Lunedì, 18 Ottobre 2021

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Venti Anni Made In Usa

Afghanistan. La guerra infinita dell’Occidente contro un popolo tra i più poveri della Terra conclusa con migliaia di vittime civili e militari.

silvia romano2

Quasi tutti i leader dei Paesi occidentali sono rimasti sorpresi dalla travolgente avanzata dei talebani e dalla fine ingloriosa e repentina del “governo legittimo”; lo scenario ha evidenziato effettivamente una gravissima incapacità di analisi e di previsione da parte delle agenzie di intelligence di mezzo mondo e conseguentemente da parte dei governi di riferimento.

Una gran parte di responsabilità, per quanto oggi vediamo, è da attribuire alla strategia adottata dagli Usa (quale nazione capofila della coalizione) in Afghanistan nel corso di questi lunghi anni; una prassi astratta, codificata nelle direttive impartite alle forze sul campo, che prescindeva da ogni tentativo di conoscenza della reale situazione del Paese, delle condizioni sociali, culturali, economiche della popolazione.

La gestione degli Stati Uniti d’America del “dossier Afghanistan” è stata per la quasi totalità di natura militare; il resto, l’attività di “nation building”, è stata parte marginale e peraltro malamente realizzata. La riprova è la strutturazione del loro impegno economico: 2.261 miliardi di dollari per la parte militare, di cui: quasi 1000 miliardi per operazioni militari, 530 miliardi per gli interessi sui debiti contratti, 296 miliardi per le cure ai veterani rientrati, 443 miliardi di aumento del bilancio del dipartimento per la difesa per le attività connesse alla guerra (fonte: Watson Institute - Brown University).

Il totale speso invece per la “Ricostruzione” dell’Afghanistan ammonta nel ventennio a 143,27 miliardi di dollari (fonte: Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction); in realtà si parla di ricostruzione ma si inserisce nel calderone un po’ di tutto, dalle spese per l’esercito nazionale, alla lotta alla droga, all’antiterrorismo e così via.

Sul versante umanitario vero e proprio: il Bureau of Humanitarian Assistance (Bha) dell’Usaid, ha comunicato che sono stati stanziati circa 1,15 miliardi di dollari in Afghanistan dal 2002 al 31 dicembre 2020 e l’Ufficio per la popolazione, i rifugiati e le migrazioni del Dipartimento di Stato (Prm) gestore del fondo Migration and Refugee Assistance (Mra) che finanzia programmi per proteggere e assistere i rifugiati, le vittime di conflitti, gli sfollati interni, gli apolidi e i migranti vulnerabili, ha comunicato che gli stanziamenti cumulativi dal 2002 fino al 31 dicembre 2020 ammontano a circa 1,53 miliardi di dollari.

In definitiva su 2.261 miliardi di dollari di spese totali nei venti anni solo 2,68 sono stati destinati ad interventi di natura prettamente umanitaria; lo 0,11 per cento circa.

Poche risorse sono state usate per accrescere il tenore di vita della popolazione e quel poco si è concentrato nelle grandi città; è qui infatti che si sono visti i miglioramenti nell’assistenza sanitaria, nella salute materna, nell’istruzione. È nelle grandi città che è aumentato il reddito pro capite (in gran parte come corrispettivo per attività di supporto alle forze militari) così come si è sviluppata la consapevolezza dei diritti fondamentali a partire dalla parità di genere ed è nato un sistema diffuso di informazione indipendente. Mentre nelle aree rurali nulla è cambiato dal 2002.

Poi ci sono vere e proprie situazioni paradossali: l’International Narcotics Control and Law Enforcement (Incle) del Dipartimento di Stato Usa ha comunicato che Il finanziamento cumulativo per l’Afghanistan erogato dal 2002 al 31 dicembre 2020 ammonta a 4,59 miliardi di dollari. Ebbene, durante il conflitto la produzione di oppio in Afghanistan è passata dalle circa 3.000 tonnellate del 2002 alle circa 6.000 del 2020 e gli ettari coltivati dai 74.000 del 2002 ai 224.000 del 2020 (fonti: MCN/UNODC- NSIA/UNODC).

Guardando le statistiche, l’intervento militare in Afghanistan è stato il terzo più costoso conflitto della storia degli Stati Uniti, preceduto solo dalla Seconda Guerra mondiale e dalla guerra in Iraq (fonte: howmuch.net su dati del congresso americano) ed è stato anche uno dei più lunghi della loro storia.

Alla spesa Usa vanno poi sommate anche quelle degli altri Paesi della coalizione che sono state valutate in circa 30 miliardi di dollari per il Regno Unito, 19 per la Germania e 8,5 per l’Italia, etc (fonte MIlex e report parlamentari).

Ma come in ogni guerra alla fine si contano anche le perdite di vite umane: 78.314 esercito e polizia afghana, 71.344 civili, 3.936 contractor Usa, 2.448 esercito Usa, 1.144 forze della Coalizione (e tra questi i 53 italiani), 685 personale umanitario e giornalisti, 84.191 talebani e loro alleati (Fonte: Brown University).

Alla luce di questi dati è incredibile che qualcuno sia rimasto sorpreso dalla repentina dissoluzione del sistema statuale afghano e dalla rapidissima affermazione dei talebani e continui a porsi domande sul perché sia stato possibile tutto ciò.

Una analista alle prime armi o ancora meglio un operatore umanitario sul campo avrebbe immediatamente spiegato che tutta la straordinaria strategia di “nation building” dispiegata in venti anni si sarebbe sciolta come neve al sole; ma purtroppo sempre più frequentemente le analisi di intelligence si basano sui risultati astratti prodotti dalle elaborazioni informatiche con l’intelligenza umana grandemente marginalizzata.

Un’analisi altrettanto impietosa è quella svolta dal Sigar nel suo ultimo report: “Cosa dobbiamo imparare: lezioni da vent’anni di ricostruzione in Afghanistan”; un rapporto redatto da questa agenzia indipendente, creata dal Congresso nel 2008, con il compito di analizzare e supervisionare tutto il lavoro delle diverse agenzie Usa impegnate in attività di ricostruzione. Sono state identificate lezioni chiave in sette aree: strategia, tempistica, sostenibilità, personale, insicurezza, contesto, monitoraggio e valutazione. Un rapporto di grande interesse e molto approfondito cui si rimanda per il dettaglio (https://www.sigar.mil/interactive-reports/what-we-need-to-learn/index.html) che in definitiva si può riassumere nella seguente affermazione: “Il governo degli Stati Uniti semplicemente non era attrezzato per intraprendere qualcosa di così ambizioso in un ambiente così intransigente…”

Volendo poi andare a ritroso negli anni, alle origini del caos, bisognerebbe ricordare i rapporti instaurati tra gli Usa e i Talebani con il coinvolgimento di Pakistan e Arabia Saudita, per contrastare l’occupazione sovietica, con la conseguente forte affermazione nel Paese della corrente islamica sunnita deobandi, sino ad arrivare al negoziato diretto a Doha tra l’Amministrazione Trump e gli stessi Talebani, con l’esclusione del Governo afghano. Una trattativa essenzialmente basata sull’impegno da parte dei Talebani a non ospitare nei loro territori basi e membri di Al Qaeda, un impegno d’onore (sic) potremmo definirlo.

Questa recente successione di eventi ha aggravato lo scenario afghano, già segnato da una corruzione endemica sia a livello centrale che locale, e la delegittimazione delle già precarie strutture statuali. E alla fine il ritiro ordinato da Biden, sostenuto anche dalle contraddittorie informazioni dell’intelligence Usa, ha provocato un vero e proprio disastro geopolitico e umanitario.

Adesso sarà necessario riordinare le idee e fare i conti con la nuova realtà che governerà il Paese, con le nuove strategie delle potenze globali e di quelle regionali che già si apprestano a colmare i “vuoti” lasciati (come è stato per l’Iraq, la Siria, la Libia…), con il dramma dei profughi, con lo spettro di una rinascita di fenomeni e organizzazioni terroristiche che in quel territorio hanno trovato e continueranno a trovare una base operativa fondamentale.

Però qualcuno contento per come è andata c’è sempre, come in tutte le guerre: il sistema della industria bellica…chissà forse è anche per questi interessi che le guerre moderne durano sempre di più. ◘

di Franco Danieli già Viceministro per gli Affari Esteri


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