Lunedì, 18 Ottobre 2021

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Benedetti toscani

Infrastrutture.

silvia romano2

L’esistenza di un dibattito nazionale in merito alle “allocazioni territoriali” e alle “scelte successive non note” per la destinazione dei fondi del PNRR, conferma che si sono aperti i tempi supplementari per sanare le discriminazioni subite dall’Altotevere, segnalate ne l’altrapagina dello scorso mese.

In particolare, i governatori delle Regioni dell’Italia centrale hanno deciso di aprire il “tavolo operativo e di lavoro … sulle connessioni e le infrastrutture possibili”. È dunque l’occasione ideale per porre sul tappeto, finalmente, il tema del collegamento interregionale fra Umbria e Toscana con la ferrovia Arezzo – Sansepolcro. Naturalmente occorre farlo in modo non velleitario, ma tenendo conto delle condizioni oggettive: da un lato, l’investimento ha il pregio di rappresentare il principale strumento di emancipazione dell’Altotevere e di essere in linea con gli indirizzi dell’Europa; dall’altro, ha il limite di non essere cantierabile nel breve periodo, a causa di decenni di miopia e indolenza.

La soluzione realistica per gli umbri è semplicemente quella di far propria l’esigenza maturata dai toscani a conclusione di un cammino lungimirante sviluppato in vent’anni: ottenere il finanziamento – dentro o fuori del Pnrr – di 3 milioni di euro per lo studio preliminare, necessario per appaltare il Progetto di fattibilità tecnico-economica da allegare (secondo il Codice degli appalti vigente) al bando per i servizi di progettazione.

Si potrebbe commentare che, dopo tanta ambizione profusa in queste pagine, la montagna ha partorito un topolino. In realtà, si conseguirebbero risultati concreti importanti, dopo decenni di aborti o finte gravidanze: tutelare la disponibilità futura delle aree per il tracciato della ferrovia, per quando passerà il treno (il mondo non finisce); mantenere in piedi una prospettiva altrimenti preclusa, come segno di responsabilità verso le future generazioni; confutare il rapporto fra costi e benefici sbandierato dai detrattori dell’opera, pretendendo che si tenga conto dell’entità del maleficio di un’eventuale condanna all’ergastolo per una valle.

benedetti toscani3La mia insistenza nell’indicare provocatoriamente l’obiettivo massimo – ricostruire la ferrovia entro il 2026 – mirava solo a evitare che la rinuncia a sostenerlo lo lasciasse affondare definitivamente. In realtà, speravo semplicemente che l’Umbria rimuovesse la paradossale asimmetria rispetto alla Toscana nonostante l’incomparabile diversità dei benefici della ricostruita ferrovia: per Arezzo comporterebbe solo un collegamento a Sansepolcro, mentre aprirebbe l’Altotevere verso l’Europa.

In sostanza, si dovrebbe dare semplicemente attuazione alla proposta della Seconda commissione dell’Assemblea Legislativa dell’Umbria (14 aprile scorso) «di porre in essere tutte le azioni utili affinché si ristabilisca … il ripristino della ferrovia San Sepolcro-Arezzo, supportando e qualificando come progetto interregionale la proposta della Regione Toscana e della Provincia di Arezzo, in modo da sottrarre l’Altotevere dalla condizione di marginalità rispetto alle altre aree della Regione, determinata dal confinamento nell’enclave generato dalle bombe della seconda guerra mondiale, che ne condiziona lo sviluppo strategico». Altrimenti, sarebbero chiacchiere.

La storia degli ultimi decenni non suggerisce ottimismo: risale ormai a una decina di anni fa un effimero flirt fra le due Regioni.

Oggi, ad Arezzo stanno aggiornando alacremente la documentazione preesistente, con il supporto di un atto di indirizzo adottato in sintonia con il viceministro alle infrastrutture Morelli.

Dall’Umbria, ancora silenzio.

Luciano Bacchetta, cui ho chiesto un parere per l’autorevolezza che gli deriva quale Presidente della Provincia di Perugia e Sindaco del Comune di Città di Castello, ha ritenuto di non esprimersi.

Silenzio anche dai parlamentari tifernati, mai così numerosi. Se da un lato è apprezzabile il loro impegno in ruoli importanti nell’agenda nazionale, dall’altro non è comprensibile il loro distacco rispetto all’incredibile discriminazione che l’Altotevere sta subendo riguardo ad altre aree dell’Umbria.

“Maledetti toscani” li aveva marchiati Curzio Malaparte nel suo saggio degli anni '50. Io li benedico, anche perché mi hanno evitato di difendere la ferrovia da solo, che è la condizione di chi ha torto. ◘

a cura di Mario Tosti


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