Lunedì, 16 Maggio 2022

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L'agricoltura quotata in borsa

Agricoltura. L’evoluzione dei mercati agricoli e il posizionamento dell’Alta valle del Tevere.

silvia romano2

Già in precedenti occasioni, ospite di questo giornale, avevo affermato la necessità di una programmazione innovativa delle produzioni agricole in modo che, in ossequio alle tradizioni e alla cultura locale, nonché sulla scorta dei risultati delle analisi del contesto, assicuri in maniera più conveniente sostenibilità economica e ambientale.

Per effetto della globalizzazione le dinamiche economiche di molti prodotti agricoli si giocano a livello mondiale, dove le Borse merci ne stabiliscono il prezzo che poi verrà praticato nei singoli Stati. Ciò viene applicato per i prodotti, non solo agricoli, che vengono definiti “commodities”. Secondo Wikipedia “Commodity è un termine inglese che indica un bene per cui c’è domanda ma che è offerto senza differenze qualitative sul mercato ed è fungibile, cioè il prodotto è lo stesso indipendentemente da chi lo produce”.

Per quel che ci riguarda in questa occasione le commodities sono:

agricole: avena, farina di soia, frumento, mais, olio di soia, soia;

coloniali e tropicali: cacao, caffè, cotone, legname, succo d’arancia, tabacco, zucchero;

animali e prodotti animali: bovini, bovini da latte, maiali, pancetta di maiale.

Quindi per fare alcuni esempi, i produttori mondiali di frumento, mais, tabacco, carni bovine e suine possono contare sulla completa vendita dei loro prodotti a un prezzo stabilito, che però non tiene conto della differenza dei costi di produzione nei singoli Stati.

Ne consegue che questa regola favorisce gli Stati nei quali i costi di produzione sono minori e penalizza quelli con costi maggiori, influenzati da costi per investimenti e per la manodopera, nonché da una diversa legislazione.

In questo contesto l’Italia si colloca in una situazione sfavorevole perché, fortunatamente, paga lo scotto del benessere e della sicurezza sociale. Abbiamo un’assistenza sanitaria, una pensione, una sicurezza sul lavoro, una garanzia dei diritti sociali, diritto all’istruzione, etc.

Sicuramente potrebbero essere gestiti meglio, ma comunque ci sono e sono assunti da noi come un diritto. Questi diritti hanno un costo elevato in termini economici e infatti paghiamo, giustamente, le tasse per renderli possibili e sostenibili. In altri Paesi dove non solo non ci sono tutti questi diritti, ma dove anche dilagano corruzione e interferenze tra finanza privata e politica, allora le cose cambiano. I costi sociali diventano un po’ meno problema economico e un po’ più problema sociale, poiché ricadono, in termini di qualità di vita, sulle classi sociali più deboli. Per capire il ruolo delle commodities nel modello produttivo globale prendiamo ad esempio il Brasile e paragoniamolo (agricolturalmente) alla nostra Italia.

In Brasile il gasolio per trazione costa 0.83€/l (fonte: GlobalPetrolPrices), il salario mensile dell’operaio è tra 183 e 400 €/mese (fonte: tradingeconomics); naturalmente anche le materie prime incidono in proporzione.

In Italia il gasolio costa il doppio e la manodopera circa 6.5 volte quella brasiliana. Inoltre, anche se è difficile reperire dati certi, in Brasile la superficie media di un’azienda superava, anni fa, i 430ha, in Umbria la superficie media di un’azienda agricola, nello stesso periodo, era 7.9 ha. Lungi da me voler giudicare quale sia il Paese nel quale si vive meglio; l’obiettivo è capire se il nostro territorio può rendere competitiva la produzione di alcune materie prime e quindi ostinarsi a dedicarsi alle commodities senza differenziare le proprie produzioni.

Il Brasile tra l’altro non è l’esempio migliore (peggiore), ma è una comparazione calzante perché produce ed esporta, oltre ad altri beni, anche soia, frumento e tabacco. La soia viene utilizzata come ingrediente fondamentale nella razione degli allevamenti soprattutto intensivi. Frumento e tabacco vengono prodotti anche in Umbria e, in particolare, in Alta valle del Tevere.

I due modelli produttivi Italia-Brasile non possono essere competitivi (ricordo che il prezzo viene definito a livello globale e non tiene conto dei differenti costi di produzione) e non possiamo certo pensare di tornare indietro e rinunciare alle garanzie e allo Stato di diritto per cui i nostri nonni si sono sacrificati; anzi con vari progetti internazionali stiamo cercando di esportare il modello “occidentale” nei Paesi in via di sviluppo.

l agricoltura quotata in borsa mese febbraio 2022 mese febbraio 2022 1La capacità di chi amministra un territorio sta soprattutto nel capire o intuire quale sia la scelta migliore per la sua comunità. Così è anche per l’imprenditore che dirige la propria azienda, ovvero prendere decisioni che portino: maggiori profitti, migliori condizioni per i propri collaboratori, maggiore sostenibilità ambientale o comunque un beneficio. Naturalmente quando un dirigente deve prendere una decisione deve anche essere consapevole dello stato in cui versa la sua azienda e/o comunità. Sapere dove si è ed in che contesto si opera sono alla base di una valutazione saggia. In Umbria abbiamo (ultimo censimento Istat 2010) una Sau (Superficie agraria utilizzata) di circa 360.000 ettari; di questa circa 210.000 ha è destinata a seminativi, e di questi più della metà sono destinati a colture quali frumento (e cereali), mais, tabacco. In sintesi in Umbria, al netto di oliveti, vigne e poche altre colture, emuliamo la produzione di grandi produttori mondiali.

In questo scenario dobbiamo porci due fondamentali domande legate l’una all’altra.

La prima. Come mai le nostre aziende agricole riescono a produrre e vendere in un contesto molto più costoso del resto del mercato?

Le nostre aziende continuano a produrre perché le sovvenzioni pubbliche le tengono, seppur di poco, in attivo. Anche se la marginalità intrinseca della produzione fosse zero (purtroppo accade spesso), comunque i contributi Pac (Politica agricola comune) e Psr (Piano di sviluppo rurale) incidono fino a oltre 1500€/ha e portano il bilancio in attivo. Questo non è un sistema sano e soprattutto non può essere eterno.

La seconda domanda. Come uscire dalla logica e sottrarsi alle regole delle commodities?

Già da qualche anno si parla di alternative valide. Inutile nascondere che un’economia circolare sarebbe la soluzione ottimale, perché sarebbe capace di equilibrare in maniera perfetta le necessità e le disponibilità della comunità, ma essendo questa ancora un’utopia, cerchiamo in concreto alternative valide.

Legare un prodotto al territorio automaticamente svincola il produttore dal prezzo di vendita stabilito a livello globale. Un esempio: se produciamo frumento, il prezzo viene stabilito dalle Borse merci in base alla produzione mondiale, se produciamo frumento varietà Verna (seme antico selezionato in Toscana), il prezzo viene contrattato tra operatori della filiera. Da porre attenzione alla parola “contrattato”, infatti il prezzo delle commodities non viene contrattato dal produttore, ma viene definito a livello globale e somministrato al produttore.

Un altro modo di evitare la morsa della competitività globale è coltivare prodotti freschi, che non vadano incontro a conservazioni lunghe e quindi non possono essere trasportati per decine di migliaia di chilometri in grosse quantità.

Altro modo, che gioverebbe sia economicamente al produttore che alla salute del consumatore, è quello di aumentare la sostenibilità delle produzioni, convertendo le produzioni al metodo biologico. Infatti il Reg.Ce 848/2018, che disciplina le norme in campo bio, obbliga chi immette il prodotto certificato nel mercato a indicare l’origine del prodotto. In questo modo un consumatore attento ha gli strumenti per scegliere consapevolmente, incentivando le produzioni nazionali e/o comunitarie e disincentivando lo spostamento di enormi quantità di materia prima.

Altro ottimo veicolo per eludere le regole delle commodities è costruire filiere verticali, che coinvolgano tutti gli operatori (dal produttore fino all’apparato commerciale) e che riescano quindi a mettere sul mercato il prodotto agricolo finito, definendo il prezzo all’interno di un circuito chiuso. ◘

di Luca Saltieri


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