano.

2 l uomo amico dell uomo mese lugllio 2021Prendendo a prestito alcune categorie del grande filosofo e teologo indo-catalano Raimon Panikkar potremmo dire che: il viaggio è un invariante umano, ma non un universale culturale; in ogni cultura infatti il viaggio ha il suo sapere e il suo sapore, sempre sulla soglia tra dentro e fuori, luogo dove azione e meditazione si alternano in una rinnovata dimensione mistica. Come scrive ancora Raimon Panikkar: «è una battuta della sinfonia cosmica che ognuno di noi suona forse a sua stessa insaputa. Ogni cammino (yoga, nube, tao) punta sempre verso l’essenza del nostro essere, chiamato Parusa, Cristo, Tao, parole omeomorfe per indicare il mistero ultimo della realtà cui si ha accesso solo se si lasciano cadere i vari attaccamenti e desideri, fino alla morte del proprio ego, per giungere quindi all’identificazione con quell’ultima realtà che ha tanti nomi ma che in nessuno si esaurisce».

È ancora così per l’uomo d’oggi che si appresta al Cammino? Abbiamo ancora coscienza che il viaggio è trasformazione, rivelazione, conversione? Oppure partiamo perché è di moda fare quel cammino, perché ci spostiamo e ci postiamo ovunque, perché comunque è un’esperienza? Ma quando diciamo la parola “esperienza”, sappiamo davvero di cosa parliamo?

Il Cammino della Pace è a questo che vuole prepararci: ad essere gentili l’un l’altro, a riconoscerci fratelli, a vivere in questo mondo come nella casa comune, che ha necessità di attenzione e cura, che sa tenere insieme vivi e morti, eredità e promesse.

Il Cammino della Pace vuole prepararci a sentire la tristezza del ramo che secca, a patire il rantolo dell’animale ferito e il dolore dell’uomo. Tutte cose che abbiamo dimenticato e che il Cammino sa risvegliare, se noi saremo pronti e attenti a vedere e ascoltare. Il camminare è fare nostro qualcosa che ci nutre e ci sostanzia; un aiuto per questo nostro tempo invischiato in una civiltà tecnocratica monoculturale, un cammino dove potremo fare esperienza del pluralismo della Vita, riconoscendo altre visioni della realtà, altre parole, altre lingue, altri occhi, altri canti, altri sogni. E perché questa sapienza sia davvero possibile d’inizio, l’ingrediente essenziale e indispensabile è il dialogo e il dialogo è un’Arte. Ma ancora di più, è dal dialogo che scaturisce l’etica, dove il dialogo è causa di un passo in cui l’agire è dettato dalle profondità del nostro essere, dove non esiste calcolo, ma una necessaria purificazione del cuore. Questo è quel che il Cammino ci offre. Opportunità d’ascolto del silenzio della natura e della natura del silenzio: una via verso la Vita.

2l uomo amico dell uomo mese lugllio 2021La rosa non ha perché, fiorisce perché fiorisce, scrive il mistico del '600 Angelus Silesius, mostrandoci l’arte della natura, di cui noi siamo parte, e l’etica - che dobbiamo necessariamente e urgentemente ritrovare - è azione secondo natura. Non esiste infatti un’etica interculturale, scambiabile, che vada bene per tutto e per tutti, ma esiste la possibilità di far dialogare il nostro modo d’essere, di confrontarci, di mettere in vita un ben-essere frutto del nostro stesso ben-essere, che nulla ha a che vedere con consumismo, sviluppo, neoliberismo. Scrive Raimon Panikkar: “Oggi il dialogo non è un lusso o una questione secondaria. L’ubiquità della scienza e della tecnologia moderne, dei mercati mondiali, delle organizzazioni internazionali e delle corporazioni transnazionali, così come le innumerevoli migrazioni di lavoratori e la fuga di milioni di rifugiati – per non parlare dei turisti – rende l’incontro di culture e di religioni inevitabile e indispensabile insieme. I nostri attuali problemi di giustizia, ecologia, pace richiedono una comprensione reciproca dei popoli del mondo che è impossibile senza dialogo. L’uomo non è un individuo, una monade, ma piuttosto una persona, un fascio di relazioni. E le relazioni umane richiedono il dialogo. Senza il dialogo, senza una vita dialogica, l’uomo non può conseguire una piena umanità. Il dialogo non è semplice discussione. Proviene da una sorgente più profonda e più interna della stimolazione che riceviamo dagli altri. Questa sorgente può essere chiamata silenzio, o forse l’umana sete per la verità. Il dialogo ha un nucleo mistico non visibile alla superficie delle relazioni umane. Qualcosa accade al cuore di ciascun dialogante, e qualcosa accade anche nel nucleo più interno del mondo. Il dialogo libera un karman speciale, giungendo al cuore mistico della realtà. Quando due saggi stanno parlando, il mondo trattiene il fiato, cogliendo lo spirito di questa antica verità”.

Il Cammino della Pace intende inoltrarsi nelle nuove terre del dialogo inter e intra culturale, dove ogni cultura possa far vivere il proprio albero, unico e irripetibile, dove solo incontrando la profondità delle proprie radici potrà aprirsi all’altro, mutuamente fecondandosi. Se non conoscerò un altro, un’altra lingua, un’altra religione, un’altra tradizione, non conoscerò davvero nemmeno la mia. Siamo consapevoli che questo Cammino della Pace è una sfida per il nostro tempo, così bisognoso di nuova linfa e per questo ci auguriamo che non sia un ennesimo turismo spirituale, ma soglia di quell’aperto che il poeta Rilke immagina fecondo nel suo indicibile farsi sempre presente.

Il Cammino della Pace è memoria di luoghi, uomini famosi, uomini santi e uomini umili, tutti plasmati dal cammino, fatto di dolori e di riconciliazioni. Ogni cultura, ogni tradizione, ogni religione, affrontano nel viaggio passaggi di trasformazione, una riconciliazione con il nostro essere umani, infiniti, proprio perché mai finiti. Parole come perdono, rivelazione, conversione sono intrinseche al viaggio stesso; farle divenire personale esperienza renderà onore al cammino, rinnovando la Vita in noi. Così che il ripercorrere luoghi millenari, misurare i nostri passi sulle orme di persone conosciute e sconosciute, attraversare paesaggi, scoprire architetture, stupirsi di animali e fiori, è riconquistare il vero ritmo umano che la civiltà sa coprire di pietre: essere Ritmo dell’Essere. È il “lek leka” biblico: vai, vai verso di te; torna a te stesso. Nell’antica Grecia la parola teoria voleva dire prendere parte come osservatori a funzioni di culto. È dunque un termine religioso, è partecipare a qualcosa che avviene. Questa definizione, che Hans Georg Gadamer così bene ha illuminato, oggi non basta più; lui stesso propose di sostituire alla parola teoria un altro significato: contemplazione. E nella contemplazione è insita l’azione, ma non basta il solo pensiero, seppur buono, è l’azione retta, l’azione etica. Ecco il movimento a cui siamo chiamati e che il Cammino aiuta a fare. Partecipare a qualcosa che avviene e che non è separato da noi, che mette in gioco tutto noi stessi, un farsi più umani nell’incontro con ogni alterità. È un nascere

Camminavamo, cambiando più spesso i paesi delle scarpe,

attraverso la guerra delle classi, disperati

quando c’era solo ingiustizia e nessuna rivolta.

Eppure sappiamo:

anche l’odio verso la bassezza

distorce i tratti del viso.

Anche l’ira per le ingiustizie

rende la voce rauca. Ah, noi

che volevamo preparare il terreno per la gentilezza

noi non potevamo essere gentili.

Ma voi, quando sarà venuto il momento

in cui l’uomo è amico dell’uomo

ricordateci con indulgenza.

(Bertolt Brecht)

di Patrizia Gioia


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