Mercoledì, 26 Gennaio 2022

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Acqua di tutti

silvia romano2

La diga di Montedoglio è la principale fonte di attingimento di acqua per l’irrigazione delle colture dell’Alta valle del Tevere. Non è la sola, ma la più importante. L’80% del fabbisogno complessivo viene prelevato dall’invaso, il restante 15/20% proviene da fonti di attingimento di proprietà dell’Agenzia Forestale. L’acqua è sempre di più bene prezioso a causa degli sprechi dipendenti dagli stili di vita occidentali e per gli effetti climatici che ne riducono la disponibilità.

Ma se qualcuno pensasse che l’acqua del Tevere o dell’invaso di Montedoglio venga sprecata e non utilizzata adeguatamente, si sbaglia: ogni goccia sparata dagli innaffiatori sui campi di tabacco, di mais o sugli orti è pagata. Se qualcuno pensasse che l’acqua venga captata abusivamente dall’alveo del Tevere con pompe a nafta, si sbaglia: le pompe, cinque in tutto, sono di proprietà dell’Afor (Agenzia forestale regionale) ed entrano in funzione solo in particolari momenti siccitosi per garantire a tutti la possibilità di irrigare. Se si pensasse che c’è qualcuno che non paghi quanto dovuto o che usufruisca di agevolazioni magari per appartenenza politica, si sbaglia: tutta l’acqua erogata agli agricoltori o alle aziende agricole passa per i contatori installati nel corso del tempo, che determinano al millilitro il consumo degli utenti. E su questa base vengono emesse le relative fatture. Parola di Manuel Maraghelli, Amministratore unico dell’Afor dal 16 marzo 2020 e di Luca Giustini, funzionario dell'Agenzia responsabile di questo settore. «I risultati conseguiti, spiega l’Amministratore da noi interpellato, sono soddisfacenti. Se si considera che il livello di dispersione di acqua della rete pubblica a livello nazionale è del 40%, noi ci attestiamo al 15/16%, valori più che lusinghieri». Cioè, quasi la metà dell’acqua per usi civili non arriva a destinazione, ma si disperde lungo il percorso. Scarsa manutenzione e condutture vetuste sono responsabili di questo triste fenomeno: «Si tenga conto che il valore atteso, o “fisiologico”, per una rete mediamente efficiente è valutato tra il 10 o 15% (di dispersione), spiega Maraghelli, quindi siamo messi abbastanza bene». «Si può fare meglio?», si chiede retoricamente l’Amministratore, «sicuramente, e gli investimenti previsti tendono a questo obiettivo». «Tuttavia bisogna tener conto di alcune criticità». Infatti «le condotte del sistema irriguo che provengono da Montedoglio sono state fatte negli anni '90 in vetroresina, materiale allora in uso e ritenuto idoneo. A distanza di tempo queste strutture dimostrano una consistente fragilità e le tubazioni si rompono con una certa facilità, obbligando a interventi rapidi e onerosi». Bisogna tener conto che l’acqua viene sollevata con un sistema di pompaggio dalla diga di Montedoglio e poi riversata nei laghetti posti a mezza collina lungo il crinale territoriale valtiberino e, per caduta, immessa nella rete a una pressione di 8 atmosfere. Dunque l’acqua per usi irrigui viene gestita nello stesso modo dell’acqua che arriva ai rubinetti di casa: stesse modalità di distribuzione, stesse modalità di pagamento. Ma come funziona il complesso sistema irriguo distribuito in gran parte dell’Alta valle del Tevere?

La diga di Montedoglio è stata oggetto di numerosi contrasti, battaglie e critiche da parte degli ambientalisti negli anni '90, sia per per l'impatto sull'ecosistema del fiume, sia perché costituisce un costante pericolo in un territorio ad alta sismicità. Dopo la sua entrata in funzione ha subito, nel 2010, la rottura di una paratia che ha procurato molti danni, molta paura e ora è in fase di ripristino. L’invaso era stato programmato per usi plurimi: irrigazione, regimazione delle acque del Tevere in caso di piene, uso potabile a cui se ne sono aggiunti altri. Il sistema Montedoglio prevedeva la costruzione di due dighe: la principale con lo sbarramento sul Tevere e l'altra, più piccola, sul torrente Singerna. La prima serve a portare l’acqua per caduta in Val di Chiana; la diga sul Singerna avrebbe dovuto irrigare la Valle del Tevere, ugualmente per caduta. Questo secondo invaso non ha visto mai la luce. Per cui anche in valtiberina si usa l’acqua di Montedoglio. Ogni anno l’Afor acquista dall’Eaut (Ente Acque Umbre e Toscane), gestore dell’invaso di Montedoglio, un volume di metri cubi secondo una stima che dipende da diverse variabili: la principale è quella climatica. Non potendo raggiungere la destinazione per semplice caduta, essa deve essere sollevata, ovvero pompata, aggiungendo costi energetici, per essere fatta defluire in delle piccole stazioni, invasi o laghetti posti a media collina lungo il crinale valtiberino o in altri piccoli laghetti dispersi sul territorio per poi essere riversata nella rete. Con questo sistema (come si vede nella cartina) la distribuzione ha raggiunto metà vallata per un fronte che va da Trestina fino a Santa Lucia. Chi vuol innaffiare le proprie colture al di fuori di questa rete si serve delle dighe e dei laghi di proprietà dell’Afor, creati a suo tempo, fino a Niccone. In questi piccoli invasi l’acqua viene captata da stazioni di pompaggio di proprietà dell’Afor. L’anno 2017 è stato il più critico con un consumo complessivo di 9.082.805 metri cubi, nel 2018 è stato di 6.497.675 metri cubi.

La messa a punto di questo sistema è stata lunga e non ancora del tutto compiuta. Le superfici irrigate nel 2010 erano 2.091 ettari, nel 2020 hanno raggiunto i 2.890 ettari, dopo aver superato in alcuni anni anche i 3.000 ettari. Gli utenti sono passati da 739 nel 2010 a 1.264 nel 2020. Di questi circa 250 sono titolari di aziende, mentre i rimanenti, circa un migliaio, sono orti più o meno estesi.

Tutto in regola? Sì, ovviamente. Anche perché nel corso del tempo l’Agenzia, già Comunità Montana, ha migliorato considerevolmente le prestazioni del sistema. Dunque se c’è chi usa acqua innaffiando prati o strade invece che colture perché non calibra bene la posizione degli irrigatori, l’acqua viene ugualmente pagata. Rimane il cruccio per uno spreco ingiustificato di un bene destinato a diventare sempre più prezioso. Utilizzarlo al meglio sarebbe interesse di tutti. Viene in aiuto a questa ipotesi la diffusione di sistemi di irrigazione a goccia i cui risparmi idrici sono già stati ampiamente dimostrati. Il vero vulnus è costituito dalle tubazioni in vetroresina. Ma per migliorare le condizioni complessive della rete è previsto un investimento di  quasi sei milioni di euro finanziato con i fondi del Psr (Piano di sviluppo rurale) 2014-2020. Con questi soldi verranno sostituite le parti delle condutture in vetroresina più usurate e verrà messa in sicurezza tutta la rete.

Dubbi sono stati espressi sulla solvibilità degli utenti, ovvero sul fatto che non tutti paghino il dovuto. Ma anche su questo i tecnici sono stati precisi. Nel 2019, su 957 mila euro di consumi, fatture emesse a maggio 2020, solo il 5% risulta non ancora pagato e in fase di riscossione.Una copertura pressoché totale. Perplessità rimangono sulla gestione precedente in mano alla ex Comunità Montana, attualmente in fase commissariale per la liquidazione, che ha dovuto istituire un apposito ufficio legale per il recupero crediti la cui entità non siamo in grado di indicare. ◘

acqua di tutti mese novembre 2021 grafico

di Antonio Guerrini


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