Mercoledì, 26 Gennaio 2022

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La lezione zapatista

CHIAPAS

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Una delegazione di oltre 150 componenti del movimento zapatista è arrivata in Europa e in Italia, seguendo simbolicamente il percorso inverso rispetto a quello di Cristóbal Colón nel 1492, quando arrivò, equivocando, nelle terre che credette essere le Indie Orientali. Hanno ‘navigato’ nelle moderne caravelle dell’aria, gli aerei, ma un’avanguardia, lo “squadrone 421” composto da 7 persone, era giunto su un veliero in Europa, alle Azzorre, l’11 luglio scorso.

Il viaggio di Colombo causò il più grande genocidio che la Storia ricordi: secondo studi contemporanei la popolazione di quelle terre, che contava all’epoca circa 90 milioni di persone, 50 anni dopo era ridotta a meno di 10 milioni: responsabili i virus portati dai conquistatori, per i quali i nativi non avevano gli anticorpi, il massacrante lavoro nelle miniere e le stragi in battaglie nelle quali i nuovi venuti impiegarono le loro armi “moderne”: archibugi e cannoni, cavalli e cani addestrati al combattimento. Le centinaia di culture originarie dovettero affrontare anche la distruzione culturale originata da quello che il filosofo Dussel ha definito l’ “occultamento dell’altro”, da contrapporre alla celebrata “scoperta”.

Queste note non intendono però ripercorrere gli oltre 500 anni dalla ‘conquista’ e saltano subito all’oggi. In America latina a partire dall’ultimo terzo del secolo XX è in atto un “ri-nascimento” indigeno che rivendica l’appartenenza “con dignità” alla Storia della comune razza umana. È in questo contesto che si inserisce il viaggio iniziato dall’Europa degli zapatisti nei 5 continenti dove molte altre culture sono “occultate”, in un momento storico in cui i popoli occidentali stanno cambiando la stessa modalità di essere ‘umani’, quella di una liberazione dell’ “umano” dal limitante corpo di carne, verso un “aumentato” individuo post-umano.

Chi sono gli zapatisti e le zapatiste?

Gli/le zapatisti/e sono indigeni/e che il primo gennaio del 1994 si ribellarono nelle montagne del sud est del Messico, col volto coperto “per essere visti” dopo secoli di oblio. Ciò avvenne in un momento storico in cui, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, era stata dichiarata la <fine della storia> (F. Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo, 1992). Difficile raccontare i fatti in poche parole: riducendoli all’essenziale, essi oggi stanno realizzando un’esperienza di autogoverno comunitario che va al di là dello Stato ed è probabilmente l’esperienza di democrazia più avanzata nel mondo. La scritta «Qui il popolo comanda e il governo obbedisce» che si legge all’ingresso dei territori zapatisti non è uno slogan.

la lezione zapatista articolo altrapagina mese novembre 2021 2Tutto ebbe inizio nella notte del primo gennaio del 1994 quando alcune migliaia di indigeni e indigene maya occuparono 5 cabeceras (capoluoghi municipali) fra i quali il più importante simbolicamente era San Cristóbal de Las Casas, l’antica Ciudad Real dei conquistatori, da poco promossa fra le capitali del turismo internazionale. In realtà l’Ezln, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, nel quale erano inquadrati, era già sorto anni prima in clandestinità, nelle cañadas, gli aspri e scoscesi valloni che solcano la Selva Lacandona dove, rivoluzione nella rivoluzione, le donne avevano promulgato la loro legge che parlava di uguale dignità. I motivi della rivolta, l’ultima di molte, era la serie ininterrotta di agravios (torti) divenuti assolutamente intollerabili negli ultimi anni quando gli effetti delle politiche neoliberiste si erano ripercossi anche in queste terre lontane. Dopo vari tentativi di farsi ascoltare dai Governi sia statale che federale, molte persone decisero l’insurrezione armata. Per iniziarla fu scelta la data del primo gennaio 1994, giorno dell’entrata in vigore di un Trattato Internazionale di Libero Commercio (TLCAN) stipulato fra Stati Uniti, Canada e Messico, alcune clausole del quale equivalevano a una vera e propria condanna a morte per la maggioranza indigena e contadina. La sollevazione avvenne nel nome di Emiliano Zapata, l’eroe della mai dimenticata e incompiuta rivoluzione del 1910, e fu caratterizzata da una corrente di pensiero innovativa, derivata da un’“ibridazione” di due culture fra loro lontane che conferirono contenuti, linguaggio e modalità nuovi. Così la sintetizzò il sub-comandante Marcos, un meticcio il cui pensiero si era forgiato in un marxismo critico cittadino e che guidò l’aspetto militare di essa: «Noi avevamo una concezione molto quadrata della realtà. Quando urtammo con la realtà, questa quadratura restò abbastanza ammaccata. Come questa ruota che sta qui. Comincia a ruotare e essere modellata con il contatto e con i popoli. Ormai non ha più nulla a che vedere con l’inizio. Quindi, quando ci chiedono “Voi, cosa siete? Marxisti, leninisti, castristi, maoisti o cos’altro?”, non lo so. Veramente, non lo so. Siamo il prodotto di una ibridazione, di un confronto, di uno scontro nel quale fortunatamente, così penso io, abbiamo perso».

In questo pensiero era forte anche una componente teologica: quella della “liberazione” che in Chiapas aveva preso il volto della <teologia india> incoraggiata dal vescovo Samuel Ruiz, alla cui azione è dovuto anche un forte lavoro di coscientizzazione nel mondo indigeno dei propri diritti. Questa ibridazione era avvenuta nelle comunità delle cañadas dove gli agravios del sistema erano più acuti, dove i giovani che avendo perduto il lavoro a causa della crisi economica del Paese rientravano nelle loro comunità già carenti di terra da condividere.

Il neo-zapatismo

A questo pensiero fu dato il nome di neo-zapatismo. Esso segnò una discontinuità rispetto alla teoria del foco guerrigliero, dove un’avanguardia “illuminata” guidava la conquista del potere per costruire dall’alto un improbabile “uomo nuovo”. Lo zapatismo ha optato per una orizzontalità nei rapporti politici e sociali, il rifiuto della delega a rappresentanti separati dalla vita quotidiana delle persone, l’uguaglianza fra uomini e donne (l’occupazione di San Cristóbal fu diretta dalla “comandanta” Ana María), una scelta anti-elitaria nell’esercizio del potere, detenuto dall’ "assemblea" di tutti gli abitanti, dove vengono prese le decisioni importanti e assegnati gli incarichi per la loro esecuzione, tutti di breve durata, non replicabili, ma rotativi e revocabili. Le comunità zapatiste, a partire dal 2003, sono organizzate su tre livelli: le singole comunità; i Municipi autonomi che comprendono un certo numero di comunità; i Caracoles (chiocciole, il cui disegno spiraliforme del guscio ha valore simbolico nella cultura maya), che comprendono un certo numero di Municipi autonomi. Ogni Caracol è retto da una «Giunta di buon governo» (JBG), pure rotativa, che amministra la giustizia, il sistema scolastico e quello sanitario e deve realizzare le direttive ricevute dalle assemblee tenute nei Municipi autonomi i quali a loro volta sono retti da analoghe JBG. In questi 18 anni i Caracoles non si sono chiusi al mondo e, anzi, a turno sono stati teatro di incontri nazionali e internazionali di carattere politico, culturale e artistico.

Per chiudere

Il filosofo Dussel, in occasione dei festeggiamenti per il 500esimo anniversario della “scoperta”, tenne una serie di conferenze in Europa nelle quali contrappose alla <scoperta> delle terre l’<occultamento> dei loro abitanti, cioè dell’altro, del diverso, del non ‘occidentale’. In questo odierno incontro con gli zapatisti non incontriamo un altro noi, in lotta per diventare come noi, ma degli altri, dei diversi. Non storcete la bocca, ma è così: gli zapatisti e le zapatiste che incontriamo sono altri, uno dei tanti altri che l’Occidente nella Storia della Modernità ha negato, oppresso, distrutto. A dirlo, sono gli stessi zapatisti: nel saluto di benvenuto ai partecipanti all’Incontro per l’Umanità, contro il Neoliberismo organizzato nell’agosto 1996 nella Selva Lacandona, la comandante Ana María affermò: «Siamo uguali perche diversi». Un ‘perché’ problematico. Eppure qui c’è uno dei nuclei forti, culturalmente rivoluzionario del pensiero zapatista, che si contrappone all’universalismo astratto del pensiero moderno, universalismo che forse è solo un’espressione del modo occidentale di considerare universale ciò che è solo suo. Ad esso gli zapatisti contrappongono la ricchezza di un «mundo donde quepan muchos mundos» (Un mondo che contiene molti mondi).

L’elogio della pluralità dei molti modi di essere dell’homo sapiens, è da affermare con forza oggi perché, passando per i robot e ancor prima gli i-Phone, si sta trasformando l’uomo di «carne vivente» in «uomo di acciaio e silicone», con un chip al posto di un cervello vivo. In un bel saggio in cui si analizza la trasformazione in corso grazie alle tecniche digitali, Visioni del mondo in collisione. La sfida dell’ingegneria genetica, Scott Eastham insinua un dubbio drammatico: «Forse prima di lasciare alla scienza moderna l’ultima parola sull’evoluzione dell’homo sapiens, abbiamo bisogno di ascoltare altre culture e di sperimentare altri modi di “essere” umani». (Visioni del mondo in collisione - Interculture Italia http://www.interculture-italia.it › index2).

A chi scrive piace pensare che il viaggio degli zapatisti attraverso i 5 continenti possa essere l’inizio di questa consultazione planetaria fra diversi, appartenenti ad un’unica razza, quella umana, per parlare del futuro dell’homo sapiens. ◘

di Aldo Zanchetta


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