Lunedì, 18 Ottobre 2021

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Una strategia contro il caporalato

Società. I nuovi schiavi della terra: parla un sindacalista di Foggia.

silvia romano2

La torrida estate che sta finendo ha evidenziato ancora una volta i problemi che caratterizzano il mondo del lavoro e, soprattutto, le questioni dell’agricoltura. Non si è interrotta assolutamente la catena dei morti sul lavoro che questa volta, come non mai, ha colpito soprattutto le donne, mentre in agricoltura ha destato sconcerto e rabbia la morte del giovane bracciante del Mali, Camara Fontamadi, ammazzato a Brindisi dal caldo e dallo sfruttamento. Ancora una volta è la Puglia, la terra di Giuseppe Di Vittorio, a essere al centro delle cronache e l’epicentro della presenza degli ‘invisibili’ nelle campagne, dei nuovi dannati della terra.

Come cento anni fa, quando lo scontro riguardò i braccianti locali contro i braccianti forestieri, oggi le campagne evidenziano importanti problematiche e portano alla luce forme nuove di sfruttamento. Allora il fenomeno fu battuto dopo anni di morti e di ‘eccidi cronici’ con l’unificazione del mondo del lavoro e il controllo del collocamento pubblico; oggi ci si trova di fronte a problemi non meno gravi con un mercato del lavoro destrutturato e inquinato in cui le vittime principali sono i lavoratori immigrati stagionali, ma anche i lavoratori autoctoni.

 Non sono soltanto le basse retribuzioni a destare scandalo o l’orario di lavoro che va ben oltre i livelli stabiliti dai contratti, quanto soprattutto il sistema di reclutamento della manodopera che avviene attraverso la pratica del caporalato. Un fenomeno che non è soltanto meridionale o delle campagne, ma una questione nazionale e anche europea (soprattutto dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo), come emerge da diverse indagini svolte in questi ultimi anni. È importante avere consapevolezza di questa nuova dimensione per apprestare risposte all’altezza dei problemi e fare in modo che i nuovi schiavi possano uscire dalle condizioni disumane in cui vivono, senza diritti sociali e senza dignità.

 Anche in questo campo la situazione non è statica. Rispetto alle volgari campagne xenofobe che vedono protagonista la destra meloniana e salviniana, seppure a fatica e con non pochi problemi cresce nell’opinione pubblica la consapevolezza che gli immigrati sono indispensabili per il nostro sistema produttivo e segnatamente per il comparto agro-alimentare.

In secondo luogo è necessario intervenire in questo ambito per eliminare le insopportabili storture, se l’Italia vuole ancora mantenere un ruolo di leadership sul piano mondiale. Un mercato del lavoro inquinato e destrutturato, infatti, mette a repentaglio l’intera filiera agro-alimentare. Le cifre dicono chiaramente quanto sia essa importante per i livelli occupazionali che assicura, per il reddito che viene prodotto, per la crescita dell’export che si è avuto negli ultimi anni e che ha interessato positivamente in primo luogo le regioni del Mezzogiorno. L’export agroalimentare, non vorrei sbagliarmi, è quello che segna il divario più basso tra le diverse zone del Paese. Io sono convinto che bisogna fare un ragionamento a 360 gradi, investendo una molteplicità di soggetti ed operando in diverse direzioni.

Oggi ci troviamo di fronte ad una situazione nuova. L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi che ha una legge moderna per colpire il caporalato: la n. 199 del 2016, che rappresenta sicuramente un sensibile passo in avanti rispetto alla legislazione precedente in quanto colpisce sia il caporale intermediario sia i proprietari che sfruttano la manodopera. È necessario che essa sia applicata correttamente, intensificando i controlli degli Ispettorati del Lavoro e portando alla luce i contratti fittizi messi in atto per aggirare i controlli delle forze dell’ordine, subordinando la concessione di contributi pubblici al rispetto della legalità, stabilendo precise condizionalità.

Il Pnrr è il canale attraverso cui reperire i fondi per allargare la platea degli ispettori del lavoro.

La sola via repressiva, però, non è sufficiente per sradicare il fenomeno del caporalato. Vi sono problemi sul tappeto su cui si sta discutendo e di cui si trova traccia nel piano triennale di contrasto al caporalato varato dopo una intesa tra governo, sindacati ed enti locali. La prima questione è quella del trasporto, che oggi rende estremamente debole il lavoratore, soprattutto quello immigrato. È di questi giorni la notizia della creazione di un’app in provincia di Foggia per accedere gratuitamente al trasporto pubblico fino alle aziende a partire dai due grandi insediamenti di Borgo Mezzanone e della foresteria Sankara di San Severo.

L’altra questione è quella di far incontrare legalmente domanda e offerta di lavoro su cui si sta discutendo, alla luce anche dell’evoluzione della tecnologia.

Inoltre va affrontato il tema della dignità di queste persone. Le grandi baraccopoli in cui vivono in condizioni vergognose gli immigrati con rischi di ogni genere vanno smantellate costruendo alternative concrete e realistiche, in mancanza delle quali il fenomeno si riproduce in pochissimo tempo, come l’esperienza dimostra. Ghetti in cui mancano l’acqua, la luce elettrica, i servizi igienici e che mettono a repentaglio la salute di tutti. Una vera e propria bomba sociale su cui i sindaci e gli enti locali non hanno mancato in questi anni di sottolineare l’urgenza, chiedendo la costruzione di foresterie regionali e contributi per l’adeguamento di immobili fatiscenti. In Capitanata esistono due ghetti (Borgo Mezzanone e Rignano Garganico) che sono i più grandi d’Italia con tremila persone presenti all’interno di ciascuno di essi. A questi se ne aggiungono altri sette-otto di dimensioni più ridotte, che tutti insieme ospitano diecimila persone.

Nessuno può girarsi dall’altra parte: né il governo e nemmeno l’Unione europea. Il governo dell’immigrazione, infatti, non riguarda soltanto l’arrivo dei barconi, ma anche le condizioni di permanenza all’interno dei diversi Stati.

Da ultimo, ai fini dell’emersione del lavoro nero, va consentita la regolarizzazione dei lavoratori stranieri in agricoltura accelerando e ampliando i permessi di soggiorno.

Sono misure di buon senso su cui sono chiamate a dare il loro apporto anche le aziende a cui è stata offerta una chance con l’istituzione della rete del lavoro di qualità, la cui adesione finora è molto bassa. Anche qui c’è una sfida per tutti che non può essere né rinviata né elusa. ◘

di Michele Galante


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