Lunedì, 16 Maggio 2022

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La sfida della cooperazione

Sansepolcro. Alta valle del Tevere: divisioni, frammentazioni, campanilismi... 30 anni fa avevamo proposto Castelborgo, e oggi il problema si ripropone.

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Nell’ultimo decennio anche l’Alta valle del Tevere è stata interessata da provvedimenti che hanno riformato alcuni importanti enti sovra-comunali. Innanzitutto dal 2012 la “Comunità Montana Valtiberina Toscana” è stata sostituita dall’ “Unione Montana dei Comuni della Valtiberina Toscana”. Al di là dell’aspetto formale derivato dalla differente denominazione, la revisione di questo ente non solo ha portato a una sostanziale diminuzione delle sue funzioni, ma anche a un significativo restringimento della componente politica, che ne definiva l’azione: il numero dei consiglieri è stato ridotto e il principale organo esecutivo, la Giunta, è stato affidato ai Sindaci dei sei Comuni (si ricorda che Pieve Santo Stefano non fa parte dell’Unione), i quali, però, essendo quotidianamente assorbiti dagli impegni che concernono la propria carica, non hanno materialmente la possibilità di addentrarsi in maniera esaustiva all’interno di certe materie. Nel corso degli anni, dunque, la nuova struttura leggera dell’Unione ha congenitamente contribuito ad attenuare l’azione politica che questo ente svolgeva nel territorio comprensoriale.

Qualcosa di ancor più drastico è avvenuto nel vicino comprensorio perugino, dove la “Comunità Montana Alto Tevere Umbro” è stata commissariata dalla Regione e poi assorbita, nelle sue funzioni principali, dall’ “Agenzia Forestale Regionale Umbria”, la cui struttura verticistica ha prodotto effetti persino più marcati di quelli descritti sopra per la parte toscana.

Dopo le Comunità Montane, nel 2014 anche le Province sono state interessate dal riassetto contenuto all’interno della Legge Delrio. In quell’occasione, innanzi ai tanti proclami che parlavano di abolizione, le Province furono alleggerite e trasformate in enti di secondo livello, ovvero in istituzioni in cui i cittadini sono rappresentati in maniera indiretta da un ristretto numero di amministratori dei vari Comuni.

Sia nel caso delle Comunità Montane che in quello delle Province, tali cambiamenti furono proposti dall’alto al fine di “efficientare” a tutti i livelli la complessa macchina delle pubbliche amministrazioni. Nel pacchetto di provvedimenti che negli ultimi anni sono andati in questa direzione si può, a mio avviso, inserire anche la riduzione del numero di parlamentari sancita dal referendum costituzionale del 2020.

A prescindere dalle interpretazioni personali e politiche che possono legarsi a certi interventi, è innegabile che in un territorio piuttosto marginale come quello dell’Alta valle del Tevere i cambiamenti sopra citati abbiano prodotto ricadute non propriamente secondarie. Di fatto è accaduto che in pochi anni l’azione degli enti comprensoriali si è molto rarefatta; le Province hanno perso la capacità di effettuare una preziosa azione di coordinamento tra i Comuni e le Regioni; in futuro, con la riduzione dei parlamentari, il bacino demografico di un’area che va da Pieve Santo Stefano a Umbertide faticherà moltissimo a trovare una minima forma di rappresentanza a Roma. Una conseguenza di tutto ciò, sommata al fatto che sia in Toscana che in Umbria si sta assistendo a un crescente processo di centralizzazione regionale (ciò credo che sia particolarmente visibile nella Sanità, nei beni comuni, nei trasporti), è che a livello locale i Comuni si trovano sempre più spesso indotti a intraprendere azioni che possano colmare quei vuoti lasciati dagli enti superiori. Addirittura in alcuni casi, soprattutto in certi ambiti, come ad esempio quello sanitario o quello turistico, i Comuni sembrano adottare un atteggiamento difensivo, che ricorda lo stesso approccio che usavano nel Medioevo per proteggersi dalle mire espansionistiche delle città più grandi. Si avverte, in questo senso, una sorta di chiusura che forse è figlia di una consapevolezza: quella che le collaborazioni con altri Comuni sono sì importanti, ma richiedono tempo e risorse, sia umane che economiche, che le Amministrazioni comunali non hanno. Senza considerare un altro elemento piuttosto cruciale, ovvero che le uniche istituzioni che sono quasi interamente costituite da propri concittadini eletti in maniera diretta sono i Comuni. In funzione di ciò è pertanto naturale che un amministratore comunale sia più portato a lavorare su linee programmatiche che mirano a produrre benefici per la propria comunità, senza avventurarsi in percorsi che, pur essendo di indubbio valore, potrebbero complicare, o comunque procrastinare, il già difficile raggiungimento di risultati concreti.

A mio parere, senza un ruolo di mediazione e coordinamento esercitato da enti comprensoriali, o al limite, provinciali, sarà dunque difficile incrementare la coesione e la cooperazione tra i Comuni dell’Alta valle del Tevere. Mi sento di affermare ciò senza tirare in ballo questioni campanilistiche o identitarie: oggi sia i cittadini della Valtiberina toscana che quelli dell’Alto Tevere umbro sanno bene che una maggiore collaborazione tra i due territori non avrebbe ripercussioni identitarie, ma soltanto benefici funzionali. Con i preziosi segni che ha lasciato, la storia di questo territorio – sia nel versante toscano che in quello umbro – attesta ancora oggi che ogni municipio ha sempre avuto peculiarità proprie, che nel corso dei secoli hanno contribuito ad arricchire l’intero contesto geografico di riferimento. Oggi le persone che popolano il tratto più alto del fiume Tevere compreso tra Toscana e Umbria sono dunque consce di possedere un proprio patrimonio culturale, che di certo non sarà destinato a ridursi al cospetto di una maggiore programmazione politica e amministrativa tra Comuni che sono divisi da uno statico confine regionale.

Alla luce di tutto ciò è evidente che gli unici soggetti che potrebbero catalizzare un processo di avvicinamento tra i Comuni umbri e toscani dell’Alta valle del Tevere sono coloro che li amministrano in prima persona. Mai come ora si sta ponendo l’esigenza di affrontare questa sfida e i tempi sono maturi per iniziare a definire un’agenda politica condivisa che possa portare importanti benefici per l’intero territorio dell’Alta Valtiberina. Un’area che, contando complessivamente quasi 110.000 abitanti, potrebbe e dovrebbe avere servizi, infrastrutture e peso politico decisamente superiori a quelli attuali: basti pensare al potenziale culturale e turistico, alla possibilità di effettuare una promozione congiunta e di grande efficacia, oppure all’opportunità di mettere in comune servizi sanitari, o strutture per la gestione del servizio idrico, o per la gestione e lo smaltimento dei rifiuti. Forse il passaggio cruciale è proprio questo: assieme, due territori che oggi appaiono piuttosto marginali potrebbero diventare un importante crocevia.

Questo è il tipo di percorso che dovrebbe essere recepito e intrapreso dalla politica locale, mettendo in atto un modello simbiotico che, come avvenuto in altre realtà geografiche, se ha il coraggio e la lungimiranza di superare certi limiti, riuscirà a produrre importanti risultati. Tanto per fare un esempio, una dinamica simile che ha saputo porsi nella stessa traiettoria è quella che ha portato all’approvazione della candidatura di Gorizia e Nova Gorica a “Capitale europea della cultura 2025”: in quel caso tra le due città e i relativi territori intercorre un confine nazionale e statale. Un confine che pochi decenni fa era ancora rimarcato da un muro, che la politica ha voluto e saputo abbattere in favore di una maggiore collaborazione. In quel caso la strategia ha funzionato e, a giudicare dal risultato raggiunto, le azioni compiute hanno saputo produrre un grande risultato che, seppur con i dovuti distinguo, può senz’altro fungere da stimolo per tutti quei territori che sono attraversati e divisi da confini e limiti amministrativi.. ◘

 

di Gabriele Marconcini


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