Lunedì, 16 Maggio 2022

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E la neve cadeva

Cronache d'epoca.

silvia romano2

È il mese di gennaio dell’anno 1944, uno dei più neri del secolo. La guerra è al culmine, come l’indigenza. Tutto è razionato con la “tessera annonaria”. È quasi impossibile vivere, ci si arrangia come si può. Chi ha possibilità economiche ricorre alla “borsa nera”, dove si trova di tutto: dalla farina, all’olio, alla carne e così via. Alla sera è in vigore il coprifuoco. Le strade buie, le poche lampade azzurrate. Le finestre coperte da panni per non lasciare trasparire la luce. Una sirena allocata sulla Torre del Vescovo, in Piazza di Sotto, mette in guardia dall’arrivo di aerei nemici, che per fortuna non arrivano; tanto che il milite, volontario delle vittoriose guerre d'Africa e Spagna, così annota nel verbale giornaliero: “Anche oggi non è stato avvistato nessun rumore nemico”. Ormai tutti conoscono tre parole tedesche che mettono i brividi: “ “raus”, “verboten” e “kaputt”. Per ripararsi dal freddo, ci si veste alla meno peggio. Al posto della lana c’è un tessuto antartico che sembra fatto con l’ortica, pizzica sulla pelle, tuttavia non la difende dal freddo.

Quel freddo che non impedisce a dei ragazzini di non più di dieci, dodici anni di ritrovarsi fuori porta San Giacomo, tra l’officina dei fratelli Bacchi e la Scuola Agraria. Sono lì ad aspettare che scenda la neve. Con il viso paonazzo dal freddo, guardano in su, verso quel cielo plumbeo, carico di neve che non vuol cadere. Battono i piedi “diacci”, su quella terra non ancora asfaltata colore del sale. Un battere silenzioso per colpa di quelle scarpe risuolate con ritagli di copertoni, dove si intrufola la secca stonatura di chi ai piedi calza zoccoli di legno. Sono ragazzini con indosso cappotti che hanno visto tempi migliori o giacconi fuori misura, dono delle dame di san Vincenzo, pie donne prenotate per il paradiso. Un vestiario che non riesce a coprire quelle gambe nude con i calzoni corti.

E la neve comincia a cadere, trita e minuta prima, poi con fiocchi che svolazzano come farfalle in amore e si appiccicano sul viso e sulle labbra.

L’euforia è con quei ragazzi che non sentono più freddo. Non danno fastidio neanche i geloni sulle mani, coperte da guanti verdi regalati dalla Befana fascista. La neve viene giù sempre più forte, quasi con violenza. La siepe che circonda la scuola Agraria è la prima a incanutirsi. L’orologio della chiesa della Madonna delle Grazie batte colpi imbottiti di neve, sordi, lontani. Sono felici i ragazzi che corrono verso il Cavaglione, si fermano alla strada che porta alle Graticole, su dove stava una discarica. Con l’incoscienza dell’età, mettono sotto la neve una “catrappola” (trappola) per poi nascondersi poco lontano. Un passerotto, attratto dal pezzo di pane messo come esca, è stretto in una crudele ghigliottina. Si accorgono, i ragazzi, che la “catrappola” è scattata, da uno spolverio di neve e l’agitarsi di due piccole ali scure. Poi lentamente comincia a spirare il vento di sotto. La neve diventa poltiglia, l’aria si fa “dolca” e i ragazzini, lentamente, tornano a casa. Uno di questi ha undici anni e i piedi bagnati. La mamma gli toglie le scarpe, si mette in ginocchio, con una vecchia sciarpa di lana gli scalda i piedi, in quella cucina grigia di fumo, dove tra la “spianatoia” e la macchina per cucire è appeso, su in alto, un calendario del 1943, dove è scritto: “Vincere e vinceremo!”.

Sono le 12,30 di domenica 23 gennaio 1944, la messa di mezzogiorno nella chiesa della Madonna delle Grazie è giunta al termine, quando vengono sganciate una cinquantina di bombe tra il cimitero e più su del Gorgone. Ci sono tre morti e qualche ferito. Ormai la guerra è entrata in casa anche a Città di Castello. Questa volta la sirena sulla torre c’azzeccato. ◘

di Dino Marinelli


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